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Egregio Direttore,
sul numero del 22 c.m. nell’articolo Turchia in Europa la grande
occasione, Enrico Cisnetto affronta, con dovizia di dati, tutte le buone ragioni
per spalancare al più presto le porte dell’Europa alla Turchia.
Non è la prima volta che il giornalista si produce in tali,
sicuramente disinteressate, perorazioni pro Ankara.
Quello che continua a stupirci è, a prescindere dalle
informazioni meramente economiche, la superficialità con la quale vengono
trattati altri argomenti che forse esulano dalla competenza specifica di
Cisnetto ma che, tuttavia, rivestono una particolare rilevanza nella visione dei
rapporti tra Turchia e Unione Europea.
E ci sorprende
che un quotidiano prestigioso, qual è il Messaggero, pubblichi sic et
simpliciter tali valutazioni addirittura in prima pagina.
In buona
sostanza, secondo l’estensore del pezzo, tutti gli ostacoli all’ingresso europeo
della Turchia si traducono in semplici questioni tecniche e come tali facilmente
superabili; la Turchia, sempre secondo Cisnetto, ha un size (?) in grado di
fornire un ruolo aggiunto all’Unione e la sua leadership è in grado di offrire
una vision migliore rispetto alla vecchia classe politica di Bruxelles.
La questione armena, poi, è liquidata alla stregua di una scomoda
e fastidiosa incombenza ma – assicura sempre Cisnetto – Ankara non ha paura di
confrontarsi con il passato ed avrebbe già dato ampia disponibilità ad
affrontare la questione.
Non possiamo, però, accettare che tali semplicistiche – e false –
affermazioni trovino cassa di risonanza sul Suo giornale.
Soprattutto a due giorni dalla Giornata della Memoria armena (24
aprile) nella quale milioni di armeni in tutto il mondo (e non solo loro, per
fortuna) commemorano l’inizio del Metz Yeghern, Il Grande Male.
Ci dirà che in Italia, per fortuna, c’è quella libertà di
pensiero ed informazione che altrove, Turchia compresa, manca del tutto o in
parte.
Ma ci permetterà di considerare quantomeno imbarazzante la
superficialità con la quale il Suo quotidiano affronta in tale frangente
particolare la questione armena, e che, indirettamente,si traduce in un insulto
che il quotidiano della capitale rivolge ai milioni di cristiani armeni che in
questi giorni ricordano Il Genocidio e che purtroppo debbono ancora fare i
conti con il negazionismo turco.
Ci auguriamo che “Il Messaggero” voglia dare un segnale chiaro ai
suoi lettori e correggere l’impostazione dell’articolo.
A Cisnetto ricordiamo che, ancora oggi, qualsiasi suo collega
giornalista, scrittore od editore che in Turchia voglia affrontare la questione
del Genocidio armeno viene processato e condannato ai sensi del famigerato art.
301 del codice penale. Oppure ammazzato, come accaduto ad Hrant Dink.
Ma questo forse per Cisnetto non è un problema.
Distinti saluti
Redazione
www.comunitaarmena.it
Turchia in
Europa la grande occasione - Il Messaggero 22.04.09
di ENRICO CISNETTO
LA TURCHIA deve o no entrare
nell’Unione Europea? Sono passate due settimane dalla storica visita di Barack
Obama a Praga, quando il neo-presidente Usa si è speso senza mezzi termini
perché Ankara entri tra i Ventisette. E ieri, nella stessa capitale ceca, si è
tenuto l’ennesimo vertice tra l’euroburocrazia e la missione turca, guidata dal
ministro per gli Affari Europei, Egemen Bagis. Quest’ultimo il vero artefice,
nel governo turco, dei negoziati di adesione ha ribadito che non mollerà la
presa. Ma, purtroppo, è già chiaro che anche quest’incontro non sarà
determinante: ufficialmente per l’impasse in cui versano questioni specifiche
(come la vicenda Cipro e il mancato soddisfacimento dei requisiti su regime
fiscale e libertà sindacale), in realtà per la contrarietà politica di alcune
cancellerie, prima fra tutte quella francese.
A questo punto, però, mentre perdura l’impasse, è lecito porsi una domanda:
quali sono oggi i criteri applicabili per valutare i requisiti di un aspirante
euro-membro? È ancora concepibile, in particolare, subordinare l’ingresso di un
Paese a “techicalities” pur importanti, o è invece il caso di superarle
pragmaticamente anche alla luce del nuovo paradigma che il terrorismo post-11
settembre e la crisi economica hanno imposto? Io credo sia decisamente fondata
questa seconda ipotesi, e penso in particolare a due fattori che sarebbero
massimamente da tenere in considerazione, naturalmente dando per scontato le
garanzie circa il rispetto della democrazia, dell'“acquis comunitario” e
dell’economia di mercato, ovvero i tre paletti ufficiali di Maastricht. Primo:
il Paese candidato ha un “size” e un ruolo economico e politico in grado di dare
un valore aggiunto all’Unione? Secondo: possiede una leadership politica in
grado di offrire una “vision” supplementare alla pericolante casa europea? A
entrambi questi requisiti la Turchia del 2009 risponde perfettamente. Sul piano
economico, vorrei ricordare qualche dato: dopo aver subìto, nel 2000-2001 la
peggior crisi degli ultimi due secoli, con una recessione del 9%, un debito
pubblico schizzato alle stelle, un’inflazione al 70%, dal 2002 Ankara ha messo
il turbo. Con un pil che da allora è cresciuto del 410%, passando da 181 a 741
miliardi di dollari del 2008, un pil pro-capite passato da 2.600 a 7.800 dollari
(+300%), con un’inflazione scesa dal 70% al 10,1%, il tutto realizzato non
affossando i conti pubblici, che fanno sfigurare pure un membro fondatore
dell’Ue come noi: basti pensare che il rapporto debito-pil, dimezzato negli
ultimi cinque anni, è oggi al 44%, mentre il pil 2009 scenderà presumibilmente
del 3,6%, meno dunque dell’Italia e della Germania che avranno un rosso tra il
4% e il 5%.
Sul fronte della leadership, oggi Ankara ha una classe politica moderna, a suo
agio nei grandi consessi internazionali, che non ha paura di confrontarsi su
tabù del passato come la questione armena, ma che chiede però ai suoi
interlocutori di guardare piuttosto al futuro che non al passato. E non c’è solo
il premier Erdogan: accanto a lui vi sono personalità in ascesa come il ministro
per l’economia Mehmet Simsek, ex banchiere responsabile dell’area mediterranea
di Merrill Lynch, ma soprattutto il giovane e brillante Bagis, che anche a Praga
è stato il “direttore d’orchestra”. Già interprete ed uomo-ombra del premier,
poi capo dei negoziatori per la questione europea, Bagis è oggi il volto nuovo
del potere turco. Egli non solo è il più strenuo sostenitore della direttrice
Ankara-Maastricht, ma è anche l’interlocutore laico e moderno su cui puntano le
cancellerie occidentali, per non parlare delle aziende molte delle quali
italiane che guardano con interesse a quel Paese sia perché cresce e si sviluppa
sia perché può io direi deve diventare l’anello di collegamento tra Europa e
Asia, tra Islam moderato e Medioriente instabile. Un ruolo che già svolge, con
successo, dal punto di vista geo-economico e strategico, e che la politica
dovrebbe semplicemente limitarsi a replicare sui terreni suoi propri. Pensiamo
solamente all’energia: qui, Ankara è già oggi Paese-chiave per il transito di
gas e petrolio, con due progetti della massima importanza quali l’oleodotto
Baku-Cehyan e il gasdotto Baku-Erzerum. Non solo: in caso di miglioramento dei
rapporti con l’Iran, la Turchia potrebbe diventare sbocco naturale per enormi
quantitativi di gas naturale diretti verso l’Europa.
Certo, si dirà, non esiste solo l’economia, ci sono altri valori. Vogliamo
parlare ancora una volta della questione armena? Bagis ha annunciato la totale
apertura degli archivi di Stato agli storici. La lotta al terrorismo? È di ieri
la notizia di una delle più grandi operazioni anti al-Qaeda mai realizzate,
sempre in Turchia: che differenza, dunque, con altri Paesi islamici (vedi il
Pakistan) che ufficialmente collaborano ma che in realtà offrono sponde ai
terroristi. Si potrebbe andare avanti per pagine: ma ciò che appare chiaro è che
la Turchia soddisfa già oggi i requisiti per entrare a pieno titolo nel novero
dei Ventisette. Certo, si tratta di requisiti aggiornati a necessità impellenti
che riguardano struttura economica, leadership, valore aggiunto in termini di
energia, sicurezza, stabilità. Purtroppo, anche questo vertice non sarà
risolutivo, e sulla base di tecnicismi da euro-burocrati si maschererà per
l’ennesima volta un concetto ancora metternichiano di un’Europa da Santa
Alleanza. Peccato, sarà un’altra occasione sprecata, e continuerà ad esserlo
finché non si capirà che un’Europa senza Turchia è oggi più pericolosa e carente
che non una Turchia senza Europa. |