Il primate armeno degli Stati Uniti: tutti devono riconoscere il genocidio di ANgela Ambrogetti - Korazym 10.05.08 

Il Primate della Chiesa Armena negli Usa, Khajag Barsamian, spiega il significato della visita del Catholicos Karekin II a Roma. E sul viaggio del papa negli Stati Uniti: "Una benedizione non solo per i cattolici".

 

Il primate della diocesi della Chiesa Armena negli Usa, Khajag Barsamian (nella foto), era a Washington quando lo scorso aprile il papa ha visitato gli States. Nato in Turchia, ha vissuto un po’ ovunque e parla anche un po’ di Italiano. Il vescovo ha fatto parte della delegazione armena che ieri ha incontrato il papa insieme al Catholicos Karekin II, ma era anche tra i leader religiosi che hanno ascoltato Benedetto XVI al John Paul II Cultural Center di Washington. Ed è proprio nel pranzo ufficiale di ieri con il papa, che il vescovo Barsamian ha voluto dare voce all’entusiasmo degli armeni negli Stati Uniti. Ne parliamo di persona con il diretto interessato, senza dimenticare questioni più delicate come quella del genocidio armeno e dei rapporti con la Turchia.

Che cosa ha voluto dire al pontefice?
"Ho detto al papa che la sua visita negli Stati Uniti è stata una grande opportunità per la Chiesa: una benedizione non solo per i cattolici, ma per tutti i cristiani degli Stati Uniti. Tutti amano il papa e lo rispettano. Anche la sua visita nella sinagoga di New York è stata un successo".

Ha avuto conferma dagli Ebrei?
"Ne ho parlato con il rabbino Arthur Schneider che è un mio caro amico perché facciamo parte entrambi della Appeal of Conscience Foundation. Quando il rabbino ha saputo della visita, mi ha chiamato per esprimere il suo grande entusiasmo".

Tornando alla visita di Karekin II in Vaticano, quanto è stato importante per la Chiesa apostolica armena avere Piazza San Pietro come luogo per parlare anche del Genocidio, del Nagorno –Karabag e di altri temi che vi stanno a cuore?
"Ricordare il genocidio è molto importante per gli armeni, non solo per la vicenda specifica, ma anche per tutti gli altri genocidi. Vede, anche oggi succedono queste cose. In questa prospettiva, il genocidio armeno deve essere riconosciuto anche per evitare che questi episodi si ripetano. Per questo vogliamo che tutti i Paesi del mondo accettino di riconoscere ufficialmente quanto è successo in passato. Del resto, lo stesso Hitler quando elaborò il piano di sterminio degli Ebrei, si fece forte con i suoi collaboratori del fatto che nessuno ricordasse quanto avvenuto con gli armeni dal 1915 al 1923. Queste cose non devono più accadere".

La Turchia si ostina a non ammettere le sue responsabilità storiche. Che tipo di relazioni sono possibili, specie in vista dell'ingresso di Ankare nell'Unione Europea?
"Da parte del governo dell’Armenia c’è l’intenzione di instaurare relazioni diplomatiche con la Repubblica turca e oggi anche in Turchia molti parlano del genocidio armeno. Non è più un tabù: se ne discute anche nel mondo della cultura, tra studiosi e scrittori. Qualcosa sta cambiando".

Per esempio?
"L’anno scorso quando è stato ucciso il giornalista armeno Hrant Dink (assassinato il 19 gennaio 2007) ero in Turchia e ho visto come tanti turchi abbiano preso parte al funerale. Anche i media hanno dato ampio risalto alla cosa e hanno parlato anche del genocidio. Si è aperta una fase positiva, anche se per la Turchia continua ad essere difficile accettare questa realtà. Proprio per questo, è compito nostro aiutarla a prendere coscienza degli errori del passato".

In che modo?
"Una volta parlando con un giornalista turco gli ho detto: 'Se tuo nonno ha ucciso il mio non è colpa tua e non ti accuso, ma se tu conosci quanto è accaduto e lo accetti, allora ti condanno'".