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Il
Primate della Chiesa Armena negli Usa, Khajag Barsamian, spiega il significato
della visita del Catholicos Karekin II a Roma. E sul viaggio del papa negli
Stati Uniti: "Una benedizione non solo per i cattolici".
Il
primate della diocesi della Chiesa Armena negli Usa, Khajag Barsamian (nella
foto), era a Washington quando lo scorso aprile il papa ha visitato gli
States. Nato in Turchia, ha vissuto un po’ ovunque e parla anche un po’ di
Italiano. Il vescovo ha fatto parte della delegazione armena che ieri ha
incontrato il papa insieme al Catholicos Karekin II, ma era anche tra i leader
religiosi che hanno ascoltato Benedetto XVI al John Paul II Cultural Center di
Washington. Ed è proprio nel pranzo ufficiale di ieri con il papa, che il
vescovo Barsamian ha voluto dare voce all’entusiasmo degli armeni negli Stati
Uniti. Ne parliamo di persona con il diretto interessato, senza dimenticare
questioni più delicate come quella del genocidio armeno e dei rapporti con la
Turchia.
Che cosa ha voluto dire al pontefice?
"Ho detto al papa che la sua visita negli Stati Uniti è stata una grande
opportunità per la Chiesa: una benedizione non solo per i cattolici, ma per
tutti i cristiani degli Stati Uniti. Tutti amano il papa e lo rispettano. Anche
la sua visita nella sinagoga di New York è stata un successo".
Ha avuto conferma dagli Ebrei?
"Ne ho parlato con il rabbino Arthur Schneider che è un mio caro amico
perché facciamo parte entrambi della Appeal of Conscience Foundation. Quando il
rabbino ha saputo della visita, mi ha chiamato per esprimere il suo grande
entusiasmo".
Tornando alla visita di Karekin II in Vaticano, quanto è stato importante per
la Chiesa apostolica armena avere Piazza San Pietro come luogo per parlare anche
del Genocidio, del Nagorno –Karabag e di altri temi che vi stanno a cuore?
"Ricordare il genocidio è molto importante per gli armeni, non solo per la
vicenda specifica, ma anche per tutti gli altri genocidi. Vede, anche oggi
succedono queste cose. In questa prospettiva, il genocidio armeno deve essere
riconosciuto anche per evitare che questi episodi si ripetano. Per questo
vogliamo che tutti i Paesi del mondo accettino di riconoscere ufficialmente
quanto è successo in passato. Del resto, lo stesso Hitler quando elaborò il
piano di sterminio degli Ebrei, si fece forte con i suoi collaboratori del fatto
che nessuno ricordasse quanto avvenuto con gli armeni dal 1915 al 1923. Queste
cose non devono più accadere".
La Turchia si ostina a non ammettere le sue responsabilità storiche. Che tipo
di relazioni sono possibili, specie in vista dell'ingresso di Ankare nell'Unione
Europea?
"Da parte del governo dell’Armenia c’è l’intenzione di instaurare
relazioni diplomatiche con la Repubblica turca e oggi anche in Turchia molti
parlano del genocidio armeno. Non è più un tabù: se ne discute anche nel
mondo della cultura, tra studiosi e scrittori. Qualcosa sta cambiando".
Per esempio?
"L’anno scorso quando è stato ucciso il giornalista armeno Hrant Dink
(assassinato il 19 gennaio 2007) ero in Turchia e ho visto come tanti turchi
abbiano preso parte al funerale. Anche i media hanno dato ampio risalto alla
cosa e hanno parlato anche del genocidio. Si è aperta una fase positiva, anche
se per la Turchia continua ad essere difficile accettare questa realtà. Proprio
per questo, è compito nostro aiutarla a prendere coscienza degli errori del
passato".
In che modo?
"Una volta parlando con un giornalista turco gli ho detto: 'Se tuo nonno ha
ucciso il mio non è colpa tua e non ti accuso, ma se tu conosci quanto è
accaduto e lo accetti, allora ti condanno'".
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