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di Francesco De Palo«Non bisogna cercare di
ritornare all’origine, perché non si può tornare indietro- diceva Alain de
Benoist- Non bisogna fare un ritorno, ma un ricorso all’origine». Per imparare
dai propri errori, progettando un’azione politica che faccia meglio di quella di
ieri, insegnando ai propri cittadini che la democrazia passa da una ferrea
condanna della violenza e del fanatismo, di qualunque specie essi siano.
Politico, religioso, ideologico, sportivo. E poi per liberarsi da un peso, per
scrollarsi di dosso le scorie di ieri, al fine di proseguire più lucidamente il
proprio cammino. Senza strascichi, senza veti postumi, liberi da ingombri di
coscienza. E senza ghettizzare le minoranze, quei gruppi numericamente inferiori
ma che proprio in virtù di tale peculiarità, possono offrire un valido
contributo e meritano, per questo, più rispetto.
Non solo all’indomani della risoluzione della Commissione esteri della Camera
statunitense (“il genocidio armeno venne concepito e attuato dall’Impero
Ottomano dal 1915 al 1923”), appare una nota stonata il richiamo
dell’ambasciatore dagli Stati Uniti da parte del governo turco, ma destano
sorpresa anche le gravi parole del premier Erdogan.
Interrogato dalla Bbc ha dapprima imputato ad Usa e Svezia di fomentare gli
armeni, per poi lasciarsi andare ad una minaccia: «Se sarà necessario dirò loro
di tornarsene a casa, non sono obbligato a tenerli nel mio paese». Ma come,
proprio in una fase caratterizzata dal riavvicinamento diplomatico fra turchi ed
armeni, quando si pensava che una ventata di europeismo e di buon senso potesse
essere la medicina ideale per sanare ferite del passato, ecco che il primo
ministro scivola così maldestramente.
A cosa serve negare, stizziti, incrinando rapporti che invece
potrebbero portare benefici? E per cosa poi? Per alzare le mani, ignorando
colposamente il proprio passato? È di pochi giorni fa l’arresto in Turchia di
alcuni alti gerarchi militari pronti ad un colpo di stato. Un altro segnale di
malessere, preciso, che si insinua come un macigno nello stagno euromediterraneo,
già falcidiato dalla crisi economica della Grecia e dalle assurde provocazioni
tedesche («Atene venda il Partenone o le isole Cicladi per risanare i bilanci»).
«Nel destino del Mediterraneo- diceva Giorgio La Pira- la tenda della pace».
L’intelligenza europeista del governo di Ankara dovrebbe farsi avanti proprio in
questi frangenti, anziché spargere veleno. Per stimolare chi ha l’obiettivo di
avvicinarsi all’Europa a fare un passo indietro, così come fatto dalla Germania
in occasione dell’Olocausto. Professare delle sincere scuse per fatti storici
incontrovertibili, dando in questo modo una sterzata decisiva verso il processo
di democratizzazione costituzionale, imprescindibile per modernizzare il paese.
Quest’ultimo, risentito, avrebbe dovuto cogliere l’occasione per fare i conti
con il proprio passato e chiudere definitivamente una pagina – triste – della
storia nazionale, così come altre ne sono state scritte da altri paesi di tutto
il mondo. Ed evitare inutili isterismi, sintomo del profondo scontro interno
tra laicismo ed islamismo.
Un irrigidimento che non fa bene e che riguarda fatti ormai appurati: in
occasione del primo conflitto mondiale, infatti, circa un milione e mezzo di
armeni vennero massacrati dal soldati dell’Impero Ottomano. Mentre i turchi
sostengono che si sia trattato di 300mila morti per una guerra civile, il popolo
armeno parla apertamente di genocidio, sostenuto da testimonianze dirette. Oggi,
in prossimità dell’anniversario di quel sangue versato, il passo di
un’ammissione reale del genocidio, termine peraltro vietato da una legge turca,
sarebbe un punto segnato a favore della Turchia. E non l’inizio dell’ennesimo
braccio di ferro, che rischia di complicare tutto.
Certo, la serie di sforzi istituzionali posti in essere della Turchia in questi
anni hanno visto la luce solo in parte. Frenati proprio da una sorta di zavorra
pesantissima, quei militari che ad Ankara hanno ancora un peso specifico non da
poco. Accanto alla mancata ammissione del genocidio armeno vi sono però altre
emergenze strutturali. Si pensi, in prima battuta, al mancato rispetto delle
minoranze religiose, che non offre il sufficiente spazio di manovra a credi
numericamente minori. Altra nota dolente l’assenza di rappresentatività
parlamentare per il partito curdo, con traversie non indifferenti, senza
dimenticare i diritti civili delle donne non ancora focalizzati anche sotto
l’aspetto legislativo.
Oltre ad una precaria indipendenza di alcuni mezzi di informazione, troppo
spesso appiattiti su posizioni piuttosto aggressive. Un quadro che invece
meriterebbe rapporti internazionali più fluidi e soprattutto atteggiamenti
distensivi. Quando il ministro degli esteri turco fa dire al suo portavoce che
«ci saranno conseguenze, gli americani sanno benissimo cosa rischiano», sembra
quasi sventolare la bandiera del conflitto in Iraq come separè ad un fatto
storico accaduto e, quindi, incontrovertibile. Ma che si vuole ancora ignorare o
cancellare. Se da un lato questo appare come un atteggiamento sopra le righe,
del quale al momento non si sente il bisogno, dall’altro non sarebbe neanche
saggio rammentare in eterno ad Ankara i suoi errori.
Senza dimenticare che le minoranze rappresentano una ricchezza, in quanto sono
proprio i personaggi minoritari che, trovandosi in minoranza, si sforzano di
proporre alternative all’attuale. Chissà che il premier turco non possa trovare
giovamento nel leggere le pagine del volume di Goffredo Fofi La vocazione
minoritaria, dove il critico italiano illustra, tra l’altro, che scopo delle
minoranze è di mettere «zucchero negli ingranaggi, sperimentando modelli più
sani, ed evitando che siano conquistati dall’autoconsolazione».
E allora potrebbe essere utile ricordare quelle parole di Churchill, «è un
peccato non fare niente col pretesto che non possiamo fare tutto». È ovvio che i
dissidi della Turchia con gli armeni, i greci, i ciprioti, i curdi non potranno
essere sanati in un batter di ciglia, ma è altrettanto vero che una volta tanto
un buon punto di partenza potrebbe essere rappresentato da un attimo di
silenzio. Giusto il tempo di fare ammenda dei propri errori, prima di
ricominciare. Basta poco. |