Crisi tra Ankara e Parigi nel nome del Mussa Dagh di Alberto Rosselli - Il Borghese febbraio 2012

NON è ancora diventata legge, ma l’approvazione alla Camera bassa del Parlamento francese del testo che punisce la negazione del genocidio armeno ha già scatenato una crisi diplomatica con la Turchia. Mentre a Parigi migliaia di turchi hanno manifestato in segno di protesta, Ankara ha

gridato all’oltraggio (rammentiamo che ancora oggi il governo turco continua a disconoscere la storicità della strage armena, attuata dagli ottomani tra il 1915 e il 1916, causando in tal modo tensioni continue tra l’Unione Europea e il Paese anatolico) e ha annullato visite bilaterali, cooperazione politica e militare, ma non economica (le sanzioni contro Parigi non riguardano infatti gli scambi commerciali o le attività delle aziende francesi presenti in Anatolia, anche se Erdogan non ha escluso ulteriori misure restrittive.

Ed inoltre è passata subito al contrattacco, accusando la Francia di avere commesso in passato efferati delitti ai danni della popolazione algerina (mossa architettata ad arte per fare presa sugli oltre cinque milioni di musulmani residenti in Francia, N.d.R.). «Il presidente Sarkozy dovrebbe

tacere», ha tuonato il premier turco Recep Tayyip Erdogan. «Oltre il 15 per cento della popolazione algerina venne massacrata dai francesi tra il 1945 e il 1962. Si trattò di un genocidio. Buffo che oggi i Francesi preferiscano occuparsi della questione armena». E ancora: «Se Sarkozy non sa che c’è stato un genocidio in Algeria, può chiederlo a suo padre, Pal Sarkozy, che in quel Paese militò da legionario negli anni Quaranta» (per inciso, interrogato in proposito dalla stampa transalpina, il padre del presedente francese ha dichiarato di non essere mai stato in Algeria, N.d.R.).

Tornando all’oggi, va detto, comunque, che le speranze che il provvedimento (il testo, approvato lo scorso dicembre dalla maggioranza dei 41 rappresentanti dell’Assemblea Nazionale transalpina presenti in aula, prevede un anno di prigione e 45.000 euro di ammenda per chi neghi il genocidio armeno, che la Francia ha riconosciuto nel 2001) concluda il suo iter in Parlamento e diventi legge

prima della fine della legislatura sono comunque poche.

Anche per questo il premier turco Erdogan parla di mera mossa elettorale, sottintendendo il bisogno di Nicolas Sarkozy dei voti della nutrita comunità armena di Francia (circa mezzo milione di individui, concentrati in buona misura a Marsiglia, Lione e Parigi): «I tentativi di guadagnare voti facendo leva sulla turcofobia e sull’islamofobia solo per vincere le elezioni presidenziali in Francia per ambizioni personali suscitano preoccupazioni», ha detto Erdogan, «non solo nel nome della Francia, ma anche nel nome dell’Europa e dei suoi valori universali». Forte di un’economia in grande espansione e di un ruolo sempre più influente nel mondo arabo e in Medio Oriente, Ankara

pensa di non avere molto da perdere in una battaglia politica con Parigi, battaglia che ha conquistato, ovviamente, il posi plauso del governo armeno. «Quando i turchi sostengono che la legge contrasta con la libertà di espressione», ha detto Kiro Manoyan della Federazione Rivoluzionaria Armena, «non riconoscono che si tratta di una decisione presa in un quadro europeo, che riguarda tutti i genocidi; i Paesi europei dovrebbero adottare simili leggi». Secondo l’esecutivo di Yerevan, ma anche sulla base di stime internazionali, corroborate da tonnellate di documenti,

furono circa 1.500.000 gli Armeni ortodossi e cattolici massacrati (assieme a 350.000 Greci ortodossi del Ponto e a migliaia di cristiani caldei e assiri) durante la Prima Guerra Mondiale, entro i confini dell’Impero Ottomano, attraverso una politica di genocidio (di qui il termine, Medz Yeghern o «Grande male»), deliberata, ragionata, programmata e scientificamente portata a compimento dal Partito «modernista», «panturchista» e «panturanista» dei Giovani Turchi, capitanato dal triumvirato composto da Mehmed Talat Pascià, Ismail Enver e Ahmed Jemal. Circa

la scelta fatta dall’Assemblea, il presidente Sarkozy ha dichiarato di «non accettare lezioni da Paesi terzi», ma ha anche tentato, un po’ goffamente, di buttare acqua sul fuoco della polemica. «Rispettiamo le convinzioni dei nostri amici turchi. La Turchia è un grande Paese, una grande civiltà che, tuttavia, deve a sua volta rispettare le nostre scelte assembleari». E ha aggiunto, palesando non molta chiarezza: «Penso, tuttavia, che questa iniziativa non fosse opportuna, ma il parlamento ha votato. Comunque sia, ora cerchiamo di riprendere rapporti pacifici con Ankara:

impresa difficile, ne sono consapevole, ma sono convinto che il tempo farà il suo lavoro»; concetto, quest’ultimo, ribadito, nella sostanza, anche dal ministro degli Esteri, Alain Juppé, da sempre favorevole a consolidare buoni rapporti con Ankara (ricordiamo a questo proposito che il

volume bilaterale degli scambi ha raggiunto nel 2011 i 12 miliardi di euro), al punto da dissociarsi pure lui dal voto dell’Assemblea. Appena eletto, nel 2007, Sarkozy dichiarò che «la Turchia si trova in Asia Minore, non in Europa, e che l’Ue è aperta alle sole candidature di Paesi europei».

La malcelata antipatia del presidente francese per la Turchia e il desiderio di alcuni deputati della regione di Marsiglia di aggiudicarsi il sostegno della locale numerosa comunità armena a quattro mesi dalle elezioni presidenziali e legislative, hanno forse contribuito a creare la querelle franco-anatolica.