In allegato
riportiamo l'articolo pubblicato su "la Stampa" domenica 18.07.2010 dove
viene riportata una notizia parziale circa gli avvenimenti e la storia
dell'enclave armena del Nagorno Karapagh. Riportiamo anche l'articolo
apparso su L'Occidentale.it a replica del su menzionato articolo nonché la
lettera inviata dalla nostra redazione al Direttore de "La Stampa" e la nota
della D.ssa Corgnati.
Invitiamo i nostri
lettori a voler trasmettere missive di precisazione (con preghiera di
segnalazione a
pressalert@comunitaarmena.it) all'indirizzo
lettere@lastampa.it onde poter contrastare una
campagna
diffamatoria e distorta che in questi
ultimi giorni sta avendo un certo eco sulle pagine dei quotidiani ed in
rete.
www.comunitaarmena.it
LA STAMPA
18/7/2010 (7:53) - IL CAUCASO
Nagorno
Karabakh_ Tra i miserabili fuggiti dalla guerra
Gli azeri cacciati dall’enclave armena sono
profughi da 20 anni
«Le nostre case sono distrutte, ma torneremo nella terra degli avi»
VITTORIO EMANUELE PARSI
BAKU
Qui manca l’aria. Non solo ai polmoni, ma all’anima». Shafiga ha sessant’anni,
ma potrebbe averne molti di più o qualcuno in meno, cambierebbe poco. La sua è
l’espressione franta, dal fisico piegato, di tutti i rifugiati, dei profughi di
ogni guerra. Mentre parla, sembra che si chieda, che ti chieda, per che cosa è
sopravvissuta, in nome di quale orizzonte è sfuggita alle bombe. Non si è fatta
ammazzare come un cane per far la fine del sorcio.
In sei in un ripostiglio
Chiusa, lei e la sua famiglia di quattro persone, che poi sono diventate sei, in
una stanza di sedici metri quadrati, senza bagno, cucina, riscaldamento, a Baku,
capitale dell’Azerbaigian. Con una sola "finestra" che dà su un ripostiglio,
dove sono ammassate all’inverosimile conserve artigianali di pomodoro, cetrioli
sotto aceto, patate, riso, e peperoni secchi. Nella stanza ci sono un letto
matrimoniale, un tavolino e quattro sedie. Gli altri letti sono ripiegati, per
non ingombrare, accanto all’unico armadio colmo all’inverosimile. Di fronte una
credenza stile «tinello anni Sessanta», sui cui vetri spiccano la foto delle
nozze di Shafiga e, soprattutto, una della coppia come doveva essere «prima»,
circa vent’anni fa, sullo sfondo un paesaggio di morbide colline, verde
rigoglioso, acque abbondanti.
La seconda generazione
Tutto era diverso «prima». Prima della guerra, una delle guerre del dopo ‘89
scivolate rapidamente nell’oblio, superate nella scala degli orrori, o
scavalcate da altri conflitti più «semplici» (apparentemente) da catalogare.
L’enclave del Nagorno Karabakh, a maggioranza armena ma formalmente parte
dell’Azerbaigian sovietico, ha dichiarato l’indipendenza e ha combattuto per
ottenerla. Shafiga viene dal distretto del Binagadi, una delle sette province
passate sotto il controllo armeno insieme alla regione del Nagorno Karabakh, con
il cessate il fuoco del 1994. E’ una delle 700.000 «displaced persons» (nel
gergo delle Nazioni Unite) che rappresentano la pesantissima eredità della
guerra che ha contrapposto armeni e azeri alla fine degli anni Ottanta - inizio
anni Novanta e che ha fatto 30.000 morti e quasi 100.000 feriti dalle due parti.
Un azero su nove è un profugo o è figlio di profughi, sradicato da una terra di
cui ha solo sentito parlare. Come quei tre bambinetti di forse cinque o sei
anni, che con delle perfette imitazioni di fucili a pompa giocano alla guerra,
nel soffocante cortile del campo profughi, ricavato da vecchi dormitori
universitari di epoca sovietica. Loro sono nati qui a Baku, non hanno mai visto
il Binagadi, eppure sono anch’essi «displaced».
Il quartiere degli sfollati
A meno di un chilometro di distanza, visitiamo un altro campo profughi: un
complesso condominiale consegnato appena nell’ottobre dell’anno scorso a
famiglie che per tutto il tempo dalla fine della guerra avevano vissuto in una
fabbrica abbandonata. Ora abitano questi lindi palazzi, colore azzurro cielo,
che ricordano i più fortunati esempi di edilizia popolare degli anni Settanta,
con tanto di scuola, parco giochi e locali di ritrovo. Il governo azero - spiega
Garay Faradiov, del Dipartimento per i Rifugiati - dedica una parte dei proventi
energetici a progetti come questo, che hanno lo scopo di dotare i profughi di
una casa più dignitosa: «Ogni coppia riceve in assegnazione una stanza che
diventano due, tre o quattro, a mano a mano che il numero dei componenti del
nucleo famigliare cresce».
Adil Ismailo ha settant’anni. Era insegnante di russo in un altro dei distretti
perduti dall’Azerbaijan. «Ho tre figli e due di loro hanno combattuto sulla
frontiera armena. La mia casa nel Nagorno Karabakh è stata distrutta. Vorrei
morire nella terra dove sono seppelliti i miei padri e i padri dei miei padri».
In fondo valgono per qualunque comunità le riflessioni del grande storico
dell’antichità Jean-Pierre Vernant: «Nel profondo dei loro sepolcri i morti
costituiscono … le radici che, fornendo al gruppo umano il suo punto di
ancoraggio nel suolo, gli assicurano stabilità nello spazio e continuità nel
tempo». Tutto quello che è precluso ad Adil.
Ospiti del governo
La casa di Adil è decisamente confortevole con le sue tre stanze e servizi e
l’aria condizionata. Non sarà mai sua. Il governo la concede in uso gratuito ai
profughi, ma ne mantiene la proprietà, anche perché spera che prima o poi la
regione torni a essere praticabile per gli azeri. «Non ci sono più azeri in
Nagorno Karabakh. Mentre noi vogliamo che armeni e azeri possano vivere insieme,
liberi e al sicuro, ma sotto la sovranità Azera»: così il vice-ministro degli
Esteri Araz Azimov. Forse solo un sogno, forse qualcosa di più, se ha ragione
Franco Vaccari, che ha fatto della sperimentazione della convivenza la sua
strategia. Da anni ospita presso «Rondine. Cittadella della Pace» studenti
provenienti dalle regioni in guerra (dal Caucaso al Medio Oriente ai Balcani),
affinché al loro ritorno, siano «portatori sani» di concreta convivenza provata
sulla loro pelle.
La speranza di un futuro
Intanto qualcuno trova lavoro, ed esce dal campo profughi in cui è cresciuto.
Come Anar Usubov, 28 anni, scappato nel 1992 nel cuore della notte con tutta la
sua famiglia attraverso una foresta, catturato e trattenuto quattro giorni dalle
truppe armene, poi rilasciato. «Ma di diciasette dei miei parenti non sappiamo
più nulla da allora». Si è laureato in Relazioni Internazionali all’Università
di Baku; è stato selezionato dall’ambasciata americana, ha fatto parte dei «Peace
Corps» e ora lavora nell’organizzazione dei profughi del Nagorno Karabakh. «Mi
chiedi se la pace è possibile? Non lo so, con franchezza. Ma con altrettanta
franchezza ti dico che da qualche parte bisogna pur cominciare».
Informazione Corretta 20.07.2010
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli
Come in uno specchio o in un laboratorio: Gaza e
il Nagorno Karabakh
Cari amici, avete presente il lavoro di laboratorio nella scienza sperimentale?
Si prende un fenomeno grande e complesso, lo si riduce ai minimi termini,
eliminando tutti i dati accessori e si cerca di descrivere il comportamento di
questa versione ridotta, sperando così di capire meglio quel che succede
nell'originale. Non spesso, ma qualche volta capita qualcosa del genere anche
nelle faccende politiche. Il lettore che per esempio ieri si fosse preso la
briga di leggere il grosso articolo firmato da Vittorio Emanuele Parsi sulla
"Stampa" (http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201007articoli/56811girata.asp)
avrebbe potuto usare quel che vi viene raccontato per studiare una sorta di
versione da laboratorio della propaganda islamista su Gaza: poveri profughi,
occupanti cattivi, guerra infinita. L'analogia è da laboratorio perché non si
tratta di Gaza e dei palestinesi, ma di un altro conflitto, che ha suscitato una
attenzione assai inferiore, quello fra Armenia e Azerbaigian a proposito del
Nagorno Karabakh: un'enclave popolata da armeni che alla caduta dell'Urss era
rimasto in mano all'Azerbaigian e che ha poi rivendicato e ottenuto con l'aiuto
dell'Armenia la propria indipendenza dopo una guerra sanguinosa. Nell'articolo
di Parsi non si racconta il territorio conteso, non si parla con gli armeni, non
si ricostruisce la storia. Si sente una sola campana, quella di profughi
debitamente sofferenti e addolorati. Parsi li ha fatti parlare, immaginiamo per
mezzo di un interprete ben addestrato, ha trascritto con efficacia le loro
lamentele, da quel bravo giornalista che è.
Peccato che queste lamentele non siano affatto contestualizzate. Che per esempio
né i profughi né qualcun altro parli del fatto che la regione è sempre stata
popolata in grandissima maggioranza da armeni cristiani; che essa ogni volta che
ha potuto (alla fine della Prima guerra Mondiale, alla caduta dell'Urss) abbia
dichiarato la propria volontà di unirsi all'Armenia o almeno di conquistare
l'indipendenza; che sia stata data all'Azerbaigian da Stalin per compiacere la
Turchia; e soprattutto che nel racconto non si parli dei sanguinosissimi pogrom
contro gli armeni della regione organizzati dal governo azero – la vera causa
della rivolta; che infine si ignori che vi sono stati profughi da entrambe le
parti, perché molti armeni vivevano in territorio azero e sono dovuti fuggire in
Armenia: se sono stati trattati meglio dei loro "colleghi" azeri è merito
dell'Armenia e colpa del ben più ricco vicino; non viceversa.
Nell'articolo non ha neppure rilievo un dato evidente, che si ricava solo da una
didascalia e da una battuta di un intervistato: la guerra è iniziata vent'anni
fa e finita quindici anni fa: un tempo più che sufficiente per assorbire i
profughi e anche per assestare lo stato quo. Dunque perché parlarne adesso?
Questa è la domanda centrale. Perché i tristi destini dei profughi di una guerra
conclusa nel '94 attirano l'attenzione di un giornalista della Stampa proprio
adesso, nel 2010? Che c'è di nuovo? La risposta ha forse a che fare con il fatto
che gli azeri sono etnicamente turchi e da sempre sotto la protezione del Grande
Fratello di Ankara. La Turchia, nel tentativo di ottenere credibilità
internazionale, ha cercato negli ultimi anni di cancellare la macchia del
genocidio che ha compiuto contro gli armeni e del furto delle loro terre. Anche
qui sono passati 95 anni, ma la ferita è sempre aperta dal rifiuto turco di
riconoscere il genocidio. Falliti i ricatti e le pressioni per tacitare il
mondo, persa la battaglia nel parlamento americano, in quello svedese e
nell'opinione pubblica mondiale, la Turchia ha inscenato nei mesi scorsi una
trattativa di pace con l'Armenia, mediata dagli Stati Uniti. L'accordo raggiunto
in questa occasione, che nelle intenzioni turche doveva chiudere la faccenda,
non è stato però mai ratificato, proprio per la pretesa azera che prima
l'Armenia "restituisse" la regione autonoma prima di ottenere la riapertura
delle frontiere con la Turchia.
Essendo impossibile la pace, Ankara ha deciso di esercitare anche qui il suo
atteggiamento muscolare, recentemente riscoperto. Sulla scorta delle esperienze
di Gaza ora evidentemente la Turchia sta preparando l'opinione pubblica a un suo
intervento, diplomatico o più concreto, nel conflitto fra Armenia e Arzeibagian.
Per questo, e per occultare un po' il genocidio, è necessario che gli armeni
diventino i cattivi della storia. Per cancellare i genocidi, insegnano i
palestinesi, non c'è niente di meglio che accusare le vittime di essere i nuovi
colpevoli. Come è accaduto per Gaza, è probabile che anche in questo caso sia in
atto una campagna di relazioni pubbliche condotta scientificamente e con
abbondanza di fondi.
Non posso ovviamente sapere come Parsi abbia avuto l'idea e i contatti per
scrivere il suo articolo, ma sarebbe interessante conoscerlo. Un giornalista ha
sempre delle fonti e queste non sono sempre disinteressate. Le agenzie di
relazioni pubbliche servono spesso per facilitare le inchieste giornalistiche –
e a spingerle nella direzione opportuna. Non intendo certamente discutere il
lavoro di Parsi e la sua professionalità: sono spesso d'accordo con le sue
analisi e ho stima della sua intelligenza. Fatto sta che c'è un'impressionante
simmetria fra le menzogne che si raccontano sulla popolazione di Gaza "ridotta
alla fame" e bisognosa del soccorso di flottiglie turche o libiche e la storia
che gli hanno raccontato i poveri rifugiati azeri che sognano di tornare a
morire "nella terra dei loro avi" (che poi dei loro padri molto probabilmente
non era affatto, perché stavano da un'altra parte). Magari prima o poi qualcuno
organizzerà dei soccorsi anche nel Caucaso: perché l'Armenia, come Israele, ha
il difetto di essere un piccolo paese incuneato fra minacciosi vicini islamici,
forniti di petrolio e assai più grandi di lei. Ed ecco, come in un laboratorio,
possiamo cercare di leggere in filigrana nelle storie dei poveri profughi azeri
la volontà imperialistica turca e la propaganda islamista su Gaza.
Ugo Volli
http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
Lettera del nostro ufficio
stampa
Egr. Direttore
L’articolo di
domenica “Nagorno Karabakh – Tra i miserabili fuggiti dalla guerra” a firma del
giornalista Vittorio Emanuele Parsi, testimonia quanto ogni conflitto, e quello
combattuto ai primi anni Novanta non fa eccezione, sia sempre accompagnato da
lutti, dolore, difficoltà fisiche e materiali.
Tuttavia, una
lettura superficiale potrebbe fornire al lettore poco attento un’ impressione
errata.
Allo scoppio del
conflitto sia in Armenia che in Azerbaigian vivevano cittadini di differente
etnia: i circa ottantamila azeri dell’Armenia se ne andarono per evitare
ritorsioni, lasciarono le loro case ed il governo armeno pagò loro un indennizzo
per le stesse.
I quasi
trecentomila armeni che vivevano in Azerbaigian, viceversa, furono costretti ad
abbandonare in tutta fretta il paese per sfuggire alla violenza dei pogrom,
delle cacce all’uomo, scatenate dagli estremisti azeri a Sumgait, Baku ed in
altre località; molti di loro perirono in quegli attacchi.
Dopo la guerra i
profughi azeri furono stipati dal proprio governo in enormi campi profughi
ancora in uso; per tre lustri hanno vissuto (e vivono ancora) in quelle
miserrime condizioni mentre l’Azerbaigian spende miliardi di petrodollari per
armarsi in previsione di una guerra di riconquista sempre minacciata come le
dichiarazioni del presidente Aliyev di pochi giorni or sono confermano.
La guerra di
liberazione del Nagorno Karabakh (dove all’inizio del conflitto l’85% della
popolazione era armena nonostante i tentati azeri di “ripopolamento”) è stata
l’inevitabile conseguenza di una politica di odio e di persecuzione messa in
atto dal governo dell’Azerbaigian. Il Karabakh – l’antico Artsakh – è sempre
stato una terra armena che una scellerata politica sovietica volle destinare
all’amministrazione azera per sottili strategie diplomatiche. La terra dei padri
armeni cercò di affrancarsi utilizzando gli strumenti messi a disposizione dal
diritto internazionale e dalla legge in vigore in Urss dell’epoca. La risposta
dell’Azerbaigian furono i missili grad lanciati su case ed ospedali.
I profughi dei
campi azeri sono il risultato di quella politica.
Distinti Saluti.
Ufficio
Stampa
www.comunitaarmena.it
gentile direttore,
leggo oggi su "La Stampa" l'ampio articolo di Vittorio Emanuele Parsi sul
Nagorno Karabakh. Pur condividendo naturalmente tutta la simpatia umana nei
confronti di profughi e sfollati, tuttavia occorre fare alcune precisazioni
sulla storia e le ragioni di questo conflitto che, come ricorda Parsi, ha fatto
30.000 morti e 100.000 feriti. Ragioni largamente sconosciute alla comunità
internazionale, il che provoca strumentalizzazioni per interessi o posizioni
ideologiche. In particolare, voglio ricordare a Parsi che il Karabakh è da
sempre una regione armena, dove, non a caso, sono situati una delle primissime
chiese cristiane della terra, Dzidzernavank, la prima scuola fondata
dall'inventore dell'alfabeto armeno, Mesrob Mashtoz, e moltissimi altri centri
di studio e di culto ameno. I confini fra Azerbaigian e Armenia furono disegnati
da Stalin che, così come "regalò" alla Turchia Ani, antichissima capitale
armena, e addirittura l'Ararat, simbolo nazionale armeno, per ingraziarsi
Ataturk, così assegnò all'Azerbaigian la regione armena del Karabakh. Nel 1926
nella zona c'erano 125.000 abitanti, il 90% dei quali armeno. Non era nemmeno
un'enclave, come gli azeri sostengono, ma lo diventò in seguito alla pulizia
etnica del corridoio del Lacin, che separa l'Armenia dal Karabakh stesso. Non ci
sono "padri", cioè antenati, azeri in quella regione che, nel 1988 attraverso un
democratico referendum (l'autodeterminazione dei popoli non è un principio
fondamentale del diritto internazionale ?), ha chiesto l'indipendenza e/o
l'annessione all'Armenia. La reazione azera, che Parsi fa male a non ricordare,
è stato un violentissimo pogrom nella città di Sumgait, poi a Kirovabad e a
Baku. a Sumgait le case armene erano state segnate con croci e il 27 febbraio,
queste case vennero distrutte, sfasciate, bruciate, le donne stuprate e uccise,
gli uomini avvolti nei tappeti e fatti a pezzi con le scuri. La bibliografia
sull'argomento è abbondante. le ricordo solo il libro di S.Chahmouradian, "La
tragedie de Soumgait", Ed. de Seuil, Parigi, con la prefazione di Elena Bonner,
moglie di Andrey Sacharov. Le ricordo anche che in tutti i territori azeri e
anche turchi, è in atto un sistematico "genocidio bianco" ai danni dei monumenti
armeni, chiese, monasteri, khachkar (cioè le croci di pietra armene), cimiteri
cristiani; il cui scopo è la "riscrittura della storia" l'eliminazione delle
tracce. Le ricordo che la distruzione del cimitero medioevale armeno di Julfa,
in Nakhicevan, è stata compiuta sistematicamente da soldati azeri nel 1998: 5000
tombe di pietra, oltre 1000 anni di storia. Ricordo anche che nel 2007 il
Ministero della Cultura e del Turismo dell'Azerbagian ha pubblicato un ampio
volume a firma dei Aziz Alakbarli, intitolato "I monumenti dell'Azerbaigian
dell'Ovest" in cui si classificano come "turchi" e "protoislamici" decine e
decine di chiese e monasteri e siti situati in Armenia, compreso il tempio
ellenistico di Garni, costruito all'epoca di Nerone !. Difficile pensare che
in un paese che finanzia libri del genere ci sia davvero la volontà di favorire
la convivenza pacifica fra popoli nel rispetto delle loro tradizioni e culture.
cordialmente
Martina Corgnati
storica dell'arte
In merito all'articolo del prof.
Vittorio Emanuele Parsi del 18 luglio 2010
Anni fa, dopo aver attraversato il
confine fra la Georgia e l'Armenia, sono stato accolto dai contadini di un
villaggio turco in Armenia, Evlu, che mi hanno raccontato una strana storia.
Erano armeni originari dell'Azerbaigian. Allo scoppio dei pogrom antiarmeni del
1988,il maestro armeno di un paese dell'Azerbaigian si è trasferito a Evlu
ospite del maestro azero del villaggio. Poi si sono scambiati le case e tutti
gli abitanti a poco a poco li hanno seguiti. Gli azeri di Evlu si sono stabiliti
nel villaggio armeno in Azerbaigian e gli armeni del villaggio azero si sono
trasferiti a Evlu. Lo scambio è avvenuto senza violenza, una sorta di "pulizia
etnica" indolore, riconoscimento della comune umanità, eccezione nel quadro
violento della guerra sanguinosa che ne è seguita.
C'è qualche cosa di tragico e di
ineluttabile nel fatto che gli abitanti dei villaggi e delle città in
Azerbaigian, dopo un lungo periodo di pace abbiano cominciato a combattersi. C'è
qualche cosa di iniquo nel fatto che le popolazioni di entrambe le etnie, siano
state costrette ad abbandonare i luoghi dove erano nati i loro nonni e i loro
padri. E oggi nei luoghi distrutti dalla guerra si entra in una dimensione di
immobilità. Nessuno ha il coraggio di ripopolare zone che ricordano l'infamia
dell'uomo sull'uomo. E' la stessa immobilità della attuale condizione di "pace
armata" che non può protrarsi all'infinito e che deve lasciare il posto alla
pace tout court, premessa indispensabile alla ricostituzione della
convivenza tra armeni e azeri
E' opportuno ricordare che
all'origine del conflitto per il Nagorno Karabagh vi è la reazione azera alla
richiesta di annessione della regione all'Armenia.
Ci sono in Armenia circa 250.000
profughi armeni fuggiti da Sumgait, Baku, Kirovabad, Nakicevan in seguito agli
efferati pogrom antiarmeni ivi commessi e 190.000 profughi azeri in Azerbaigian
fuggiti dall'Armenia in seguito all'acuirsi della guerra.
Il Nagorno Karabagh non ha mai
fatto parte dell'Azerbaigian indipendente. Era una regione autonoma della
Repubblica socialista sovietica dell'Azerbaigian che con la dissoluzione
dell'URSS ha chiesto, attraverso un referendum, di unirsi all'Armenia. Il
governo azero ha scatenato i pogrom e ha dato inizio al conflitto punendo i
propri cittadini colpevoli di appartenere ad una etnia diversa.
Segnalo un mio libro
sull'argomento, Il giardino di tenebra. Viaggio nel Nagorno Karabagh, Milano
2003
Pietro Kuciukian
Console onorario della Repubblica
di Armenia
Via Teodosio 7
201231 Milano |