Turchia, Armenia e scontro di civiltà   di Aldo Braccio 15.10.07 (www.eurasia-rivista.org

A distanza di qualche anno, le prese di posizione statunitensi sul presunto genocidio armeno cambiano almeno apparentemente, di segno, ma la sostanza non cambia.

Nel 2000, durante la campagna elettorale, Bush prometteva il riconoscimento americano del genocidio, e l’anno successivo la Com missione esteri del Congresso votava un testo analogo a quello licenziato in questi giorni: allora fu il Presidente Clinton – democratico – a convincere lo speaker del Congresso – a quel tempo esponente repubblicano – a bloccare il processo di ratificazione della mozione.

 

Oggi è Bush che si rivolge al Presidente della Camera – Nancy Pelosi – per fermare la “risoluzione 106” , non perché si sia convinto dell’innocenza dei turchi ma, come ha affermato il suo portavoce Gordon John, “per il grave pregiudizio che la risoluzione potrebbe arrecare alla sicurezza degli Stati Uniti” – il riferimento alla guerra in Iraq e al paventato intervento militare di Ankara in quello scenario – anche in rabbiosa reazione alla pronuncia in questione - è chiaro.

 

I cattivi rapporti tra USA e Turchia, venuti progressivamente alla ribalta a partire dall’attacco americano in Iraq (2003) vivono dunque un’altra pagina intensa, ma con qualche complicazione in più che imbarazza gli osservatori occidentali e che è invece bene sottrarre a tabu e censure preventive.

 

Nella seconda metà di agosto, a fare da apripista alla pronuncia della Com missione esteri era stata l’ADL (Anti Defamation League), espressione della lobby ebraica americana: un direttore regionale era stato dapprima censurato dal presidente dell’ADL per avere parlato di “genocidio armeno” ma poi – a furor di popolo, o meglio delle numerose organizzazioni ebraiche presenti sul suolo americano – il funzionario veniva riabilitato, e l’espressione controversa (“genocidio armeno”) adottata e rivendicata dall’ADL.

 

Da qui le accesissime proteste del governo di Ankara, rivolte in particolare verso Israele, e un’imbarazzata sorta di equidistanza di Tel Aviv tra la potentissima lobby d’Oltreoceano e il tradizionale alleato turco.

 

Per Israele, le organizzazioni ebraiche americane che sostengono l’ADL sono fondamentali, non solo per il cospicuo sostegno economico/finanziario ma anche per il ruolo insostituibile di cinghia di trasmissione con il Congresso e con la politica estera statunitense.

 

Così, l’azione di denuncia del presunto genocidio è andata avanti, con il vigoroso appoggio della piccola ma agguerrita lobby pro armena americana, rappresentata da deputati e senatori sia democratici che repubblicani – basti ricordare i nomi di Joe Knollenberg, di Gorge Radanovich, di Joe Biden e della stessa Nancy Pelosi, attiva sostenitrice della campagna in corso per il riconoscimento del genocidio.

 

Da parte sua la Turchia, contrariamente a altri paesi, non intende demonizzare la propria storia in nome di un “passato che non passa”, e contesta con decisione l’esistenza del presunto genocidio, sul quale gli storici sono divisi: violenze e brutalità furono certamente compiute negli anni della Prima guerra mondiale dai turchi sugli armeni – violenze e brutalità d’altronde reciproche – ma la cifra di un milione e mezzo di vittime armene – che certamente giustificherebbe l’adozione del termine genocidio – appare del tutto fantastica e irreale.

 

Ankara – che, piaccia o no, ha compiuto in questi ultimi anni passi significativi sulla strada di una posizione internazionale più equilibrata e indipendente, in chiave eurasiatica più che euroatlantica – intende agire in proprio, e non sotto tutela; avendo fra l’altro stabilito relazioni più distese proprio con l’Armenia - rapporti commerciali e dialogo politico in crescita, con 70.000 armeni che vivono pacificamente in territorio turco e linee aeree e di autobus che collegano i due paesi.

 

Si verifica una situazione in qualche modo analoga a quella curda: allorché il governo Erdogan si sforza di avviare a risoluzione quella annosa questione (riconoscimento della lingua curda, distensione verso i rappresentanti politici curdi, ecc,) il terrorismo del PKK incalza con recrudescenza (13 soldati uccisi a Sirnak lo scorso 7 ottobre, per citare solo l’episodio più grave), e ciò nel contesto del caos generalizzato iracheno provocato dall’interventismo bellico americano.

 

Ora, in una prospettiva di possibile sistemazione dei rapporti turco-armeni, la risposta sembra essere sempre quella dello scontro di civiltà – dopo Lepanto e l’assedio di Vienna, dopo il “terrorismo islamico” continuamente richiamato dai media filoatlantici per attribuirvi ogni episodio di violenza, dovunque accada, ecco un massacro epocale di buoni cristiani perpetrato dai barbari musulmani …

 

Una frattura storica permanente, una ferita insanabile in un’area geopoliticamente strategica ove le ambizioni statunitensi esigono conflitto e divisione: va in questa direzione l’eventuale approvazione della “risoluzione 106” da parte del Congresso americano – una decisione che in qualche modo interessa non poco tutti i paesi affacciati sul Mediterraneo.

(*) Aldo Braccio, esperto di questioni turche, è redattore di Eurasia

 


Roma 29.10.2007 

Egr. Dr. Aldo Braccio

 

In merito all’articolo “Turchia, Armenia e scontro di civiltà” recante la Sua firma nella sua qualità  di esperto di questioni turche e pubblicato sul sito www.eurasia-rivista.org ci preme rilevare alcune inesattezze:

 

In primo luogo corre obbligo  precisare che il “presunto” (sic!) genocidio  perpetrato a danno della minoranza armena nel 1915 da parte dell’Impero Ottomano è ormai verità acclarata dalla quasi totalità  degli studiosi tra cui anche alcuni storici turchi.

 

In effetti il primo a condannare in contumacia i diretti responsabili di quell’orrendo crimine fu proprio il tribunale militare turco già nel 1919 che a differenza di quanto da Lei affermato non parlava di “ violenze e brutalità reciproche“ ma semplicemente di violenze e brutalità unilaterali da parte del partito dei Giovani Turchi e dell’apparato statale-militare turco.

 

Circa, invece, i passi significativi compiuti, a suo dire, da Ankara in questi ultimi tempi spiace rilevare che la Turchia dal 1994 e fino alla data odierna mantiene chiuse unilateralmente le  proprie frontiere con la piccola Repubblica Armena , soffocando letteralmente l’economia e la crescita del paese. Va da sé che non vi può esistere alcuna  “relazione distesa” e nemmeno “rapporti commerciali e dialogo politico in crescita” così come appare alquanto surreale vedere degli “autobus” che transitano dall’Armenia verso la Turchia e viceversa. Basti pensare che lo scorso 29 marzo in occasione della cerimonia di riapertura della Chiesa Armena di Santa Croce sull’isola di Akhtamar (ora adibita a museo da parte del governo turco) la delegazione culturale armena, invitata per la cerimonia, ha dovuto affrontare un viaggio di quindici ore via Istambul, non potendo raggiungere Van dal territorio dell’Armenia attraverso il confine (distante un centinaio di chilometri).

 

L’Unione Europea non perde occasione per esortare la Turchia affinché “ponga fine ad ogni blocco economico o chiusura delle frontiere e si astenga da minacce o attività militari tali da aumentare la tensione con i paesi limitrofi” e inoltre  che «avviino (con l’Armenia) un processo di riconciliazione concernente il presente e il passato».

 

Il Governo armeno, come dichiarato dallo stesso Ministro degli Esteri, auspica da sempre lo stabilirsi delle relazioni diplomatiche bilaterali con Ankara senza porre alcuna precondizione. Mentre la Turchia non solo stenta a compiere questo passo ma si ostina a riconoscere la propria storia ricorrendo ad atti intimidatori contro chiunque osi parlare o accennare al “genocidio degli armeni” e l’art 301 del codice penale turco ne è prova.

 

Altro che scontro di civiltà.

 

Accettare quel “passato che non passa” potrebbe rappresentare invece un vero segnale di maturità e un grande passo verso la democrazia per un paese che aspira a divenire membro della famiglia europea.

 

Distinti Saluti.

 

Consiglio per la comunità armena di Roma

 


 Risposta di Aldo Braccio - Turchia, Armenia e scontro di civiltà

 

 Al Consiglio per la comunità armena di Roma

Gentili Signori,
ho preso nota della cortese comunicazione del 29 ottobre in merito al mio articolo,e replico brevemente per alcune precisazioni.
Sull'esistenza del presunto genocidio armeno non intendo pronunciarmi, anche per una forma di rispetto comunque dovuta alle vittime di dolorose violenze : non posso comunque accontentarmi della pronuncia di un tribunale militare del 1919 - che fra l'altro, a quanto mi confermate, non parlava di genocidio, ma di violenze e brutalità - auspicando piuttosto il lavoro di una commissione di storici che esamini seriamente gli archivi e i dati disponibili. Attualmente non mi sembra vi sia una pacifica concordanza, tra
storici e studiosi, sulla questione.
E' vero che dal 1993 la Turchia - in occasione dell'occupazione armena del distretto azero del Kelbajar, durante la guerra del Nagorno Karabagh – ha chiuso unilateralmente la frontiera con l'Armenia, come non esito a riconoscere che l'articolo 301 del codice penale turco -  deliberato proprio in riferimento ai fatti tragici del 1915 e dintorni – rappresenta un'intollerabile violazione della libertà di espressione : allo stesso modo
delle altrettanto assurde disposizioni francesi che negano la possibiltà di negare o ridimensionare il genocidio armeno e quello ebraico, tanto per fare due esempi.
Ma tutto ciò deve spingere a incoraggiare i segnali di distensione presenti, non a esacerbare le tensioni e i contenziosi storici ! Fra i primi, segnalo proprio la citata riapertura della bellissima chiesa armena del lago di Van : il restauro della stessa - costato oltre due milioni di euri - è stato fra l'altro affidato a un noto architetto armeno, e all'inaugurazione è stato invitato, a quanto risulta, il Ministro della Cultura armeno, Poghosyan.
Le relazioni commerciali tra turchi e armeni sono passate da 30 a 200 milioni di dollari in questi ultimi 10 anni, i collegamenti aerei e di autobus sono presenti e  niente affatto "surreali", anzi si stanno rafforzando, mentre (1992) l'Armenia ha firmato a Istanbul assieme alla Turchia il trattato istitutivo dell'Organizzazione per la cooperazione economica del mar Nero. Voglio anche ricordare, tra i fatti recenti, chel'assassinio di Hrant Dink ha suscitato una vera e propria protesta popolare in Turchia, e ai funerali la partecipazione è stata a detta di tutti imponente.
Sono elementi che invito a considerare in una prospettiva di solidarietà geopolitica di quell'area, di quella parte del mondo, di contro alle tendenze favorevoli allo "scontro di civiltà" da me denunciate nell'articolo.
Mi sembrano significativi dei diversi approcci possibili due commenti che riporto di seguito ; il primo, rinvenuto sul "periodico per la comunità armena d'Italia" (www.voce-armena.info) nell'articolo "Fra Armenia e
Turchia - Guerra o amicizia ?" : "E' la coscienza di questo fatto (il genocidio armeno, ndr) a turbare i sonni dei turchi, CHE PERCIO' SONO E SARANNO SEMPRE NEMICI DEGLI ARMENI, come d'altronde DIMOSTRANO OGNI GIORNO" (ho voluto evidenziare  queste espressioni) - il secondo, citato da
www.osservatoriocaucaso.org), è del giornale armeno di Erevan "168 ore" : "La propaganda che punta sull'assurdo concetto 'Un turco è sempre un turco' sta prendendo piede nel nostro paese ... E' stato ucciso un uomo (Hrant Dink, ndr) che voleva favorire il canbiamento della consapevolezza di turchi e armeni, e avvicinare il giorno in cui i due popoli capiranno finalmente che due vicini non hanno futuro se sono colmi di odio reciproco".
Mi sembra che lo spirito di quest'ultimo intervento sia responsabilmente migliore.
I migliori saluti

Aldo Braccio


 

Roma 31.10.07

 

Egr. Dr. Aldo Braccio

 

La ringraziamo per la risposta anche se nostro malgrado dobbiamo rilevare che al contrario delle Sue nobili intenzioni, con le Sue affermazioni a dir poco negazioniste, Lei  non fa altro che offendere la memoria delle vittime del genocidio del 1915.

 

In quanto al termine “genocidio” è ovvio che nel 1919 il Tribunale Militare turco, così come le testimonianze  e le successive condanne dell’epoca, non potevano utilizzare tale termine semplicemente perché lo stesso fu coniato in epoca successiva  (1945) dal giurista americano, di origine ebreo-polacca, Raphael Lemkin, in chiaro riferimento ai fatti accaduti nel 1915 di cui è stato anche esso testimone. 

 

Affermare che “non vi sia pacifica concordanza tra storici e studiosi sulla questione” ci sembra alquanto riduttivo. Sarebbe più corretto invece ribadire che la maggior parte degli studiosi concordano sul fatto che nel 1915 ci fu un genocidio; in quanto a documentazione, e ve ne è in abbondanza, basti leggere l’ultimo pronunciamento sul genocidio armeno della Commissione esteri del Congresso americano che afferma di basarsi su fatti “documentati negli archivi degli Stati Uniti”. Da qui forse anche l’inopportunità di “una commissione di studiosi”  e piuttosto l’auspicio di una commissione intergovernativa per stabilire migliori rapporti bilaterali diplomatici tra i due governi di Ankara ed Erevan.

 

Non ci soffermiamo sulle ragioni che hanno spinto la Turchia a chiudere le proprie frontiere con l’Armenia che sembrano in netta violazione dei più basilari principi di diritto internazionale. Sarebbe opportuno ricordare anche che la Turchia dal 1974 occupa militarmente l’isola di Cipro.

 

Spiace a questo punto rilevare che il restauro della Chiesa armena di Akhtamar, ora adibita a museo,  sia stato possibile, con finanziamenti esteri, solo a seguito di pressioni da parte di istituzioni internazionali ed europee ma non per questo certamente possiamo esimerci dal giudicare positivamente i piccoli passi compiuti da Ankara.

 

L’assassinio di Hrant Dink ha sicuramente segnato un’epoca. Lui, armeno, uomo di pace e di dialogo, è stato vittima della verità. Quella verità che la Turchia stenta a riconoscere ed accettare. Quella verità che costringe un premio Nobel come Orhan Pamuk a rifugiarsi all’estero e che induce degli intellettuali come Taner Akcam, Elif Shafak, Ragip Zarakoglu e tanti altri a temere per la propria vita.

 

Siamo pienamente convinti che “due vicini non hanno futuro se sono colmi di odio reciproco” ma siamo altrettanto convinti che il dialogo e la riconciliazione devono basarsi sull’onestà, sul rispetto e sui principi di verità e giustizia.

Possibile che dopo novantadue anni la Turchia, che bussa alle porte dell’Europa, non abbia ancora sentito il dovere di spendere una parola su quanto accadde allora ?

 

Distinti Saluti.

 

Consiglio per la comunità armena di Roma.