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Mia madre aveva un’amica armena, Tanya Balian, che
per Pasqua preparava una grande treccia fragrante, il cui profumo si sentiva per
tutte le scale del condominio. Si chiama corég ed è simile al sirnice che si fa
in Dalmazia. Solo che il pane pasquale della signora Balian era più buono.
Un popolo che ha vissuto la diaspora ha bisogno di
frugare nei ricordi di tutti i membri della comunità per ricomporre la sua
storia. Quella armena ha una data indelebile: il genocidio del 1915. A volte
l’uscita di un libro o di un film aiuta a rispolverare la memoria collettiva. Ma
l’esule non ha bisogno di film o di libri per ricordare. L’esule vive del suo
passato e con la forza del ricordo ricostruisce tutti gli incastri.
È quello che ha cercato di fare Sonya Orfalian,
un’armena nata in Libia e trapiantata a Roma. Sonya è un’artista e per
riordinare la diaspora del suo popolo ha scelto di partire dalla cucina. Il
libro
La cucina d’Armenia (Ponte alle Grazie 2009) raccoglie ricordi, ricette,
usanze e consigli: tutto il vissuto di una comunità piccola, complessa e
discreta.
La lettera capovolta
L’appuntamento con Sonya è nella sua casa romana alla Magliana. Le pareti sono
impreziosite dai suoi quadri, talmente essenziali da sembrare giapponesi. Il
pavimento è abbellito da un tappeto che riprende un suo disegno con le lettere
dell’alfabeto armeno. Mi racconta che i tessitori l’hanno rimproverata perché
per motivi estetici ha capovolto una lettera. Ma Sonya conosce bene l’alfabeto
armeno. Ha imparato a leggere la lingua dieci anni fa, prendendo lezioni a casa
di un’amica iraniana, anche lei figlia della diaspora armena.
Mi racconta anche del suo bisnonno paterno che
lavorava in Sudamerica e di suo nonno che si è trasferito a Gerusalemme ai tempi
dell’impero ottomano. Suo padre è nato là, mentre sua madre è nata in una
comunità di rifugiati armeni ad Aleppo, in Siria. La saga della famiglia
Orfalian è poi continuata in Libia, dove Sonya ha frequentato la scuola
italiana.
In una diaspora così lunga e imprevedibile, una
società può sopravvivere solo raccontandosi. Nella diaspora armena la chiesa ha
svolto il ruolo dello stato ed è stata un rifugio sicuro per la comunità. Come
l’isola di San Lazzaro dei padri mechitaristi a Venezia, che oltre a museo e
biblioteca, ospitava una stamperia che riproduceva testi in trentasei lingue.
Quando vado a Venezia, dormo al collegio armeno di Moorat Raphael, a Dorsoduro,
che in passato è stato un asilo per poeti e scrittori armeni.
L’ingrediente segreto
Poi parliamo degli armeni a Roma, ormai poche migliaia di persone. Il loro punto
di riferimento è la chiesa di san Nicola da Tolentino, vicino al Pontificio
collegio armeno. La comunità pubblica anche la rivista quindicinale
Akhtamar, che si concentra sulla cultura di questo popolo. In Italia
esistono comunità armene a Venezia, Milano, Padova e Roma, mentre in passato c’è
stata una significativa presenza armena anche a Livorno, Taranto e Bari.
Sonya si alza e prende dall’armadio una sua
scultura. Ha la forma di una pagnotta ed è fatta di marmo travertino. È come se
dentro la scultura fosse impastata tutta la storia del suo popolo. Prima di
salutarci le chiedo la ricetta del corég. Mi spiega che bisogna aggiungere
all’impasto un cucchiaio di maleppo macinato. È il seme che si trova dentro il
nocciolo di un ciliegio selvatico che cresce in oriente. Ecco perché il pane
pasquale della signora Balian era così speciale. Sarah Zuhra Lukanic
Sarah Zuhra Lukanic è una scrittrice nata in Croazia nel 1960. Vive a Roma dal
1987. |