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Una
partita di calcio intanto potrebbe riavvicinare turchi e armeni
L'attenzione
dei media in Cina concentrata sugli aspetti diplomatici.
Sport
che unisce, sport che divide e sport che sembra essere sempre più
l’espressione diretta di equilibri geopolitici che cambiano. A pochi giorni
dall’inizio delle Olimpiadi, tutta l’attenzione dei media e dell’opinione
pubblica si concentra non tanto sugli atleti in gara, ma sull’aspetto
diplomatico. I Giochi di Pechino sono stati infatti anticipati da polemiche che
con le discipline sportive avevano ben poco a che vedere. L’ombra delle dure
contestazioni durante il passaggio della fiaccola per la situazione del Tibet ha
segnato lo svolgimento della XXIX Olimpiade dell’era moderna. In compenso, ha
fatto ricordare al mondo le tensioni delle edizioni del 1980 a Mosca e del 1984
a Los Angeles, quando l’umanità sembrava condannata a convivere con la Guerra
Fredda anche davanti a un evento nobile come i giochi olimpici.
Questa
volta in realtà potrebbe andare meglio. Tutto dipende dalle decisioni dei
Capi di Stato e se andranno o meno a Pechino all’apertura dei Giochi fissata
per l’8 agosto. Il presidente americano George W. Bush ha reso noto da tempo
che partirà alla volta della capitale cinese per assistere all’inaugurazione
e lo stesso farà il presidente francese Nicolas Sarkozy, motivato anche dalle
forti relazioni economiche che la Francia ha con il Celeste Impero. Il
presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non sarà presente, ma invierà come
rappresentante del governo italiano il ministro degli Esteri Franco Frattini. Ma
c’è chi teme nuovi problemi e corre preventivamente ai ripari. Agli atleti
australiani è stato chiesto di non esprimere opinioni politiche né dibattere
su questioni come il Tibet in pubblico, anche se il Presidente del Comitato
olimpico australiano, John Coates, ha tenuto a sottolineare la sua contrarietà
verso ogni forma di censura. Il Comitato internazionale Olimpico ha chiesto alla
Cina di tracciare una linea che demarchi le sfere di competenza tra politica e
sport, a sottolineare come ormai nuotatori e atleti rischiano di diventare
opinion leader dal potenziale esplosivo.
Se
nel Celeste Impero triathlon e salti con l’asta fanno tenere il fiato sospeso,
nell’est dell’Anatolia una partita di calcio potrebbe fare un miracolo.
Il presidente armeno Serzh Sargsyan ha invitato la sua controparte turca,
Abdullah Gül, ad assistere a una partita di fra le due nazionali che si terrà
a Yerevan, la capitale armena il 6 settembre, valevole per la qualificazione ai
mondiali del 2010 in Sud Africa. A dare la notizia è stato lo stesso portavoce
del presidente, Samvel Farmanyan. La Turchia ci pensa e il ministro degli Esteri
di Ankara, Ali Babacan, ha detto che la decisione dipenderà da come evolvono le
relazioni diplomatiche nel frattempo. Ma Gül è un convinto sostentitore del
riavvicinamento diplomatico a Yerevan già da quando era ministro degli Esteri e
se, come molti credono, accetterà l’invito, sarà la prima volta che un
rappresentante di governo turco varca il confine con l’Armenia, chiuso dal
1993. Le relazioni diplomatiche fra i due Paesi sono interrotte non solo a causa
della questione del genocidio armeno, dove le versioni turche e armene dei
massacri del 1915 sono così diverse da divenire inconciliabili, ma anche per la
questione del Nagorno-Karabakh e la guerra condotta da Turchia e Azerbaigian
contro l’Armenia, che aveva occupato la regione nel cuore del Caucaso.
Se
da una parte il mondo inizia a ruotare attorno a 5 anelli e a un pallone
dall’altra la geopolitica dello sport è influenzata dal mondo che cambia.
I recenti trionfi della Spagna nel calcio e nel tennis sembrano aver inaugurato
una nuova era. Nel pattinaggio artistico sul ghiaccio l’epopea d’oro di
Ekaterina Gordeeva e Sergei Grinkov e della scuola sovietica sembra stata
spazzata via dalla caduta del Comunismo, per lasciare spazio alla “dittatura
asiatica” delle coreane e delle cinesi, prima fra tutte Mao Asada e Kim Yu Na.
Occhi puntati sul medagliere, dunque, non solo per vedere chi vince, ma forse un
po’ anche chi comanda.
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