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NON è ancora diventata legge, ma l’approvazione
alla Camera bassa del Parlamento francese del testo che punisce la negazione del
genocidio armeno ha già scatenato una crisi diplomatica con la Turchia. Mentre a
Parigi migliaia di turchi hanno manifestato in segno di protesta, Ankara ha
gridato all’oltraggio (rammentiamo che ancora oggi
il governo turco continua a disconoscere la storicità della strage armena,
attuata dagli ottomani tra il 1915 e il 1916, causando in tal modo tensioni
continue tra l’Unione Europea e il Paese anatolico) e ha annullato visite
bilaterali, cooperazione politica e militare, ma non economica (le sanzioni
contro Parigi non riguardano infatti gli scambi commerciali o le attività delle
aziende francesi presenti in Anatolia, anche se Erdogan non ha escluso ulteriori
misure restrittive.
Ed inoltre è passata subito al contrattacco,
accusando la Francia di avere commesso in passato efferati delitti ai danni
della popolazione algerina (mossa architettata ad arte per fare presa sugli
oltre cinque milioni di musulmani residenti in Francia, N.d.R.). «Il presidente
Sarkozy dovrebbe
tacere», ha tuonato il premier turco Recep Tayyip
Erdogan. «Oltre il 15 per cento della popolazione algerina venne massacrata dai
francesi tra il 1945 e il 1962. Si trattò di un genocidio. Buffo che oggi i
Francesi preferiscano occuparsi della questione armena». E ancora: «Se Sarkozy
non sa che c’è stato un genocidio in Algeria, può chiederlo a suo padre, Pal
Sarkozy, che in quel Paese militò da legionario negli anni Quaranta» (per
inciso, interrogato in proposito dalla stampa transalpina, il padre del
presedente francese ha dichiarato di non essere mai stato in Algeria, N.d.R.).
Tornando all’oggi, va detto, comunque, che le
speranze che il provvedimento (il testo, approvato lo scorso dicembre dalla
maggioranza dei 41 rappresentanti dell’Assemblea Nazionale transalpina presenti
in aula, prevede un anno di prigione e 45.000 euro di ammenda per chi neghi il
genocidio armeno, che la Francia ha riconosciuto nel 2001) concluda il suo iter
in Parlamento e diventi legge
prima della fine della legislatura sono comunque
poche.
Anche per questo il premier turco Erdogan parla di
mera mossa elettorale, sottintendendo il bisogno di Nicolas Sarkozy dei voti
della nutrita comunità armena di Francia (circa mezzo milione di individui,
concentrati in buona misura a Marsiglia, Lione e Parigi): «I tentativi di
guadagnare voti facendo leva sulla turcofobia e sull’islamofobia solo per
vincere le elezioni presidenziali in Francia per ambizioni personali suscitano
preoccupazioni», ha detto Erdogan, «non solo nel nome della Francia, ma anche
nel nome dell’Europa e dei suoi valori universali». Forte di un’economia in
grande espansione e di un ruolo sempre più influente nel mondo arabo e in Medio
Oriente, Ankara
pensa di non avere molto da perdere in una
battaglia politica con Parigi, battaglia che ha conquistato, ovviamente, il posi
plauso del governo armeno. «Quando i turchi sostengono che la legge contrasta
con la libertà di espressione», ha detto Kiro Manoyan della Federazione
Rivoluzionaria Armena, «non riconoscono che si tratta di una decisione presa in
un quadro europeo, che riguarda tutti i genocidi; i Paesi europei dovrebbero
adottare simili leggi». Secondo l’esecutivo di Yerevan, ma anche sulla base di
stime internazionali, corroborate da tonnellate di documenti,
furono circa 1.500.000 gli Armeni ortodossi e
cattolici massacrati (assieme a 350.000 Greci ortodossi del Ponto e a migliaia
di cristiani caldei e assiri) durante la Prima Guerra Mondiale, entro i confini
dell’Impero Ottomano, attraverso una politica di genocidio (di qui il termine,
Medz Yeghern o «Grande male»), deliberata, ragionata, programmata e
scientificamente portata a compimento dal Partito «modernista», «panturchista» e
«panturanista» dei Giovani Turchi, capitanato dal triumvirato composto da Mehmed
Talat Pascià, Ismail Enver e Ahmed Jemal. Circa
la scelta fatta dall’Assemblea, il presidente
Sarkozy ha dichiarato di «non accettare lezioni da Paesi terzi», ma ha anche
tentato, un po’ goffamente, di buttare acqua sul fuoco della polemica.
«Rispettiamo le convinzioni dei nostri amici turchi. La Turchia è un grande
Paese, una grande civiltà che, tuttavia, deve a sua volta rispettare le nostre
scelte assembleari». E ha aggiunto, palesando non molta chiarezza: «Penso,
tuttavia, che questa iniziativa non fosse opportuna, ma il parlamento ha votato.
Comunque sia, ora cerchiamo di riprendere rapporti pacifici con Ankara:
impresa difficile, ne sono consapevole, ma sono
convinto che il tempo farà il suo lavoro»; concetto, quest’ultimo, ribadito,
nella sostanza, anche dal ministro degli Esteri, Alain Juppé, da sempre
favorevole a consolidare buoni rapporti con Ankara (ricordiamo a questo
proposito che il
volume bilaterale degli scambi ha raggiunto nel
2011 i 12 miliardi di euro), al punto da dissociarsi pure lui dal voto
dell’Assemblea. Appena eletto, nel 2007, Sarkozy dichiarò che «la Turchia si
trova in Asia Minore, non in Europa, e che l’Ue è aperta alle sole candidature
di Paesi europei».
La malcelata antipatia del presidente francese per
la Turchia e il desiderio di alcuni deputati della regione di Marsiglia di
aggiudicarsi il sostegno della locale numerosa comunità armena a quattro mesi
dalle elezioni presidenziali e legislative, hanno forse contribuito a creare la
querelle franco-anatolica. |