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Presentazione
e intervista all'autrice
di Ninni Radicini
La storia personale e collettiva e' un tratto incancellabile nella esistenza
di ogni uomo. Si puo' cambiare vita, luogo, esteriorita' ma
tutto quanto abbiamo vissuto e quanto hanno vissuto i nostri avi
continuera' a essere presente nella nostra mente e in ogni nostra
attivita'. Continuera' a esistere, anche se intorno c'e' il silenzio.
Come i versi sopravvivono alla morte del poeta, la memoria supera la
volonta' di elusione volgarmente finalizzata all'interesse materiale.
Inutile pretendere di violare l'unica fortezza eternamente inviolabile.
Jean-Jacques Varoujean ha difeso la memoria e lo ha fatto con la parola,
dimostrando che la leggerezza di un segno puo' contrastare
il ciclope della distruzione. Perche' il "Grande Male",
in ogni tempo, e' quello sofferto da uomini e donne ridotti a pietre di una
strada da asfaltare.
Jean-Jacques Varoujean (Varoujean Ouzounian, 1927-2005) e' nato in Francia, a
Marsiglia, da genitori armeni scampati al Genocidio
compiuto dai turchi tra il 1915 e il 1923. Negli anni '50 lavora come
direttore di scena e assistente regista di Pierre Fresnay e di Francois Perier,
poi giornalista, dall'inizio degli anni '60 alla meta' dei '70, quindi come
autore di opere teatrali.
Intervista
a Daniela Baldassarra
- Qual'e' la trama di "La ville en haut de la colline"?
Malgrado il titolo a prima vista enigmatico, la lista dei personaggi che
ripropone i nomi di alcune figure mitiche e il luogo in cui si
sviluppa l'azione non lasciano alcun dubbio circa il tema di quest'opera.
Siamo di fronte a una delle numerose Orestiadi
contemporanee ispirate alle tragedie di Eschilo, Sofocle e Euripide.
Finita la guerra, un giovane soldato torna a Planitza, dove venti anni prima e'
nato da genitori a lui sconosciuti. Una indefinibile forza
lo spinge a scalare la collina per raggiungere la citta' e ricercare una
verità nascosta. Perché il Governatore ha ordinato agli abitanti di
cambiare nome? E perché questi hanno allora deciso di chiamare il
Governatore Egisto e la sua compagna Clitennestra? Oreste (e' il
nome che viene dato al soldato per entrare nella citta') si addentra
nella scoperta di un mondo a prima vista stravagante, assurdo,
apparentemente felice ma costruito su un crimine commesso dieci anni
addietro.
Da quel terribile momento, Planitza e' sprofondata nel buio, i testimoni hanno
ricevuto l'ordine di dimenticare e coloro che ricordano
sono considerati pazzi. Oreste andrà in fondo alla sua spietata ricerca:
abbatterà il muro della follia che protegge Planitza, scaverà
nelle memorie e costringerà l'assassino di suo padre a scontrarsi con la
menzogna, da lui considerata sino ad allora una forma perfetta di felicità.
- L'ermetismo del testo e' una caratteristica anche delle altre opere di Jean
Jacques Varoujean?
Si', la sua produzione e' sempre ermetica. Tutta la sua opera, e anche la sua
passata attivita' giornalistica, sono completamente
ossessionate dal Genocidio e dalla scomparsa intollerabile di questa
verita'. Spesso il crimine evocato non ' quello inflitto
all'Armenia, ma uno qualsiasi dei tanti terribili drammi che hanno
segnato la nostra storia.
- Come in "La ville en haut de la colline", fino a qualche anno fa
la tragedia del Genocidio era spesso sullo sfondo delle opere
artistiche degli autori armeni, come ad esempio nella cinematografia di
Atom Egoyan prima di "Ararat", film del 2002 in cui il
"Grande Male" (Metz Yeghern) e' trattato in modo diretto. Vi
sono testi di Varoujean in cui c'e' una rappresentazione immediata del Genocidio
o della seguente diaspora del suo popolo?
Il Genocidio non appare mai in maniera esplicita nelle opere teatrali di
Varoujean. E' sempre tra le righe. Un lettore/spettatore che si ferma al
"Testo in se'" senza conoscere il Metatesto, non ritrova assolutamente
tutte le implicazioni storiche ed emotive riguardanti il tema dell'Armenia, se
non fosse per qualche vago, impercettibile riferimento. Pero' Varoujean, oltre a
opere teatrali, ha scritto anche tre "libricini" che non hanno ne' la
forma di un dramma teatrale, ne' di un romanzo, ne' di un saggio. Sono una sorta
di sospiri dell'anima, simbolicamente chiamati 'Tentativi' ("Si c'est rond"
Tentative I; "C'est pas carre'" Tentative II; "2015"
Tentative III) in cui
l'autore 'Tenta' di spiegare perche' il mondo e' malato, gettando luce sul
Genocidio. Quello che non fa mai nei suoi testi teatrali.
- Per motivi di realpolitik, il Genocidio armeno, nonostante la enorme
rilevanza storica, e' stato per molti anni eluso. Di recente invece, anche
grazie allo sviluppo dei nuovi mezzi di comunicazione, e' arrivato a fasce di
opinione pubblica, nella fattispecie italiana,
che prima, in totale buona fede, lo ignoravano. Su questo argomento quali
sensazioni ha riscontrato in coloro con cui e' entrata in contatto durante il
lavoro di ricerca e scrittura del suo libro?
All'inizio (anno 2000) mi sono scontrata con un'assoluta non-conoscenza del
fatto. Negli ultimi tempi però, forse perché ho scavato più a fondo, ho
notato che qualche voce si e' levata: un film qua, un libro là, una
trasmissione ogni tanto, notturna s'intende, perché in prima serata c'e' Maria
De Filippi (!). E comunque, una volta a conoscenza dell'evento, tutti,
professori, giornalisti, hanno dimostrato molto interesse e molta sensibilità.
Varoujean sarebbe stato felice di tutto questo.
"Un
uomo, una storia - 'La Ville en haut de la Colline', di J.J. Varoujean"
di Daniela Baldassarra, ed. Prospettiva, pagg.120, 10euro
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Ninni
Radicini, autore della newsletter Kritik (kritik.135.it), collabora con
"Orizzonti Nuovi" (www.orizzontinuovi.org),
quindicinale di informazione e analisi del movimento Italia dei Valori.
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