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La difesa di
Jerevan la garantirà Mosca. Tutto come previsto, dunque, e preannunciato negli
scorsi giorni. Nella giornata di venerdì, 20 agosto, il presidente russo,
Dmitrij Medvedev, e quello armeno, Serzh Sargsjan, hanno siglato un nuovo
accordo militare che consente all'esercito russo la permanenza nel territorio
del Paese caucasico fino al 2044. Tecnicamente, le parti hanno prolungato un
precedente documento del 1995 che concedeva a Mosca il diritto di possesso, e di
utilizzo, di alcune basi nell'Armenia occidentale. Ma, de facto, il Cremlino non
solo ha garantito la presenza delle sue truppe per altri 34 anni, ma ha
aumentato i poteri esercitabili nell'area, e modificato lo scopo della missione
nell'area: garantire la sicurezza armena, e sorvegliarne i confini.
Non a caso,
l'esercito russo effettuerà esercitazioni costanti nella base di Gjurmi, a poca
distanza dalla frontiera con la Turchia. Inoltre, Mosca dislocherà nell'area, in
favore di Jerevan, armamenti all'avanguardia - intercettori di categoria C-300 e
velivoli militari MiG-29 - e speciali tecniche militari. De facto, il nuovo
accordo rafforza la presenza, armata, russa in uno scacchiere caldo e delicato,
ove Paesi una volta parte dell'URSS, ma ora indipendenti, come Georgia ed
Azerbajdzhan, sono visti da Mosca come pedine da mangiare per precisi scopi di
natura geopolitica ed energetica. Infatti, nell'area dovrebbe transitare il
Nabucco: gasdotto progettato da USA ed UE per trasportare oro blu di provenienza
centroasiatica in Occidente, aggirando il territorio, e con esso la dipendenza
economica, ed il conseguente ricatto politico, della Russia.
Le fonti ufficiali del Cremlino tendono a minimizzare la portata dell'accordo.
Alla televisione armena, il ministro della difesa della Federazione Russa,
Sergij Lavrov, ha dichiarato che nulla cambierà e che il ruolo dei soldati di
Mosca sarà sempre il medesimo. Più esplicite, e chiare, le parole del
presidente, Dmitrij Medvedev, al momento della firma dell'accordo: "il compito
della Federazione Russa, in quanto principale Stato nell'area, è il
rafforzamento della sicurezza e della crescita economica di quei Paesi
bisognosi. La sicurezza di Jerevan - ha continuato - non è altro che la
manifestazione della nostra volontà di mantenere pace ed ordine".
La calma di Lavrov, e la freddezza di Medvedev, contrastano con l'entusiasmo con
cui, al contrario, Jerevan ha commentato l'accordo. Il presidente armeno, Serzh
Sagsjan, ha salutato positivamente l'incremento della presenza russa nell'area,
utile per la sicurezza del Paese da lui presieduto. Personalità governative
hanno precisato che i russi potranno contribuire alla risoluzione della partita
con il vicino Azerbajdzhan per il Nagorno-Karabakh: regione contesa militarmente
nell'omonimo conflitto del 1987-1994, oggi repubblica autonoma non riconosciuta,
ufficialmente azera, ma etnicamente a maggioranza armena.
A conferma di ciò, le dichiarazioni del rappresentante del Partito Repubblicano,
Eduard Sharmanazov, entusiasta della rinnovata alleanza con Mosca in chiave
anti-azera. "L'accordo - ha dichiarato a Radio Liberty - esclude la possibilità
da parte dell'Azerbajdzhan di riprendersi militarmente il Nagorno-Karabakh. I
russi - ha continuato l'esponente del partito di governo a Jerevan - ci hanno
promesso che si prenderanno cura della pacificazione dell'area".
Naturalmente differente la reazione azera, che ha accolto la notizia con estrema
preoccupazione. Il ministero degli esteri di Baku si è appellato affinché Mosca
rispetti gli impegni internazionali, e non utilizzi la base di Gjurmi contro l'Azerbajdzhan.
In seguito, ha diffuso una nota con cui ha ricordato che Baku ha mantenuto
sempre un atteggiamento costruttivo, volto alla risoluzione pacifica della
questione. Senza l'impiego, né, tantomeno, la minaccia, dell'intervento bellico.
Maggiormente diretto il messaggio dell'ex consigliere del presidente azero, Vafa
Gugulaza. "Da oggi - ha spiegato, sempre a Radio Liberty - il territorio armeno
è territorio russo. E la Russia aumenta la sua presenza militare a Jerevan
contro la NATO, contro gli USA e contro di noi [Azerbajdzhan, n.d.a.] Il tutto,
in vista di un possibile conflitto armato con l'Iran, per avere le proprie forze
armate già nell'area, dislocate in Armenia, nella russa Armenia. Meglio, nel
territorio russo dell'Armenia. Non bisogna fidarsi delle parole di Lavrov e
Medvedev. Il disegno è preciso".
Tuttavia, sono molti tra gli esperti ad evidenziare che, in realtà, il vero
obiettivo dell'accordo, oltre alle ragioni geopolitiche già riportate, non
sarebbe l'Azerbajdzhan, ma la Turchia. Come sottolineato dall'esperto di
tattiche militari, Paul Felgengauer, il rinnovo della presenza dei soldati russi
in Armenia non è motivato dal conflitto con Baku, ma è un messaggio chiaro e
secco lanciato ad Ankara per scongiurarne ogni futuro possibile intervento
nell'area, considerata appannaggio di Mosca.
"Non è un caso - ha evidenziato - che il Cremlino abbia scelto di rinnovare la
presenza nella base di Gjurmi, a venti chilometri dal confine con Ankara.
Posizionando le sue basi militari nelle regioni separatiste georgiane, Abkhazija
ed Ossezia Meridionale - ha continuato - ed incrementando i suoi diritti in
Armenia ha una presenza militare davvero considerevole, a ridosso di due Paesi
NATO o vicini ad essa, quali Turchia e Georgia".
Matteo Cazzulani |