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Si parla sempre (giustamente)
dei lager nazisti e poco, molto poco, dei gulag sovietici. Da qualche tempo però
anche la letteratura sui lager russi si va arricchendo di nuovi testi. Un saggio
molto importante uscito da poco è quello di Francine-Dominique Liechtenhan, Il
laboratorio del Gulag (Lindau). L'autrice è una ricercatrice storica molto
scrupolosa; insegna all'università della Sorbonne- Paris IV ed ha al suo attivo
numerosi saggi sul sistema sovietico. Il libro, che utilizza largamente gli
archivi russi (oggi però sono blindati), ricostruisce la storia del primo «campo
a destinazione speciale» nel monastero Soloveckij, situato su un'isola nella
parte sud-occidentale del Mar Bianco. Questo «campo», che ospitò inizialmente
aristocratici, intellettuali, preti, «borghesi», artisti, dissidenti e comunisti
considerati non in linea col partito, e poi anche contadini, a partire dagli
anni ’30, farà parte di una rete di 476 complessi concentrazionari: il Gulag.
L'esperienza delle Solovki influenzerà per oltre sessanta anni la società
dell'Urss; quasi un uomo su sette sperimenterà i lager del regime comunista per
un periodo più o meno lungo. L'«armata del lavoro», teorizzata da Trockij nel
1918, venne poi realizzata da Lenin e ampliata successivamente da Stalin.
Migliaia e migliaia di esseri umani ridotti in schiavitù costretti ai lavori
forzati, mutilati e uccisi (anche mediante l'uso di armi batterioloogiche). Il
campo delle Solocvki arrivò ad ospitare 70 mila detenuti e nel solo 1937 furono
eseguite 2000 fucilazioni. Purtroppo ancora oggi si sconoscono le cifre
complessive dell'arcipelago gulag, che - a seconda degli autori - può arrivare a
50 o 70 milioni di vittime. Questo libro, per la prima volta, documenta in modo
inconfutabile gli orrori del regime comunista sovietico nell'isola delle Solovki.
Un omaggio dunque alle vittime dello stalinismo e dell'intera stagione del
comunismo, ancora oggi dolorosamente dimenticata in Russia e nello stesso
Occidente. Dai crimini storici dell'Urss a quelli di oggi della Russia post
comunista. Il 15 luglio 2009 Natalija Estemirova, attivista per i diritti umani,
viene rapita a Groznyi e uccisa. La giornalista austriaca, Susanne Scholl,
l'aveva incontrata due anni prima per intervistarla. Ora questa testimonianza,
insieme a quella di numerose altre donne cecene, si trova nel libro Ragazze
della guerra (Voland edizioni). Si tratta di un racconto a molte voci: un
racconto di donne cecene, provate dal dolore e dalle tragedie della guerra,
senza dimenticare il trauma subito dall'uccisione di Anna Politkovskaia. Erano
numerose le donne di Groznyi che conoscevano il coraggio di questa paladina dei
diritti umani. La ferita è diventata più profonda dopo l'assassinio di Natalija.
Susanne Scholl è stata per anni corrispondente da Mosca della televisione
austriaca. Per i suoi reportage sulla Cecenia ha subito ripetute minacce, anche
l'arresto nel 2006. Ma a subire persecuzioni, torture e arresti sono anche i
giornalisti iraniani (e occidentali) che si sono trovati a Teheran nelle
manifestazioni popolari contro Khamenei e Ahmadinejad. A raccontarci tutto
questo, insieme alla nascita del movimento dell'Onda verde, è un giornalista
italo-iraniano, Ahmad Rafat, autore del libro Iran - La rivoluzione online (Cult
editore). L'autore - che è corrispondente dall'Italia di Voice of America -
ripercorre anche l'antefatto delle manifestazioni del giugno scorso, quando
dieci anni fa gli studenti fecero conoscere il forte malcontento che serpeggiava
nel Paese, una rivolta soffocata nel sangue. Rafat sottolinea la grande
importanza di Internet nell'organizzazione delle rivolte popolari: un mezzo di
comunicazione fondamentale interno e internazionale, per sensibilizzare il mondo
intero alla lotta di un popolo per liberarsi dalla tirannia degli ayatollah.
Infine, una segnalazione. Riguarda una ricerca storica di un giovane studioso,
Emanuele Aliprandi, che ha scritto 1915: cronaca di un genocidio (& MyBook).
L'autore ha compiuto un'attenta ricognizione dei giornali italiani del primo
Novecento per ricostruire la tragedia armena, cioè i massacri di un milione e
mezzo di esseri umani (donne e bambini compresi) da parte di mercenari, briganti
e soldati dell'Impero ottomano. L'origine del «Grande Male» viene rivissuto
nelle cronache dei giornali dell'epoca, smentendo quindi clamorosamente coloro
che ancora oggi affermano che «la gente non sapeva». Il primo genocidio del XX
secolo era quindi conosciuto; venne studiato da Hitler con interesse, perché
rappresentò un modello cui ispirarsi per la Shoah, così come era nota la
diaspora di quasi due milioni di armeni in tutto il mondo. Ma ancora oggi la
Turchia ostinatamente insiste nel negazionismo, anche se negli ultimi tempi
qualche breccia si è aperta, con l'ammissione delle prime responsabilità.
Evidentemente il forte desiderio di entrare nell'Ue comincia ad avere qualche
effetto. |