A proposito della centrale nucleare in Armenia... 

 

Gli armeni di Roma: «La comunità internazionale aiuti il nostro Paese a poter rinunciare al nucleare» 

 

ROMA. L’articolo pubblicato dalla vostra redazione e relativo alla progettanda costruzione di una nuova centrale nucleare in Armenia (vedi link), merita, a nostro avviso, alcune precisazioni. Nessuno ignora, anche all’interno della piccola e sismica Repubblica Armena, i rischi connessi alla presenza di un reattore nucleare. I temi della sicurezza ambientale e di una economia eco-sostenibile stanno, infatti, conquistando giorno dopo giorno l’interesse della popolazione.

Anche sul nostro sito della Comunità armena di Roma (www.comunitaarmena.it) e sul quindicinale da esso edito (Akhtamar on line) abbiamo ripetutamente affrontato tali argomenti. Il problema dell’Armenia è, tuttavia, strettamente connesso alla attuale situazione politica internazionale. Con il confine turco unilateralmente chiuso da Ankara, gli unici accessi del paese sono rappresentati dai valichi di montagna a nord con la Georgia ed a sud con l’Iran. Le pipe line petrolifere che dal Caspio portano il greggio alla Turchia oltrepassano a nord l’Armenia che si trova quindi in forte difficoltà di approvvigionamento.

L’unica quasi esclusiva forma di sostentamento energetico è rappresentata dalla vecchia centrale atomica di Metzamor per la cui chiusura si è già espressa anche l’Unione Europea. Il gasdotto russo è legato alle turbolenze ed ai conflitti locali delle province georgiane; mentre il gasdotto iraniano è in fase di costruzione ancorché già funzionante. Recentemente sono stati realizzati impianti di energia eolica e sono allo studio progetti per potenziare la risorsa idroelettrica.

Quando, dopo il terremoto del 1988, la centrale atomica fu chiusa per controlli e riparazioni, le foreste dell’Armenia furono utilizzate come combustibile per riscaldamento nei lunghi e rigidi inverni caucasici. Fortunatamente la situazione è ora cambiata ed il piano di riforestazione procede spedito e con successo.

In buona sostanza, l’Armenia, come tutti i paesi al mondo, non può fare a meno di energia. Sta alla comunità internazionale aiutare la piccola Repubblica a poter rinunciare al nucleare. Ed uno dei primi passi deve essere quello di spingere la Turchia ad eliminare un immotivato ed antistorico blocco economico. Un sostegno politico all’Armenia ed alle sue istanze è il mondo migliore per aiutarci ad eliminare i rischi del nucleare.

 

Consiglio per la comunità armena di Roma


 

La redazione di Greenreport ci ha dato ragione. 

 

 

Gli obblighi dell´Europa ambientalista e rinnovabile verso il Caucaso di Umberto Mazzantini  - Greenreport 

 

LIVORNO. Gli amici della Comunità armena di Roma ci pongono davanti ad una situazione nota, ma certamente diversa (e più drammatica) se guardata con i loro occhi e con la loro storia che deve fare i conti con il genocidio armeno da parte dei nazionalisti turchi, con l’Armenia sovietica, il conflitto del Nagorno-Karabakh che oppone il governo di Erevan all’Azerbaigian petrolifero e filo-turco.

A questo si aggiunge il “blocco” a nord della vicina Georgia che ha a che fare con lo strano indipendentismo dell’Abhasia e dell’Ossezia meridionale che chiedono, appoggiate e sostenute da Mosca, di diventare repubbliche autonome della Federazione Russa.

Una storia sanguinosa che ha portato al popolo armeno immense tragedie ed una diaspora dolorosa che, come dimostra anche questo intervento della comunità di Roma, ama disperatamente e disperatamente difende la sua Patria territorialmente erosa ed oggi assediata anche dalla guerra più moderna: quella energetica.

Anche gli amici armeni non si nascondono i pericoli del nucleare civile in un territorio fortemente sismico come il Caucaso e non si nascondono i problemi di obsolescenza del nucleare civile dell’epoca sovietica, ma pensano che, anche per evitare la devastazione delle foreste e di un paesaggio verso i quali gli armeni hanno da sempre un rispetto quasi sacrale, il nucleare sembra quasi una scelta obbligata.

La questione è dunque squisitamente geopolitica, più che energetica, ed è anche evidente che la Russia è più disposta a fornire ad Erevan tecnologia nucleare che a sviluppare energie rinnovabili sulle quali la lobby energetica moscovita ci pare a dir poco zoppicante e disinteressata, visto che il supermercato di gas, petrolio, carbone e nucleare è aperto notte e giorno ed attira sempre più affamati consumatori.

E’ anche evidente che il nucleare, civile e nucleare, sta sempre più diventando per molti Paesi in via di sviluppo o in difficoltà geopolitiche, una strada per uscire dalla crisi, rafforzare importanti alleanze o incutere timore a pericolosi e scomodi vicini. Gli esempi (con le dovute differenze di qualità della democrazia interna) non mancano: Iran, Corea del Nord, Pakistan e praticamente tutte le nuove potenze emergenti

Certo, vista dalla nostra comoda redazione livornese, la situazione sembra difficile ma abbastanza chiara, vista dalla parte degli amici armeni si tratta di sopravvivenza e probabilmente di prendere o lasciare.

Forse l’Unione europea dovrebbe occuparsi di più e meglio dell’ingarbugliata situazione del Caucaso, nel quale si sta giocando una partita non solo energetica (nella quale l’Ue è fortemente coinvolta come ambito consumatore), ma anche etnico-politico-religiosa che ha i suoi punti di frizione, le sue faglie sensibili, proprio in Cecenia, Georgia e Armenia.

L’Unione Europea dovrebbe investire tutta la sua influenza politica ed economica sulla pace e puntare a diventare, anche in quello scampolo di lontana Europa che si confonde con l’Asia, davvero il leader mondiale delle energie rinnovabili ed il fornitore di nuove tecnologie per realizzarle e dell’efficienza energetica. Una cosa che servirebbe anche alla Turchia che nell’Ue vuole entrare ma che non è disposta ad ammettere il suo peccato originale: il genocidio degli armeni.

Forse aiutare piccoli Paesi con una grande e tragica storia come l’Armenia a diventare più liberi energeticamente potrebbe servire all’Europa a costruirsi davvero, a ripagare debiti, rimozioni e dimenticanze storiche, non costringendoli ad incamminarsi verso scelte che sembrano obbligate e possono diventare pericolose.