Enrico
Cisnetto, nel suo editoriale pubblicato su 'Il Messaggero' di lunedì 17
considera un grave errore non accogliere la Turchia in Europa e considera un
errore strategico il nuovo rinvio delle trattative con Ankara.
Nell'articolo
vengono passate in rassegna quattro buone ragioni per accelerare l'adesione
turca, compresa quella economica che sembra essere la più privilegiata fra i
fautori dell'allargamento della UE.
Quello
che colpisce, non sono tanto i motivi enunciati da Cisnetto e sulla cui
sostanza si potrebbe anche, in linea di massima, essere d'accordo;
quanto piuttosto sulla superficialità con la quale talune spinose questioni
(Cipro, curdi, armeni) vengano tout court archiviate o del tutto omesse
(diritti umani, libertà di informazione, libertà religiosa).
Quanto
alla questione armena, il perdurante atteggiamento negazionista di Ankara e la
chiusura unilaterale della frontiera con
la confinante Repubblica Armena
la rendono di stretta attualità. Non, dunque, una querelle riservata agli
storici, ma un problema politico e morale che tale si manterrà fin tanto che
la Turchia continuerà a negare il genocidio di un milione e mezzo di armeni.
Ed
in discussione non vi è solo il diritto alla memoria del popolo armeno ma lo
stesso futuro assetto dell'Europa: quale Turchia, infatti, dovrebbe far parte
del consesso europeo? quella che chiude le frontiere con un paese vicino,
quella che nega un genocidio, quella che - in nome del famigerato art. 301 del
codice penale - proibisce qualsiasi dibattito interno sull'argomento ed
arriva a processare scrittori (come il premio Nobel Pamuk), giornalisti,
editori e professori universitari?
Potrebbe
mai l'Europa accogliere al suo interno una Germania che neghi
l'Olocausto?
Piuttosto,
proprio i più accesi sostenitori del futuro europeo della Turchia dovrebbero
spingere per un reale cambiamento della società turca e per il raggiungimento
di standard di democrazia e civiltà che la portino a rivedere la propria
storia ancorchè dolorosa.
Continuiamo,
invero, a ritenere che l'Europa non sia fatta solo di PIL ed aride cifre
economiche e che sia ancora capace di non rinnegare quei principi di diritto e
di etica sui quali è stata fondata. Prendiamone atto.
Ufficio
Stampa - Consiglio Comunità Armena di Roma
"Il
Messaggero, Il Mattino, Il Gazzettino" lunedì 17 dicembre 2007
Quattro
buone ragioni per dire sì all’ingresso della Turchia in UE
Un
grave errore. L’ennesimo rinvio a data da destinarsi, a oltre due anni
dall’apertura delle trattative, del via libera all’ingresso della Turchia
nell’Unione Europea è un errore strategico che penalizza molto di più
l’Europa di quanto non faccia con
la Turchia
stessa. Ci sono almeno quattro buone ragioni, infatti, per consentire che il
paese oggi guidato da Erdogan diventi il 28mo stato membro della Ue.
Il primo è di natura geopolitica, e va ben oltre lo stretto interesse
continentale.
La Turchia
è oggi l’unico esperimento di paese islamico di stampo occidentale,
caratteristica che corrisponde perfettamente alla sua posizione geografica di
porta che collega Occidente e Oriente: non “sfruttare” questa condizione così
particolare per consentire all’Europa di dotarsi finalmente di una politica
nei confronti del mondo islamico, sarebbe esiziale.
La Turchia
è sempre di più un punto di riferimento del miliardo e mezzo di musulmani che
ci sono nel mondo, farla entrare nel club Ue significherebbe consentirle di
assumere la leadership della componente moderata, aiutando quest’ultima a
prevalere nei confronti di quella che parteggia per il terrorismo o comunque non
se ne dissocia. Non serve evocare, deprecandolo, il pericolo islamico, se non si
mettono in campo politiche adeguate a combatterlo. E se poi avesse ragione
Sergio Romano quando dice che
la Turchia
meno assoggettata agli Stati Uniti e a Israele ma pur sempre nella Nato come è
stato negli ultimi tempi ha un ruolo ancora più strategico per risolvere la
questione mediorientale e il problema Iraq, e più in generale per stabilizzare
il Mediterraneo, allora il ritardo di Bruxelles nell’accogliere Ankara –
figlio dell’ostracismo francese e dell’agnosticismo tedesco – assumerebbe
un carattere ancor più masochistico.
La seconda ragione per dire sì alla Turchia in Europa è quella di evitare che
Ankara si stanchi e guardi altrove. Vederla alleata sul piano politico-militare
con
la Russia
ora che Putin ha rinverdite le antiche tendenze imperialiste, o risucchiata da
altri paesi islamici verso posizioni integraliste, non sarebbe un gran guadagno.
E questo solo per la crisi diplomatica con Cipro, paese di cui avremmo potuto
fare volentieri a meno nella Ue, o per la vecchia questione armena ormai lontana
nel tempo, o infine per la più recente ma anche più controversa questione
curda (una parte di quella minoranza appoggia il partito di Erdogan)? Troppo
poco, visto la pericolosità del rovescio della medaglia. Anche perchè se
la Turchia
non fosse accolta in seno alla Ue – e qui siamo al terzo buon motivo per
farlo – non sappiamo quale strada prenderebbe il loro cammino verso un pieno e
consolidato regime democratico e laico. La disillusione, già ora palpabile
nell’opinione pubblica turca (in poco tempo i favorevoli all’ingresso nella
Ue sono scesi dal 75% al 50%), rischierebbe di provocare una pericolosa
involuzione sia sul fronte dello stato di diritto (i militari sono in agguato,
temono in molti) sia sul fronte religioso. Evitarlo, da parte di noi europei,
sarebbe una mossa una volta tanto lungimirante.
Infine, c’è una ragione di carattere economico che dovrebbe far scattare la
luce verde all’integrazione di Ankara.
La Turchia
, negli ultimi quattro anni, ha ottenuto risultati strabilianti, in taluni casi
tali da far arrossire le gote di noi italiani. L’elenco delle performance è
tanto interessante quanto impressionante. Dopo aver subito nel 2000-2001 la
crisi economica più grave dell’ultimo secolo – con una recessione del 9%,
un debito altissimo tanto da far entrare in zona rossa il rischio-paese, e
un’inflazione che ha toccato punte del 70% -
la Turchia
dal
2002 ha
inserito il turbo: il pil è aumentato del 300%, da 181 miliardi di dollari a
489 quest’anno e 520 previsti per il prossimo; il pil pro-capite è passato da
2600 a
6600 dollari (oltre 7 mila nel 2008); l’inflazione è scesa all’8,4%
(l’idea è di dimezzarla ulteriormente), la disoccupazione al 9,2%. E tutto
questo si è realizzato non a carico dei conti pubblici, che rispetto assai
meglio dei nostri i parametri di Maastricht: 40% il debito-pil (più che
dimezzato in 5 anni), 2% il deficit-pil. Se a ciò si aggiunge che il paese è
giovane (età media 29 anni, il 65% delle popolazione è sotto i 34 anni), che
il 70% delle riserve petrolifere mondiali sono immediatamente a est e a sud
della Turchia facendone un corridoio e un terminale di energia unico, e che gli
investimenti internazionali arrivano come se piovesse (l’
It
alia è il terzo partner commerciale della Turchia con oltre 14 miliardi di
dollari di interscambio), si capisce perchè oggi
la Turchia
è insieme a Cina, India e Brasile un paese di cui non si può fare a meno.
Cosa aspettiamo a prenderne atto?
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