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Scritto da Caterina Maniaci
E’ uscito l’ultimo libro di Antonia Arslan, dal
titolo “Il cortile dei girasoli” (edizioni Piemme) e siamo subito andati a
comprarlo. In attesa del nuovo romanzo della “trilogia” armena”, dopo il grande
successo della “Masseria delle allodole” e della “Strada per Smirne”, e dopo
“Ishtar 2. Cronache dal mio risveglio” (dedicato al doloroso capitolo di una sua
recente malattia) la Arslan pubblica un insieme di piccoli “quadri” – ricordi,
ritratti, appunti, paesaggi – che compongono il vasto universo dell’autrice.
Bisogna ammetterlo: per chi scrive Antonia Arslan non è semplicemente una
importante autrice contemporanea, una delle pochissime voci autentiche della
letteratura nostrana che sappia usare la lingua italiana come uno strumento
usato per creare bellezza. E’ questo ma molto di più. E' stata la docente
ammirata, diventata poi modello, negli anni di università a Padova, dove ha
insegnato a lungo Letteratura italiana moderna e contemporanea, la quale, con le
sue lezioni, ha innescato un amore imperituro per la poesia e il gusto per
piccoli, grandi autori poco conosciuti, soprattutto donne.
I suoi saggi davvero pioneristici sulla narrativa
popolare dell’Ottocento e sulle scrittrici e poetesse italiane hanno dischiuso
un mondo nascosto e affascinante: chi aveva mai parlato e scritto così della
Marchesa Colombi e del suo microcosmo provinciale… E delle poesie della
padovana, di origini armene, Vittoria Aganoor Pompilj… Ecco, l’identità armena è
la chiave di volta di tutta la straordinaria educazione culturale operata dalla
Arslan. La storia di questo popolo le era impresso nell’anima, perché era ed è
storia di famiglia, storia di generazione, ma quando cominciò a tradurre le
poesie di Daniel Varujan la forza, la drammaticità, ma anche la profondità e la
bellezza di questa storia diventarono carne e sangue, parole e racconto. Non
solo per lei, ma di riflesso per molti altri. Il ricordo della prima lettura di
quelle poesia è ancora fortissimo e, in qualche modo, lacerante: lei ci fece
leggere – e lesse in pubblico – quei versi traboccanti di gioia di vivere, di
immagini del Paese lontano e amato – l’Armenia dei campi, dei giardini, delle
chiese di pietra, dell’Ararat – e anche grondanti di sangue, di morte, di
ferocia, scatenati dalla persecuzione contro il popolo armeno. E così, per noi e
molti altri, l’Armenia diventò una patria d’elezione, dell’anima e scoprimmo le
sue tracce tutt’intorno a noi.
Cominciammo a conoscere la Venezia armena, con il
grande collegio ormai disabitato e il giardino silenzioso, e soprattutto l’isola
di San Lazzaro con le sue memorie custodite dai padri mechitaristi, e dalle
finestre del convento si potevano immaginare le acque della laguna trasformate
in quelle, limpide e serene, del lago Sevan, in cui si specchiano gli antichi
profili del monastero di Sevanavank, corroso dal vento e dalla pioggia. Quando
uscì “La masseria delle allodole”, nel 2004, la commozione fu grande. Veniva
rievocata lo sterminio di un intero popolo attraverso la vicenda terribile di
una famiglia, quella di Antonia, usando una prosa intensa, delicata ma senza
alcuna censura della realtà, e fu anche grazie a questo romanzo che il genocidio
perpetrato dalla Turchia diventò meno oscuro e dimenticato. Frammenti di quella
storia, ma insieme di molto altro, emergono anche dalle pagine del “Cortile dei
girasoli parlanti”, attraverso lo stesso linguaggio limpido, poetico, evocativo.
Ne è esempio il breve brano che ha dato il titolo
al libro, ambientato a Longiano, paese bellissimo nelle colline intorno a
Cesena, mentre avvolge la scrittrice, che si sporge dagli spalti del castello.
Guarda il paesaggio sottostante e vede un cortile, dentro il quale la bellezza è
ovunque e cerca sempre una Presenza che, come il sole, può oscurasi, ma non
scompare mai. |