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Genocidio Turco degli
Armeni - Diego Cimara
"Sulla
via per Deir-ez-Zor ci hanno staccato, noi bambini, e portati in una valle e
messi in fila. Ci hanno fatto sedere su un prato. Non sapevamo cosa sarebbe
successo dopo. Uscendo dalle file, mia madre venne parecchie volte da noi, ci
baciò e tornò indietro. …. Quando mia madre venne per l’ultimo volta, ci
baciò come una pazza, era vestita solo della sottoveste … Noi bambini non
sapevamo nulla di ciò che accadeva. Strappavano loro i vestiti una dopo
l’altra … e tagliavano la testa con un’ascia e gettavano i corpi nella
valle. Mia madre venne per l’ultima volta, ci baciò e tornò indietro. Aveva
dato una moneta d’oro alla sentinella ogni volta che veniva da noi, i suoi tre
bambini per baciarci."
Questo
è l’inizio della Premessa:
" …
gli Armeni si presentano come una popolazione non assimilabile e perciò nel
1915 si procede con l’eliminazione dei maschi attraverso un obbligo di leva
che va dai sedici ai sessantacinque anni. … Subito dopo tocca ai notabili, ai
vescovi e ai preti Armeni. Le abitazioni, le scuole, le chiese, i conventi, i
collegi, gli alberghi Armeni vengono distrutti o requisiti. La popolazione
rimasta, donne, vecchi, bambini e malati viene deportata verso destinazione
ignota con l’intenzione di eliminarla. Lungo la strada si cerca di fiaccare la
determinazione delle donne, attraverso lo stupro delle ragazze e delle giovani
spose. I bambini, dopo essere stati immediatamente circoncisi e infibulati,
vengono usati come schiavi o concubini delle famiglie che li adottano, li
acquistano o li rapiscono. … Le cifre parlano di due milioni di deportati: un
milione e mezzo di vittime, cinquecentomila sopravvissuti.
…
Il negazionismo di questo barbaro massacro, questo primo grande genocidio, con
cui si è aperto il nostro secolo, e il suo rapido oblio hanno ribadito quella
legge che regola la storia dove ‘ogni amnesia è in un certo senso
un’amnistia’."
Inizia
così il saggio.
E già qui ho chiuso il libro. Cos’altro c’è da dire? Mi sono chiesta. A
parte il fatto che gli esseri umani fanno schifo (e ho usato un termine soft).
Questo
saggio nasce dall’intento di Cimara, giornalista, di dare una voce alle 18.563
pagine scritte dal nonno, Zarian Costant ritrovate in una cassapanca vecchia.
Cimara studia e approfondisce il materiale che include oltre agli scritti anche
dischetti dove Costant salvava le informazioni che avrebbe poi usato per le
lezioni universitarie e i suoi numerosi scritti (saggi, poesie, analisi
teologiche, sociopsicologiche, drammaturgiche e geopolitiche). La teoria che
porta avanti Zarian Costant è evidente: gli Armeni sono stati sterminati per
soddisfare l’esigenza degli uomini al potere dell’impero ottomano che
vedevano nella questione armena una fastidiosa spina nel fianco. Una razza che
non doveva crescere né mischiarsi alle altre.
Di fatto tutto il saggio è incentrato sulla figura di Zarian Costant,
attraverso il racconto della sua vita Cimara mostra le fasi di preparazione,
esecuzione e insabbiamento del genocidio armeno senza però risultare ossessivo
o ridondante. D’altra parte gli occhi che vedono e le labbra da cui escono
dialoghi e descrizioni sono quelli del nonno.
Ne emerge prepotentemente la figura di un uomo, poeta e drammaturgo, isolato per
il suo impegno verso la questione armena ma anche per natura. Per esigenza, si
potrebbe dire. Costant viaggia di continuo, è per lui motivo di stimolo e
approfondimento. E’ un uomo controverso insomma, Cimara lo tratteggia con un
portamento dignitoso anche se eccessivamente eretto che lo fa assomigliare a un
despota dittatoriale (ricordo degli obblighi collegiali). Veste bene, fuma
tabacco inglese nella pipa e nei gusti alimentari è abbastanza
abitudinario. Eppure è un tipo curioso, inesauribile, che si fa domande di ogni
tipo e non si risparmia. Cerca, scava, raccoglie informazioni e le divulga. Ma
sa anche essere pigro, maleducato e brutale. Dicevo, un uomo controverso quanto
geniale. Ma Costant non è soltanto un documentarista, uno che osserva e
registra informazioni. E’ anche un narratore apprezzato, le sue produzioni
sono numerose come le sue idee sulla struttura di un testo narrativo. Oggi li
chiameremmo i trucchi per fare un bestseller (e già immagino Zarian Costant
menare le mani). Comunque. In sintesi (senza volervi togliere il piacere di
queste pagine squisitamente delicate e intriganti) la Bibbia di Costant per
favorire il piacere della lettura comprendeva: nessuna descrizione degli
ambienti (la noia è una pessima compagna), banditi i prologhi (inutili) e le
descrizioni dettagliate dei personaggi, pochi punti esclamativi e, dopo altre
regole, quella che ho trovato davvero sublime ovvero ‘eliminare le parti che
il lettore salterebbe’.
Per tornare sul seminato, in mezzo alle narrazioni a tratti ironiche e quasi
buffe di quest’uomo decisamente fuori dal comune, Cimara prosegue nel
ripercorrere le tappe della vita del nonno e con esse le evoluzioni storiche.
Già nel 1906, infatti, Costant scriverà. “ Noi Armeni, da sempre guardati
con sospetto dal popolo mussulmano, anche per la nostra religione cristiana, di
cui siamo fortemente fieri e convinti, siamo diventati una popolazione assai
scomoda per il governo centrale, trovandoci tra l’altro ad essere una sorta di
‘cuscinetto’ tra l’impero ottomano ed il grande impero zarista ed avendo
ripetutamente avanzato richieste di autonomia da Costantinopoli.”. Dalla
lettura di questi anni emerge una fase di preparazione al genocidio disarmante.
E tutto sotto gli occhi di un’Europa indifferente che lascia il potere nella
mani dei Giovani Turchi, movimento rivoluzionario estremamente nazionalistico (e
per questo ostile agli ‘stranieri impuri’ Armeni).
Il saggio in effetti è l’intreccio, la fusione di riassunti degli avvenimenti
storici dove la voce di Cimara mi sembra più forte e decisa che introducono i
resoconti del nonno sulle realtà vissute fino ad arrivare alle parti puramente
narrative dove Costant diventa il protagonista di una storia, sì vera, ma
tratteggiata con tutti gli elementi di un romanzo delicato che cerca di cogliere
ogni sfumatura e contraddizione. Il mix può risultare contraddittorio
all’inizio o forse è sembrato a me perché precedenti saggi che ho letto
erano impostati con un unico linguaggio e un rigore quasi scientifico. Questo
libro no e devo dire che è il suo punto di forza. Non credo che una tematica
così grave e controversa possa essere affrontata per ben 252 pagine con rigidità.
Ci sono così tante anime che urlano in mezzo alla voce di Costant che chiuderle
dentro a rigorosi schemi è impensabile. Oltre al fatto che l’intento di
Cimara è quello di recuperare l’immenso lavoro del nonno e riportarlo alla
luce in modo che tutti, oggi, possano riconoscere il valore e l’importanza di
una vita dedicata a scrivere soprattutto di tragedie vere. Dure. Assurde.
Legalizzate nel silenzio. Sangue. Scomparse. Violenze. Terrore. Tutto
concentrato in un’unica vita vissuta di certo intensamente con l’intento di
non mollare la presa, anzi, di registrare ogni particolare.
La narrazione è piena di aneddoti, personaggi che si alternano e raccontano
tante piccole e miserabili anime che si lasciano vivere mano a mano chi
incontrano Costant e con lui instaurano dialoghi o rapporti duraturi tra un
viaggio e l’altro.
Di certo è un libro crudo. Diretto. Lucido nel suo tentare di riunire tanti
fili. Tante voci che sono poi la stessa, quella di Costant che ha raccolto
davvero ogni conchiglia.
Non è una lettura facile, tutt’altro. Io ho faticato. Certe pagine se lette
davvero col cuore, ascoltando il suono delle parole e addentrandosi nei meandri
dei significati sono strazianti. Decapitazioni. Violenze carnali. Sadismi. La
politica del terrore. Torture di ogni tipo. Sfruttamenti. Morti per fame tra il
piscio e la merda. Cataste di corpi sparsi. Pestilenze. Gente che pur di
sopravvivere mangia cani e topi. E mi fermo. Non sono una con lo stomaco ‘forte’,
mi sembra evidente. Nonostante i bombardamenti dei tg giornalieri ancora mi
viene la pelle d’oca quando appaiono certe immagini. Per cui.
Per cui questo saggio è stata una delle sfide più dure per me. Davvero.
Eppure non si può non sapere.
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