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Sospiro
di sollievo per la democrazia turca: l'Alta Corte ha respinto l'istanza di
chiusura del partito di governo Akp, che però si vedrà dimezzare i fondi
pubblici. L'accusa è quella di aver agito contro la laicità dello Stato, un
totem per il Paese, sin dai tempi di Atatürk. Se accolto, il ricorso avrebbe
creato uno scenario paradossale con la messa al bando di un partito che esprime
premier e capo dello Stato.
Il presidente della Corte costituzionale, Hasim Kilic, ha voluto lanciare
in ogni caso un messaggio chiaro. ''Sei membri della Corte Costituzionale (che
ne conta 11, ndr) - ha detto in una dichiarazione televisiva a rete unificate -
si sono espressi a favore della chiusura del partito, mentre gli altri quattro
hanno votato per il taglio della metà dei fondi pubblici destinati al
finanziamento del partito rispetto all'ultima erogazione''.
I quattro giudici contrari alla chiusura del partito, ha precisato l'alto
magistrato, hanno ritenuto che l'Akp, ''sebbene abbia dato segni di essere un
centro focale di attività antilaiche'' come era stato accusato, ''tuttavia non
lo ha fatto al punto da meritare la chiusura''. Il giudizio contro l'Akp era
cominciato il 14 marzo scorso, quando il Procuratore Generale della Cassazione,
Abdurrahman Yalcinkaya, aveva presentato alla Corte Costituzionale un documento
con 17 capi d'accusa relativi ad ''attività antilaiche'': le proposte di
proibizione degli alcolici, la separazione di uomini e donne nei parchi
pubblici, piscine e mezzi di trasporto, la liberalizzazione del velo e la
penalizzazione dell'adulterio.
IL
CONTESTO. Se il rischio della chiusura dell'Akp al momento è
scongiurato, sullo sfondo, rimangono tuttavia le contraddizioni di uno Stato
bifronte in cui convivono istanze spesso agli antipodi. In Turchia, la difesa
strenua della laicità si scontra con le spinte estremistiche di alcuni settori;
la prospettiva europea con un assetto di potere che contrappone a fasi alterne
mondo politico ed esercito; la bandiera dell'identità turca con un sistema che
di fatto ostacola la libertà religiosa, non riconoscendo sul piano giuridico le
minoranze (cristiani in primis) e riconducendo al controllo dello Stato il culto
della maggioranza musulmana.
Come dimostra la sentenza della Corte costituzionale, il Paese difende in modo
ossessivo la propria laicità, intesa però non in chiave europea e liberale
(libera Chiesa in libero Stato), ma come subordinazione del fenomeno religioso
al controllo statale. Un contesto in cui i piani spesso si confondono,
producendo una sintesi turco-islamica basata sull'idea che un buon turco debba
essere per forza un buon musulmano e non certo un cristiano: condizione che in
certi settori della politica e della società si manifesta in un mix di
ultranazionalismo e di fondamentalismo islamico.
Ecco così che, se da una parte il cammino delle riforme ha fatto il suo corso
(dall'abolizione della pena di morte alla riforma del codice civile), dall'altra
il tema dell'identità mescola rivendicazioni ed estremismi. Si pensi al
linciaggio di chi affronta il tema del genocidio armeno (la scrittrice Elif
Shafak è stata processata e poi assolta, in forza dell'articolo 301 del codice
penale) o alle polemiche e azioni contro il cristianesimo, visto per paradosso
come una presenza straniera (e nel migliore dei casi, occidentale), dedita a
conversioni forzate o a pagamento. Schegge impazzite di uno stato profondo, in
cui migliaia di persone manifestano al mausoleo di Atatürk ad Ankara e al
funerale dell'ex premier Ecevitt per ribadire che la Turchia è laica; e nel
maggio 2006, in pieno dibattito sulla legge antivelo nelle scuole, Mustafa Yucel
Ozbilgin, giudice della corte di cassazione, muore, ucciso da un avvocato
nazionalista, con una pistola uguale a quella usata dall'omicida ragazzino di
don Andrea Santoro.
A tutto questo si deve aggiungere la dialettica costante tra l'esercito (dai
tempi di Atatürk custode della laicità, anche attraverso colpi di Stato) e
sfera politica. Un vero e proprio gioco delle parti che usa la minaccia e
l'allarme del fondamentalismo per legittimare il ruolo dello Stato laico, e in
definitiva per mantenere lo status quo. Quello di un esercito, forte di 800mila
persone, in grado di assorbire più di un terzo della ricchezza nazionale e
controllare la politica (al limite del veto), in virtù di prerogative
costituzionali. Un ruolo anche e, soprattutto, economico, grazie al colosso
produttivo del Paese, il fondo pensionistico Oyak, che gestisce e condiziona
interi settori dell'economia: le banche in primo luogo, ma anche decine di
compagnie finanziarie, industrie e società di servizi.
Il tutto, in uno scacchiere in cui operano in contemporanea oligarchie
economiche colluse con le mafie (il caso della Russia post sovietica è
illuminante), gruppi fondamentalisti legati indirettamente al governo e ben
infiltrati nella polizia, partiti nazionalisti appoggiati dall'esercito e
collegati ai servizi segreti.
Nella Repubblica turca, nulla viene lasciato al caso e a dominare è una sorta
di equilibrio fragile che, tra l'altro, produce atteggiamenti contradditori
rispetto all'ingresso nell'Unione Europea. Una prospettiva appoggiata più per
un vantaggo economico e strategico che ideale, dal momento che il sistema
sarebbe costretto a cambiare radicalmente, cancellando una rete di interessi che
permette ad ogni attore sociale e politico di ritagliarsi un ruolo.
In questo senso, agitare lo spauracchio del nemico esterno (politico o religioso
che sia) diventa un escamotage utile. Lo ha fatto la Corte costituzionale con il
partito del premier Recep Tayyip Erdoğan, confermandosi come ultimo
baluardo laico, dopo l'elezione alla presidenza della Repubblica, del musulmano
Abdullah Gul.
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