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Si considera la prima nazione cristiana della
storia. Ma al di là di questa primogenitura, la Chiesa apostolica armena è
davvero il simbolo di una nazione travagliata, che nel corso della storia ha
sofferto l’esilio e il genocidio. E che oggi, riconquistata l’indipendenza, va
fiera delle proprie radici.
È mattina presto e nel monastero di Khor Virap,
nella parte orientale dell’Armenia, non c’è ancora quasi nessuno. Le nevi
perenni del Monte Ararat, per la foschia mattutina, sembrano galleggiare
nell’aria e, sotto la grande montagna biblica che domina l’orizzonte, è ancora
impossibile vedere le torrette dell’ultimo confine chiuso d’Europa – dove ancora
si fronteggiano, come durante la Guerra Fredda, l’Armata Rossa e le truppe della
Nato – e poco più oltre, il profilo delle moschee di Aralik, la prima città
turca oltre la frontiera. Khor Virap, in armeno, vuol dire «pozzo profondo»: in
una delle cappelle di questo monastero che sembra piuttosto una fortezza è
ancora possibile calarsi per una scaletta metallica e scendere lì dove si
racconta venne tenuto prigioniero, per dodici (o, secondo alcuni, quattordici)
anni, san Gregorio l’Illuminatore. A condannarlo a marcire in fondo al pozzo era
stato il re Tiridate III, vassallo di Roma e fieramente avverso al diffondersi
del cristianesimo.
Il re – continua la leggenda del santo che molti,
in Armenia, raccontano con la convinzione e la sicurezza di un fatto visto con i
propri occhi – per il suo rifiuto della «vera fede», e per aver attentato alla
virtù di una vergine cristiana venuta a cercare rifugio dai pagani tra le
montagne del Caucaso, impazzì e, per giunta, la sua testa si trasformò in quella
di un maiale. La sorella di Tiridate, in sogno, venne allora avvertita da un
angelo che la pazzia sarebbe scomparsa solo quando san Gregorio fosse stato
liberato. Così fu, e Tiridate III, riconoscente, si convertì e ricevette il
battesimo nel 301, facendo dell’Armenia la prima nazione cristiana della storia.
Un fatto di cui, ancora oggi, gli armeni vanno orgogliosi e che ha segnato
profondamente la loro storia.
Il cristianesimo, però, in Armenia è tutt’altro
che una cosa del passato. Lo raccontano, con semplicità, Gevorg e Zaven. Sono
contadini di Martuni, al nord, e sono venuti fin qui per vendere al mercato il
loro raccolto. Ma, prima, sono voluti passare da Khor Virap per accendere una
candela a san Gregorio e per recitare una preghiera: un po’ con la speranza di
avere buona fortuna negli affari, un po’ per avere l’occasione di gettare uno
sguardo all’Ararat, appena al di là del confine.
La grande montagna biblica, dove secondo la
tradizione si venne ad arenare l’arca di Noè, domina infatti dall’alto dei suoi
5.165 metri il panorama di buona parte del Paese. Ma da Khor Virap le pendici
dell’Ararat distano appena una decina di chilometri e la montagna sembra così
vicina da poterla toccare con mano. Vicina, ma irraggiungibile: la frontiera tra
i due Paesi è sigillata dal 1993, quando Ankara la chiuse in solidarietà con i
«fratelli azeri» durante la guerra per il Nagorno-Karabakh, e il Governo turco
non permette nemmeno agli armeni che vivono in Turchia di avvicinarsi.
Così l’Ararat è diventato il simbolo di un Paese a
cui non appartiene più: un’immagine che descrive bene la situazione odierna
dell’Armenia, erede della Repubblica sovietica formatasi all’indomani della
Prima guerra mondiale. Un piccolo Paese in buona parte montuoso, senza affacci
sul mare e circondato per due terzi da Paesi ostili con cui ha rapporti nulli, o
quasi. Molto più piccolo di quella che qui chiamano la Grande Armenia, l’area
per molti secoli dominata culturalmente – anche se l’assetto politico fu sempre
mutevole e instabile – dagli armeni e che comprende quasi metà dell’odierna
Turchia, più parti degli odierni Azerbaijan, Georgia e Iran, fino alla Siria,
con sbocchi su ben tre mari: il Mediterraneo, il Mar Caspio e il Mar Nero.
Questo grande territorio, nel corso della storia, è stato sottoposto
continuamente a invasioni, occupazioni e conquiste: ai romani si sostituirono i
bizantini, poi i persiani, quindi fu la volta degli arabi, dei turchi e infine
dei russi.
Capire come gli armeni siano riusciti a
conservare, malgrado i secoli di dominazioni straniere e gli innumerevoli
tentativi di assimilazione alla cultura del vincitore di turno, la loro identità
e la loro lingua, il loro essere nazione, significa in buona parte raccontare la
storia della Chiesa apostolica armena. «Il cristianesimo», scriveva già nel V
secolo uno storico, «è il colore della pelle del popolo armeno».
Anche gli inconfondibili caratteri dell’alfabeto
armeno furono opera, circa un secolo dopo san Gregorio, di un monaco, Mesrop
Mashtots, che come prima applicazione della sua invenzione avviò, naturalmente,
la traduzione della Bibbia. Da allora, i monasteri e i monaci della Chiesa
armena sarebbero stati i depositari della cultura di un popolo che spesso doveva
nascondere la propria identità dagli invasori. Non è un caso – spiega uno dei
monaci di Noravank, appollaiato su uno sperone roccioso al termine di una gola
stretta e profondissima – che i monasteri armeni sorgano spesso in luoghi
nascosti e inaccessibili: «Era necessario proteggerci». Questo fu vero
soprattutto da quando, nel VII secolo, con l’arrivo degli arabi, gli armeni si
ritrovarono a essere l’unica nazione cristiana in mezzo a popoli "infedeli".
Ancora oggi, gli armeni – soprattutto, ma non solo, quelli della diaspora, che
dalla riconquista dell’indipendenza nel 1991 alla caduta dell’Unione Sovietica
hanno avuto un ruolo determinante nella vita del Paese grazie alla generosità
delle loro donazioni – sono convinti di essere il «baluardo» dell’Europa
cristiana alle frontiere del turbolento e imprevedibile Medio Oriente musulmano.
Anche nella rinascita dell’Armenia dopo il periodo
sovietico, la Chiesa ha avuto un ruolo fondamentale. Quando si arriva a
Echmiadzin, il "Vaticano" degli armeni, a qualche decina di chilometri dalla
capitale Yerevan, la prima cosa che colpisce è la grande struttura di pietra
costruita nel 2001 sullo spiazzo di fronte all’ingresso del complesso, in
occasione della prima, storica visita di un Papa di Roma alla più antica Chiesa
della cristianità, 1700 anni dopo la conversione di Tiridate III. Poi, una volta
all’interno dell’ampia spianata del complesso architettonico religioso, al cui
centro troneggia la cattedrale costruita, si racconta, dallo stesso san Gregorio
l’Illuminatore, si viene travolti dalla frenetica attività di costruzione e
restauro.
La Chiesa apostolica, in effetti, è una delle
componenti più dinamiche della società armena, con un ruolo centrale nella vita
pubblica. La parola del Catholicos (il patriarca armeno) viene ascoltata con
attenzione dai politici di ogni schieramento. «Credo di poter dire», spiega
padre Hovakim, vice-capo del dipartimento ecumenismo della Chiesa apostolica
armena, «che la Chiesa è l’unica istituzione capace di abbracciare la totalità
del popolo armeno: ci sono otto milioni di armeni, non solo qui in Armenia ma
anche nella diaspora, e uno dei compiti della Chiesa è di unire queste persone
le une alle altre. È una delle cose che abbiamo cercato di fare
dall’indipendenza».
Dagli anni della dominazione sovietica,
naturalmente, anche la Chiesa era uscita indebolita e invecchiata: «Il comunismo
ha provato a distruggere la Chiesa e a dividerla dal popolo», spiega Hovakim. A
Echmiadzin, dopo l’indipendenza, si decise di investire nella formazione e
nell’educazione, una linea a cui ha dato un particolare impulso il nuovo
Catholicos, eletto nel 1999, Karekin II. La Chiesa ha preso in gestione molti
dei centri educativi per giovani rimasti in eredità dal periodo comunista, e ha
creato un movimento giovanile in ogni città dell’Armenia. «Abbiamo ricostruito
la Chiesa mentre ricostruivamo la nostra società e aiutavamo il nostro Paese»,
racconta il monaco che tiene a sottolineare come, oggi, l’Armenia non subisca
l’influsso della secolarizzazione come i Paesi dell’Europa occidentale. Anzi,
spiega, «il nostro popolo è molto tradizionale e molto religioso. Noi proviamo a
dare loro spiritualità cristiana, insieme ad alcuni valori che arrivano dalle
società occidentali... Non voglio certo dare a queste tutta la colpa».
Dopo quasi vent’anni di indipendenza, per Hovakim,
oggi «c’è bisogno di un cambio di generazione»: «Molti chiedono alla Chiesa di
essere più attiva, di dire più direttamente la sua nella vita pubblica, su
quello che accade nell’attualità». Ma, aggiunge, «se la prossima generazione
nata ed educata nell’Armenia libera avrà la forza dei valori cristiani, allora
ogni cosa sarà al suo posto».
La centralità dell’educazione è anche uno dei
pilastri su cui si è costruita, soprattutto negli ultimi vent’anni, la
collaborazione tra la Chiesa armena e la Chiesa cattolica. Un rapporto ecumenico
forte, cementato non solo dalla visita di Giovanni Paolo II nel 2001, ma anche
dai due viaggi in Vaticano di Karekin II, il primo nel 2000, in occasione del
Giubileo, accolto da Papa Wojtyla, il secondo nel 2008, quando venne ricevuto da
Benedetto XVI. In quella seconda occasione, al Catholicos venne conferito dalla
Pontificia Università Salesiana un dottorato honoris causa in teologia pastorale
giovanile, proprio «per la solerzia con cui ha promosso la formazione cristiana
del popolo di Dio, la sensibilità a favore dell’educazione religiosa dei giovani
e lo spirito con cui ha preso parte allo sviluppo dell’intensa azione ecumenica
di dialogo, di collaborazione e di stima, soprattutto con la Chiesa cattolica».
«La formazione è molto importante per noi», spiega
Hovakim. «Per questo mandiamo molti studenti della nostra Chiesa, dopo aver
finito i loro studi qui, a completarli a Roma, presso le Facoltà teologiche
vaticane». Molti di loro, probabilmente, ancora ricordano quando, proprio a
Echmiadzin, Giovanni Paolo II e Karekin si abbracciarono al termine della Messa
celebrata dal Pontefice e benedirono insieme le migliaia di persone presenti: «A
dire il vero, fu un evento molto importante nella storia delle relazioni tra le
due Chiese. Il Papa è venuto qui, per la prima volta in un Paese a maggioranza
ortodossa, dov’è stato accolto senza ricevere alcuna critica, dormendo
addirittura nella residenza del Catholicos», racconta il monaco. «Molti
seguirono minuto per minuto i giorni della sua morte e dei suoi funerali e
ancora leggono i suoi libri».
Il ruolo della Chiesa apostolica come rifugio
della cultura nazionale minacciata non è mai stato così forte come in occasione
del genocidio del 1915-16. In quegli anni, i pochi scampati alle marce forzate e
alle esecuzioni ordinate dal Governo dei "Tre Pascià" a Istanbul, vivevano
nascondendo il loro stesso essere armeni. Mari Vardanyan, una delle ultime
sopravvissute al Grande Male, classe 1907, racconta ancora oggi di un prete che,
clandestinamente, insegnava ai bambini l’alfabeto e la cultura armeni: «Un
giorno, i turchi gli fecero arrivare una corda e una coppa, accompagnati da un
biglietto. Il biglietto diceva: "Se fra tre giorni sarai ancora qui, useremo
questa corda per impiccarti, e questa coppa per bere il tuo sangue". Lui non se
ne andò, e fu ucciso tre giorni dopo». In quegli anni, la Chiesa armena
organizzò l’assistenza ai profughi e ai moltissimi orfani in arrivo da quella
che veniva chiamata l’Armenia Occidentale, ovvero la parte orientale
dell’Anatolia, e fu la prima istituzione a commemorare le vittime del genocidio,
fissando come data simbolica il 24 aprile, giorno dell’arresto a Costantinopoli
di circa 250 intellettuali armeni, e a cercare di raccogliere la memoria di
quanto stava accadendo. «Provammo anche ad aiutare la creazione di uno Stato»,
racconta Hovakim della breve parentesi di indipendenza di una parte
dell’Armenia, dal 1918 al 1920, «ma il tempo non fu abbastanza».
La Chiesa armena, quindi, è stata per secoli la
protettrice e la custode di un popolo e della sua cultura, minacciati da una
storia avversa e violenta. Può sembrare un modello capace di funzionare nel
passato, quando il pericolo più grave per la fede si annidava al di là di
qualche frontiera e non, come oggi nelle case, nelle televisioni, nei ritmi
frenetici della vita urbana.
Ma in realtà, per la Chiesa armena, questo passato
è ancora sorprendentemente vicino. Basta chiederlo, per esempio, a frate David,
diacono della cattedrale di Shushi, al centro di una sanguinosa battaglia
durante la guerra del Nagorno-Karabakh, negli anni ’90. Questa regione
tradizionalmente armena era stata assegnata all’Azerbaijan dalle alchimie
etniche staliniane: una bomba a orologeria puntualmente esplosa al crollo
dell’Unione Sovietica. Nel pieno del conflitto, con un’Armenia che si sentiva
accerchiata dalle forze azere da un lato e dall’ostile Turchia dall’altra, fu
ancora una volta la Chiesa apostolica a mettersi alla testa del "suo" popolo,
per quella che venne percepita come l’ennesima guerra all’ultimo sangue per
sfuggire alla distruzione: al tacere delle armi, nel 1994, gli armeni
controllavano oltre al Nagorno-Karabakh, oggi una repubblica formalmente
indipendente ma priva di alcun riconoscimento internazionale e dipendente
dall’Armenia dal punto di vista politico ed economico, anche il 9% del
territorio azero. Ancora oggi, l’arcivescovo del Nagorno-Karabakh, Pargev
Martirosyan, è considerato un eroe di guerra e gira per le ricche comunità della
diaspora raccogliendo fondi per la ricostruzione del suo Paese.
Frate David faceva parte del gruppo scelto che nel
1992 riconquistò dopo una violenta battaglia Shushi, l’antica capitale del
Nagorno-Karabakh. «Gli azeri», racconta, «si erano asserragliati proprio qui
nella cattedrale, sapendo che lì non li avremmo bombardati». A quell’epoca,
David già studiava per diventare sacerdote e aveva ricevuto alcuni ordini
minori, ma allo scoppiare della guerra si era subito arruolato in un corpo di
volontari organizzato da Martirosyan, i «Portatori della Croce». La foto del suo
comandante è ancora appesa, tra la bandiera armena e quella karabakha, nel
centro giovanile che ha aperto di fronte alla cattedrale. «A un certo punto»,
racconta, «sono entrato nell’esercito regolare, ma ho continuato a studiare per
prendere i voti durante i periodi di licenza». E a chi gli chiede se non veda,
oggi, un contrasto tra il messaggio di pace del Vangelo e la guerra che ha
combattuto, risponde: «La nostra Chiesa ha sempre portato la croce in una mano e
la spada nell’altra. Per proteggere il nostro popolo».
Alessandro Speciale
Tre comunità cristiane per un solo popolo
La Chiesa apostolica armena ricorda con fierezza
di essere la prima Chiesa nazionale della cristianità, grazie alla conversione
del re Tiridate III, per opera di san Gregorio l’Illuminatore, nei primi anni
del IV secolo d. C. (la data tradizionale del 301 è probabilmente errata). Al di
là degli eventi miracolosi narrati nella leggenda del santo, la decisione di
Tiridate di abbracciare la nuova religione cristiana fu dovuta a un accorto
calcolo di equilibrio politico tra le due grandi potenze che all’epoca
schiacciavano l’Armena, Roma e la Persia. Tiridate, messo sul trono
dall’imperatore Diocleziano, che aveva lanciato numerose persecuzioni dei
cristiani, era infatti scettico nei confronti di Gregorio anche perché questi
era figlio di Anak, che aveva cospirato per uccidere suo padre. Di qui la
decisione di gettare il futuro santo per più di dieci anni nel pozzo di Khor
Virap. A far cambiare idea a Tiridate ci fu, con ogni probabilità, la volontà di
rafforzare l’unicità della nazione armena di fronte alla potenza di Roma e ai
costanti attacchi del regno persiano.
Anche se ufficialmente fondata da san Gregorio, la
Chiesa armena traccia le sue origini fino a Taddeo, uno dei Settanta apostoli
inviati da Gesù secondo il Vangelo di Luca, che da Edessa sarebbe stato inviato
a evangelizzare l’Armenia. La Chiesa apostolica armena partecipò attivamente
alla vita della comunità cristiana dei primi secoli, almeno fino al Concilio di
Efeso, e solo nel 554 si separò ufficialmente da Roma e Constantinopoli.
Tradizionalmente, è considerata una Chiesa monofisita, perché rifiutò le
conclusioni del Concilio di Calcedonia sulle "due nature" della persona di Gesù,
che si concluse con la condanna del monofisismo. Tuttavia, per descrivere la
posizione teologica della propria Chiesa, gli armeni preferiscono parlare di
«miafisismo», ovvero la dottrina elaborata da Cirillo di Alessandria per il
quale nell’unica natura di Cristo convivono uniti l’umano e il divino.
La Santa Sede di Echmiadzin (che in armeno
significa «luogo della discesa dell’Unigenito») è il luogo dove risiede il
Catholicos, il capo della Chiesa apostolica armena, successore di San Gregorio.
Per motivi storici, tuttavia, alcune delle diocesi armene del mondo rispondono
al Catholicossato di Cilicia, erede del regno armeno di Cilicia nato nell’XI
secolo. La coesistenza dei due catholicossati, già difficile nelle comunità
della diaspora, tanto da portare all’uccisione in chiesa di un arcivescovo
fedele a Echmiadzin nel 1933, a New York, divenne ancora più complessa durante
la guerra fredda, quando il catholicos di Echmiadzin veniva considerato dalle
comunità armene occidentali come al servizio dei sovietici. Oggi, malgrado il
fatto che Karekin I – predecessore dell’attuale Catholicos di Echmiadzin – prima
della sua elezione in Armenia fosse Catholicos di Cilicia e malgrado l’assenza
di differenze dottrinali, la riunificazione tra le due "sedi" della Chiesa
armena non è ancora avvenuta.
Dal XVIII secolo esiste anche una Chiesa cattolica
armena, formata sotto papa Benedetto XIV: come il catholicossato di Cilicia,
anche questa ha la sua sede nell’odierno Libano.
a.sp
I simboli di un’identità forte come la roccia
Scolpiti nelle mura delle chiese, appoggiati nei
cortili dei monasteri, conficcati nel terreno circostante con la faccia rivolta
a occidente oppure disseminati ai lati delle strade, ai bordi dei campi, ai
crocicchi o sulla cima delle colline: i khachkar, le grandi stele di roccia
intagliate con un rilievo ornamentale a forma di croce, di solito circondato da
un intricato motivo vegetale, sono una caratteristica onnipresente dei siti
cristiani armeni e non è raro vederne decine, ordinatamente disposti lungo il
muro esterno di una chiesa, delle più diverse dimensioni e livelli di finitura.
Sui più semplici è intagliata solo la croce, ma spesso quest’ultima poggia su un
motivo circolare, che rappresenta generalmente il sole, ed è circondata da una o
più cornici geometriche o figurative. Con il passare dei secoli, una miriade di
altri motivi – intrecci vegetali, uccelli, animali, rosette, palme, fino a vere
e proprie scene di battaglia – si sono aggiunte alla rappresentazione centrale
della croce.
I primi khachkar risalgono all’VII secolo d. C. e
il periodo di massima fioritura di questa forma d’arte unicamente armena viene
generalmente collocata nei secoli XII e XIII. A quell’epoca risalgono gli
esemplari di khachkar più intricati e complessi, opera in alcuni casi, si dice,
di quello stesso architetto Momik che in quegli anni progettava lo spettacolare
monastero di Noravank.
Dietro l’erezione di un khachkar potevano esserci
i motivi più svariati: dalla commemorazione della costruzione di una chiesa, di
una casa o di una fortezza all’inizio di una attività, di un viaggio, di un
commercio. La firma di un contratto, l’inizio o la fine di una guerra, così come
un miracolo, la bonifica di un nuovo campo o la nomina a un incarico importante;
oltre, naturalmente, alla morte di una persona cara, con i khachkar che
svolgevano spesso la funzione di cippo funerario. Ogni evento significativo
della vita pubblica o privata di una persona o di una comunità poteva essere
segnato dalla posa di un khachkar. Caratteristica è la loro collocazione: sempre
all’esterno, dove chiunque li possa vedere e fermarsi a rendere loro omaggio.
D’altra parte, la posa di un khachkar era un evento religioso con il proprio
specifico cerimoniale: per prima cosa la croce di pietra veniva benedetta da un
sacerdote, con la lettura della Scrittura, quindi veniva "unta" con il crisma
oppure con acqua e vino.
Anche i khachkar, come tutti i simboli della
cultura armena, non sono rimasti immuni dalle guerre e dagli sconvolgimenti dei
secoli. Fino a qualche decina di anni fa, il più grande "cimitero" di khachkar
del mondo era quello di Jugha, nel Nakhichevan, prima di scomparire in quella
che è stata descritta come la versione europea della distruzione dei Buddha
afghani da parte dei Taliban. Il Nakhichevan è una enclave dell’Azerbaijan
incastrata tra l’Armenia e l’Iran, che dai tempi della guerra del Nagorno
Karabakh è rimasta sospesa in un limbo: è possibile raggiungerla solo per via
aerea dall’Azerbaijan. Il cimitero di khachkar di Jugha risaliva al XIII secolo
e sarebbe arrivato a contenere fino a 20 mila croci. La città era stata
abbandonata dopo che la popolazione locale era stata trasferita dallo scià di
Persia. Gli ultimi viaggiatori armeni a visitare la zona prima della guerra, nel
1987, avevano descritto un cimitero già rovinato dall’incuria del Governo
sovietico. Dopo voci contraddittorie sulla distruzione dei khachkar, negate con
forza dal Governo azero, un ampio servizio dell’Institute for War and Peace
Reporting ha rivelato nel 2006 che il cimitero era completamente scomparso. Gli
abitanti del vicino villaggio negavano anzi che ci fosse mai stato un campo di
khachkar nei paraggi.
a.sp. |