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L’Armenia: “La Turchia non ci dia lezioni”
Serzh
Sargsyan è il presidente armeno, un Paese dalla storia
movimentata, come altri Paesi che hanno fatto parte dell’ex
Unione Sovietica.
A Parigi all’inizio di marzo per una visita ufficiale, ha
parlato ai microfoni di euronews del genocidio armeno, delel
relazioni del suo paese con la Turchia e del conflitto sul
Nagorno Karabak.
Situata
nel Caucaso meridionale, l’Armenia è a un incrocio
strategico.
Dal 1993, in seguito alla guerra del Nagorno Karabak le sue
frontiere occidentali e orientali, sono chiuse.
Laura
Davidescu, euronews:
Con 23
voti a favore e 22 contro, la commissione affari esteri
della Camera dei rappresentati degli Stati Uniti ha deciso
che il massacro di più di un milione di armeni da parte
turca è stato un genocidio. Perché pensa che questa
risoluzione sia stata adottata solo oggi?
Serzh
Sargsyan, presidente armeno:
Il
dibattito sul riconoscimento del genocidio armeno non è
nuovo nella vita politica americana.
Negli ultimi dieci anni, la Camera dei rappresentanti ha
cercato più volte di far votare la risoluzione. 42 stati
l’hanno riconosciuto il genocidio. Per cui la risoluzione
del 4 marzo non è una sorpresa per noi.
euronews:
Crede che il timing del voto sia dovuto a un motivo
particolare, visto anche l’attuale contesto di negoziati tra
Turchia e Armenia?
Serzh
Sargsyan:
Parliamo in questo momento di ristabilire relazioni con la
Turchia. Che dovrebbero avvenire senza precondizioni: i
turchi non hanno il diritto morale di lanciraci contro
accuse o di imporre condizioni.
Cominciare senza precondizioni, vuol dire semplicemente che
tutti problemi possono essere affrontati.
In caso contrario non possiamo arrivare a nessun risultato.
Ammettiamo che per un miracolo, il parlamento turco
ratifichi il protocollo, così come il parlamento armeno.
Ristabiliamo le relazioni e ammettiamo che un terzo del
paese, contrario a questo, si soffermi sulla questione del
genocidio. I Turchi lo prenderebbero a pretesto per
interrompere nuovamente le relazioni?.
euronews:
I
problemi maggiori al momento in Armenia sono disoccupazione,
isolamento economico e le dispute di lunga data con Turchia
e Azerbaijan. Questi problemi possono essere affrontati con
una diversa prospettiva adesso?
Serzh
Sargsyan:
È da 17 anni che la frontiera con la Turchia è chiusa.
Perché? 17 anni fa esisteva questo problema, voglio dire il
problema di una risoluzione?
Abbiamo capito che la Turchia è un grande Paese, come
territorio, come popolazione, come potenza, e se vivessimo
isolati, capiremmo…
Ma se
Armenia e Turchia fanno parte della comunità internazionale,
così come ne fanno parte Stati Uniti, Francia, Unione
europea, la Comunità internazionale deve dare le sue
indicazioni e valutare i nuovi sviluppi.
euronews:
Torniamo
al riconoscimento del genocidio armeno. Se questo è di
importanza capitale per gli armeni, per quelli che vivono
ancora in Armenia e per quelli della diaspora, può spiegarci
perché l’Università statale di Erevan ha dato una laurea
honoris causa al presidente iraniano Ahmadinejad nel 2007.
Il presidente nega l’olocausto.
Serzh
Sargsyan:
Non possiamo dimenticare i dirigenti dei nostri paesi
vicini. Non doobbiamo personalizzare . Dare un
riconoscimento al capo di stato di un Paese significa dare
un riconoscimento all’intero popolo.
Gli iraniani sono nostri vicini da secoli e sono molti
importanti per noi.
euronews:
La decisione della statale la definirebbe una decisione di
realpolitik?
Serzh
Sargsyan:
L’ho considerata un modo speciale di trattare il problema da
parte della statale. Si tratta di una maniera di fare che è
propria anche dell’Europa e dei paesi democratici
sviluppati.
euronews:
A Londra lei ha detto in febbraio che il Nagorno karabak non
ha mai fatto parte dell’Azerbaijan indipendente. La comunità
internazionale ha un avviso diverso.
Serzh
Sargsyan:
Non penso che la comunità internazionale abbia una posizione
diversa.
La storia la conosciamo tutti. Il NAgorno Karabakh non è mai
stato parte dell’Azerbaijan indipendente.
Il Nagorno KArabakh è stato annesso all’Azerbaijan con una
decisione del partito comunista caucasico dell’ex URSS.
Perché la comunità internazionale ha accolto con sollievo il
collasso dell’Unione Sovietica?
Perché la
comunità internazionale non ha considerato Armenia,
Azerbaijan, Gerogia, Kazakhstan, Uzbekistan ancora parte
dell’Unione Sovietica? Perché il Nagorno Karabak fa parte
dell’Azerbaijan?
Non mi
sembra molto logico
euronews:
Che
compromesso vorrebbe, così da giungere a una soluzione
pacifica del conflitto?
Serzh
Sargsyan:
Non
possiamo eliminare le conseguenze di questo conflitto senza
parlare delle cause. E parlando delle cause bisogna parlare
del diritto all’autodeterminazione del popolo del Nagorno
Karabak. Riconoscimento di questo diritto e messa in
pratica.
Una volta fatto questo, tutti gli altri problemi saranno
risolti facilmente e in un breve periodo.
È chiaro
che noi siamo molto interessati alla risoluzione del
conflitto, ma a una soluzione durevole, che assicuri pace e
stabilità nella regione piuttosto che dare in dono il
Nagorno Karabak all’Azerbaijan che significherebbe la fine
dell’esistenza del Nagorno KArabak.
euronews:
L’Azerbaijan
è chiaro non accetterà mai un NAgorno Karabak indipendente.
Serzh
Sargsyan:
Cosa ci
propone la comunità internazionale? Risolvere questo
problema attraverso tre principi di diritto internazionale.
Uno: integrità territoriale, due: diritto
all’autodeterminazione e tre: uso della forza.
Io, attraverso i media, faccio un appello all’Azeirbaijan
per siglare un accordo al fine di non ricorrere alla forza.
Questo darà fiducia al popolo armeno del Karabak e
dell’Armenia e in questo clima potremo iniziare i negoziati.
Sappiamo
cosa vuol dire l’integrità territoriale dell’Azerbaijan. Ne
abbiamo già parlato. Gli azeri possono decidere cosa
significa diritto all’autodeterminazione per il popolo del
Nagorno Karabak?
Quando
facciamo delle dichiarazioni comuni sul diritto
all’autodeterminazione, l’Azerbaijan non parla di diritto
all’autodeterminazione del popolo armeno ma del diritto del
principale attore del conflitto del popolo del Karabak. |