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La
denuncia: I soldati dell’Azerbaijan stanno distruggendo le steli degli Antichi
cimiteri
Alla
fine giovedì è intervenuto anche il Parlamento europeo per chiedere ufficialmente al governo dell'Azerbaijan «di mettere fine
alla demolizione dei cimiteri medievali armeni e delle croci storiche
scolpite nella pietra». Le croci sono
i khatchkar, pietre-simbolo degli armeni innalzate vicino
alle chiese o ai monasteri o nei cimiteri. Croci sacre, nel senso che per gli armeni sacra è la
stessa pietra, che diventa oggetto di
venerazione e di culto.
E
dunque si trasforma in un sacrilegio
la loro distruzione. Soprattutto se
accade in un luogo come Giulfa,
antica città armena oggi nell'Azerbaijan,
in una regione che si dice sia stata
fondata da Noè
(si chiama
Nakhichevan, colonia di Noè).
La città si trovava
sulle rive del fiume Arax, fu potente
finché nel 1605 lo Shah Abbas
I costrinse gli armeni a trasferirsi in Persia. Gli armeni andarono
e fondarono un grande villaggio che chiamarono Nuova Giulfa. Nel
frattempo lo Shah, per impedire il ritorno degli abitanti, fece distruggere la vecchia città ma non il cimitero con le sue croci medievali.
Quello
che è accaduto quattro secoli dopo,
denuncia il Collectif Van (Vigilanza
Armena contro il Negazionismo) è che
«dal 10 dicembre alcune decine di
soldati azeri, armati di pale,
martelli e bulldozer, distruggono
questi khatchkar e li buttano nel
fiume Arax. Forse bisogna spiegare il silenzio
assordante di Onu, Unesco e della
Comunità internazionale con la
presenza dell'oleodotto Baku-Ceyhan?».
Il collettivo francese ha
immediatamente lanciato una
petizione per avvertire il mondo
intero di quanto stava accadendo.
Foto, filmati, stanno facendo il giro
dei siti delle comunità armene del
mondo intero. Ma in questo caso,
forse, i numeri sono anche più
efficaci di un'immagine: erano
dodicimila le croci, oggi ne restano poche centinaia
e in pessimo stato.
Il
mondo armeno ha reagito moltiplicando
l'allarme, chiedendo l'intervento
dell'Unesco, mobilitando i governi
di Stati Uniti e Inghilterra. A fine
dicembre, infatti, i membri del
Congresso degli Stati Uniti si sono
rivolti al governo
dell'Azerbaijan chiedendo la fine delle demolizioni. Secondo
quanto riferisce l’ANCA (il
comitato nazionale degli armeni d'America), in una dura lettera
indirizzata al presidente dell'Azerbaijan, il
rappresentante del congresso Adam Schiff ha condannato le azioni azere definendole un'offensiva violazione degli
accordi internazionali: «Permettendo,
e quindi incoraggiando, questi atti,
la repubblica dell'Azerbaijan
disonora non solo i morti sepolti
al cimitero, ma lo stesso Azerbaijan
ed il popolo azero». In Inghilterra
la Baronessa Caroline Cox e John
Marx hanno presentato un'interpellanza
scritta alla Camera dei Lords Britannica chiedendo al governo inglese di
esaminare con i rappresentanti dell’Unesco la questione. In Italia la comunità
ha fatto altrettanto parlando chiaramente di “martellate contro la storia”.
I
giovani della comunità hanno
dedicato il loro bollettino quindicinale
«Akhtamar on-line» alla
vicenda svelando che i soldati
in realtà sarebbero «quasi duecento», che
«si sono accaniti contro le poche
croci di pietra scampate ai precedenti
attacchi». Troppi per poter
considerare la nuova aggressione
come l'isolato gesto di qualche
sconsiderato». Martellate contro la
storia, dunque, le chiamano, perché
«esiste un piano preordinato per
giungere alla progressiva eliminazione di ogni traccia armena nell'insediamento
cimiteriale persino con l'impiego di vagoni ferroviari
sui quali venivano caricate le steli».
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