|
Roma 27.11.09
Sala delle Cerimonie
Pontificio Collegio Armeno
Credo che veramente dobbiamo
essere grati a Emanuele Aliprandi per il dono che ha fatto alla storia del
Genocidio degli Armeni, e a noi, di questo libro. E’ un’opera preziosa. In primo
luogo perché è unica; almeno per quanto riguarda la nostra lingua. Non so se in
altri paesi che hanno conosciuto – come la Francia, per esempio – un grande
afflusso dei sopravvissuti del Metz Yegern, il Grande Male, qualcuno abbia messo
mano a un’opera del genere. Ma certamente in Italia è unica.
La letteratura su quello che è
stato definito, ben a ragione, il primo genocidio di uno dei secoli più
sanguinosi della storia umana, e soprattutto il primo genocidio “scientifico”,
modello e ispirazione per altri crimini del genere è molto ricca.
Anche in lingua italiana,
ormai, a differenza di soli quindici anni fa, è possibile trovare una
bibliografia sufficiente a orientare e informare un lettore nuovo al tema. Ma a
parte qualche accenno sporadico all’interno di opere di carattere più generale
mancava completamente, finora, un libro che ci raccontasse come l’informazione
nel nostro paese (con frequenti riferimenti anche agli organi di stampa delle
altre nazioni) avesse vissuto la cronaca del “Metz Yegern”, il Grande Male, la
distruzione degli Armeni in tutto il Medio Oriente ottomano, e in Anatolia e
Cilicia, soprattutto.
Chi si è interessato
dall’esterno del problema del genocidio armeno, come chi vi parla, e
naturalmente chi l’ha vissuto e lo vive nella memoria e nelle esperienze
personali della sua famiglia, ha potuto subito rendersi conto di quello che è il
maggior punto di sofferenza, oggi, della questione. E cioè un atteggiamento
negazionista che rasenta, quando non lo oltrepassa, il confine della
provocazione da parte del governo turco di adesso, forte di alcune lamentevoli e
impressionanti (da un punto di vista morale) complicità internazionali, che
ancora si perpetuano. In termini pratici questo atteggiamento ha come ricaduta,
all’interno della Turchia, e nei confronti dei visitatori di quel bel paese, una
strategia della menzogna e della negazione; non solo relativa all’esistenza del
fatto in sé, quanto anche delle presenze di etnie e religioni – armeni, siriaci,
greci – radicate sul territorio ben prima della conquista delle stirpi di razza
turca, e molto attive, a ogni livello della vita sociale, culturale ed economica
fino a tempi recenti.
Questa cancellazione della
memoria ha effetti pratici ora, e da ora verso il futuro. Fornisce il supporto
pseudo culturale alle forme di vessazione, discriminazione e intolleranza, fino
al crimine (Hrant Dink, don Santoro e numerosi altri ne sono purtroppo l’esempio
sanguinoso e attualissimo) praticate e presenti, a ogni livello, nella società
turca. Cioè di un paese che desidera veder riconosciute le sue aspirazioni
europee.
Anche in questa ottica, così
attuale, e che i recenti sviluppi dei rapporti turco-armeni non fanno che
esaltare (nella speranza che non si tratti solo di azioni di propaganda, ma
portino a reali prese di coscienza, assunzioni di responsabilità e gesti
effettivi di riconciliazione e perdono) il paziente e ricchissimo lavoro di
Emanuele Aliprandi è prezioso.
Esso testimonia di vari
elementi. Il primo è che negli anni della guerra, e in quelli immediatamente
successivi, a differenza di ciò che sostengono i negazionisti, la percezione
dell’orrore avvenuto in quelle regioni era presente e forte, e le mancavano solo
le cifre (quelle che un recente lavoro sugli appunti di Talaat Pascià ha
rivelato, con buona pace dei negazionisti); tanto più notevole, questa
percezione, in quanto non avveniva in un tempo di pace, ma nel pieno e
nell’immediato seguito di una tragedia mondiale (“l’inutile strage” denunciata
da Benedetto XV) che aveva riempito di cadaveri l’Europa. In un momento cioè in
cui la sensibilità verso i drammi altrui, per quanto grandi, poteva, e sarebbe
stato anche umanamente comprensibile, essere attutita dai dolori vicini.
Quindi i giornali, e le
persone che li leggevano, erano ben consapevoli che si era svolta una tragedia,
in quella parte del mondo. Non solo. Dalla lettura di molti degli articoli che
Aliprandi con cura certosina ha fatto rivivere nella loro attualità, si capisce
che anche le dimensioni, almeno nella sua portata generale, della tragedia
furono immediatamente chiare. Non si trattava, come affermano gli storici al
servizio degli interessi politici di un governo, di trascurabili movimenti
dovuti alle difficoltà oggettive del paese in guerra. Era ben altro, e questo
appare chiaro.
Non esisteva ancora la parola
“genocidio”, perché la definizione creata da Raphael Lemkin (“distruzione di una
nazione o di un gruppo etnico con un piano coordinato di differenti azioni
miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali,
per annientare questi gruppi stessi”) verrà molto più tardi. Ma anche se mancava
il termine, così preciso, e così odiato, proprio per questo dai negazionisti,
quelli usati dai cronisti dell’epoca evocano tutta l’ampiezza del dramma in
corso, senza possibilità di equivoci e di ambiguità. E con altrettanta chiarezza
documentano come lo sterminio ebbe come vittime, indistintamente, tutti gli
armeni; non solo quelli che potevano, a torto o a ragione, essere sospettati di
intelligenza con il nemico. E’ indicativo di tanta chiarezza (e questo va a
onore dei colleghi giornalisti di quasi un secolo fa) un articolo de “Il Secolo”
del 1 settembre 1915, che scrive: “I bollettini quotidiani della grande guerra,
la quale assorbe l’attenzione del mondo civile, distolgono il pensiero dagli
episodi di politica interna, che in altri tempi sollevavano l’indignazione della
stampa liberale. Così passano inosservati o rimangono ignoti i massacri, che
nelle regioni orientali del dominio turco si riproducono da qualche tempo e
sembrano rispondere a un piano prestabilito. Parlo degli Armeni, di questo
popolo martire che da trent’anni la diplomazia europea venne illudendo con
promesse di riforme che essa avrebbe saputo imporre al Governo turco, ma che non
furono mai nemmeno tentate”. Abbiamo tutti gli elementi della tragedia: la
guerra come cortina dietro la quale perpetrare lo sterminio, l’evidente – sin da
allora percepita – programmazione dello sterminio, e l’inefficacia dell’Europa.
Quella di ieri, di evitare o ridurre lo sterminio. Quella di oggi, inefficace e
rinunciataria nell’imporre con fermezza al governo turco di guardare con
oggettività nella storia recente del paese. Governo che invece, con l’art. 301
del Codice Penale, cerca di impedire alle poche coraggiose voci libere di
levarsi a difesa della verità storica, quando non sono le pallottole degli
estremisti, collusi con le forze dell’ordine, a farle tacere, come nel caso del
giornalista di origini armene Hrant Dink.
Il libro di Aliprandi è
veramente prezioso anche per questo: perché ci impedisce di vivere nella beata
illusione che tutto ciò è accaduto, e in seguito non si è fatto nulla o quasi,
perché i contorni del dramma erano evanescenti, opachi. Non è così: dalle
corrispondenze dei giornali italiani, che spesso riprendevano quelle straniere,
svizzere per esempio, che fruivano di informazioni precise e non di parte (la
Svizzera era neutrale, nel conflitto) è evidente che i politici sapevano; che la
Germania era complice (e infatti censurava il tema, all’interno, e i missionari
protestanti tedeschi passavano le informazioni agli svizzeri); e che la grande
politica, nel primo dopoguerra, ha registrato un altro dei suoi fallimenti.
Questa volta, certamente, non imputabile all’ignoranza dei fatti. La speranza è
che la grande politica di oggi, quella dell’Europa Unita, così sensibile ai temi
etici, non voglia avallare gli errori e le inadempienze di un secolo fa con un
oblio che avrebbe l’amaro sapore della complicità. |