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Non
stupisce che il governo turco abbia reagito con collera alla mozione approvata
il 10 ottobre dalla commissione Esteri del Congresso Usa: una risoluzione che
riconosce come genocidio i massacri sistematici subiti dagli armeni all’inizio
del Novecento, culminati in sterminio razziale nel 1915-17. I governi turchi non
hanno mai ammesso le responsabilità della nazione in quell’ecatombe, e tanto
meno hanno accettato di darle i nomi - già attribuiti dalle Nazioni Unite nel
’48 e ’85 - di crimine contro l’umanità e genocidio. Nel 1915 la parola
ancora non era adoperata, lo sterminio degli ebrei non aveva avuto luogo e i
testimoni ricorsero ad altri vocaboli che però dicono la stessa cosa. Alcuni
parlarono di crimine contro l’umanità. Henry Morgenthau, ambasciatore
americano presso la Sublime Porta nel 1913-16, denunciò uno «schema
attentamente pianificato mirante alla distruzione di una razza» e comunicò a
Washington che i governanti turchi non nascondevano i propositi di liquidazione.
C’è poi una frase famosa, attribuita a Hitler anche se non confermata da
fonti sicure. Nel 1939, rivolgendosi agli ufficiali della Wehrmacht, replicò a
chi sconsigliava l’invasione della Polonia: «Chi parla ancora, oggi, della
distruzione degli armeni?».
Fu dunque genocidio, e son rari gli studiosi che lo contestano. Viene
riconosciuto come tale in più di venti Paesi e dentro la Turchia stessa - dove
una legge punisce di attentato all’identità turca chi vede nei massacri un
genocidio - si moltiplicano le voci di chi vuole sia detta e ammessa la verità.
Fra queste c’è la voce di Orhan Pamuk, Nobel per la Letteratura: in patria è
persona non grata.
Ma ci sono anche persone meno note in Occidente: la scrittrice e giurista
Fethiye Cetin, il sociologo Ferhat Kentel, il giornalista armeno Hrant Dink, che
dirigeva il settimanale Agos e che in gennaio è stato ucciso da fanatici
nazionalisti. Non è dunque il fatto in sé, che nelle scorse settimane è stato
messo in questione da più parti oltre che da Ankara. In questione è il diritto
che hanno le nazioni di varare politiche della memoria al posto di altri popoli.
L’esempio americano è recente, ma ad aprire la strada è stato il Parlamento
francese. Nel 2001 Parigi ha riconosciuto il genocidio armeno e nel
2006 ha
proposto una legge (non ancora approvata) che considera un reato negarlo.
La decisione della commissione Esteri statunitense è opinabile non solo per
motivi di opportunità strategica: perché ha inasprito il risentimento turco
contro Washington e spinto il governo Erdogan a «fare da sé» in Iraq, aprendo
un nuovo fronte bellico contro i connazionali curdi che combattono Ankara a
partire dal Curdistan iracheno. La vera questione è un’altra, come si è
visto: se sia ammissibile che uno Stato legiferi sulle memorie altrui. Se non si
tratti di una forma di imperialismo storico, come sostiene il giurista Laurent
Pech, professore all’Università di Galway, in Irlanda.
La parola imperialismo è spesso usata senza discernimento, ma qualcosa di vero
contiene: è vero che in Francia e poi negli Usa siamo alle prese con una
politica della memoria fatta dall’esterno, al posto di Paesi che non senza
ragione vengono accusati di peccato di ammissione ma che non sono considerati
capaci di imboccare da soli la strada della verità. La memoria, delicatissimo
ingrediente delle identità di ciascun individuo e popolo, diventa materia a
disposizione, da utilizzare per fini che non concernono i popoli coinvolti. È
come se sui modi italiani di ricordare legiferassero altri. Come se la politica
della memoria in Germania fosse divenuta feconda a causa dei vincitori della
guerra, e non del lavoro dei tedeschi su se stessi. Come se il superamento della
guerra civile spagnola, che proprio in questi giorni viene commemorata nelle
leggi sulla memoria di Zapatero, fosse imposta dall’esterno.
Inoltre è un imperialismo storico peculiare, quello proposto negli Stati Uniti.
Nasce dalla pressione di lobby etniche, è il frutto di una civiltà
multi-culturale fondata sulla separatezza delle molteplici comunità di cui
l’America è composta. L’imperialismo della memoria è figlio di questa
cultura comunitarista, che allinea etnie o religioni e le trasforma in lobby
estremamente potenti, capaci di influire sulle scelte statunitensi di politica
internazionale. Di simili gruppi di pressione l’America ne ha molti: quello
ebraico è specialmente influente ma anche gli altri lo sono, dall’armeno al
greco al polacco. Sono gruppi che non si fondono in una superiore unità
repubblicana, che si guardano l’un l’altro in cagnesco: nei nazionalismi
accade sempre così. Sono imbevuti di vittimismo, e tra vittime c’è
frequentemente concorrenza. La politica estera americana risente di tale cultura
comunitarista e non a caso è regolarmente attratta da soluzioni spartitorie dei
conflitti: l’accordo di Dayton si basò sulla spartizione tra bosniaci, serbi,
croati; l’Iraq rischia d’essere spartito tra sciiti, curdi e sunniti.
Quel che distingue simili gruppi di pressione è la lontananza dalle rispettive
madri patrie e sono i miti tragici sui quali vivono. Fabbricate in diaspora, le
narrative nazionali si esauriscono in apocalittici regolamenti dei conti tra
vittime e carnefici: è il culto della tragedia che anima la politica
israeliana, secondo la storica di Gerusalemme Idith Zertal (Israele e la Shoah.
La nazione e il culto della tragedia, Einaudi 2007). L’ideologia delle lobby
è il vittimismo, ed è il duello inestinguibile con un carnefice che resta tale
nei secoli, pur cambiando volto. I gruppi di pressione non badano a quello che
succede in patria, congelano la storia, sono refrattari alle riconciliazioni che
nelle patrie rispettive sono invece indispensabili. La comunità ebraica in
diaspora spesso si disinteressa agli sforzi di convivenza tra israeliani e
palestinesi. Gli armeni all’estero sottovalutano la necessità, in loco, di
dialogare coi turchi. La natura della lobby etnica o religiosa è chiusa, ha
tutto il tempo e la comodità di occuparsi solo di sé. Spesso le grandi nazioni
multiculturali lo sono solo in apparenza: non sono plurali, dalle molte identità.
Sono un mosaico di micro-nazionalismi intrattabili, con poteri ma senza
responsabilità. È il caso della società statunitense, e l’imperialismo
storico di cui parla Pech è l’imperialismo di questi nazionalismi minuscoli.
Gli intellettuali che si battono per la verità in Turchia disapprovano il più
delle volte questi interventi esterni. Li considerano non solo imperialisti ma
controproducenti. Sembra avere dubbi Pamuk, quando in un’intervista a la
Repubblica dice: «I cittadini del mio Paese dovrebbero sentirsi liberi di
parlare di questa faccenda. È spiacevole che (essa) sia diventata un braccio di
ferro internazionale, piuttosto che una questione morale riguardante la libertà
di parola in Turchia». Lo stesso sostiene la scrittrice Cetin, secondo cui la
mozione statunitense non favorisce ma complica il lavoro su se stesso del popolo
turco. Non diverso il giudizio del sociologo Ferhat Kentel, a Istanbul: adottate
da Paesi stranieri, le leggi sulla memoria del genocidio armeno «rendono ancora
più difficile, al popolo turco, il solo parlarne» (Sabrina Tavernise e Sebnem
Arsu, New York Times, 12 ottobre).
Ma il più duro contro questa espropriazione della memoria è stato Dink, negli
anni che hanno preceduto il suo assassinio. Quando seppe che il Parlamento
francese intendeva approvare una legge punitiva verso chi negava il genocidio
armeno insorse: proprio lui che aveva combattuto per la verità attaccò i
legislatori francesi. Nell’ottobre di un anno fa, pochi mesi prima di essere
ucciso, disse che sarebbe andato in Francia per contestare la legge e difendere
la libertà d’opinione per tutti: «Avrò contro di me sia il governo turco
che quello francese», dichiarò. Lo scopo della politica della memoria è la
verità ma anche la riconciliazione e l’oblio ragionato: nel caso di Ankara è
una diversa convivenza fra etnie (in Turchia vivono 60 mila armeni). Il culto
immobile della memoria e la sola morale delle vittime non bastano a costruire
una nuova, diversa coscienza di sé.
La politica della memoria fatta dall’esterno trascura molti aspetti delle
tragedie, per opportunità politica. Trascura il fatto che i curdi parteciparono
in massa alla liquidazione degli armeni, e profittarono delle loro deportazioni.
Trascura il fatto che tutte le comunità devono difendere il proprio passato
oscurato, ma metterlo in armonia con le altre componenti di una società non
multietnica ma, nella misura del possibile, unita e al tempo stesso cosmopolita.
Sono opportune alcune precisazioni in merito alle
riflessioni di Barbara Spinelli nel suo articolo del 28 c.m. dal titolo “La
memoria per decreto imperiale” che si interroga sul diritto di uno stato di
legiferare sulla memoria altrui (nella fattispecie il Congresso Usa a
proposito del riconoscimento del genocidio degli armeni del 1915).
Una
sorta di “imperialismo storico” come taluni studiosi lo hanno descritto.
Diciamo
subito che, in linea di massima, le considerazioni espresse ci possono trovare
sostanzialmente d’accordo: la memoria, giustamente descritta come
“delicatissimo ingrediente della identità di ciascun individuo e popolo”,
non può – meglio, non dovrebbe - essere mai imposta dall’esterno, per
di più per decreto legge.
Le
stesse comunità armene, infatti, da un lato hanno accolto con favore i
pronunciamenti internazionali succedutisi in questi ultimi anni, dall’altro
non hanno nascosto la loro perplessità per talune “forzature” esterne nel
processo di riconoscimento del Genocidio del 1915.
Peraltro
legiferare su di un fatto storico, acclarato dagli studiosi e di pubblica comune
acquisizione, non significa imporre necessariamente una memoria; la
Com
missione del Congresso Usa non si è espressa obbligando la Turchia o il popolo
turco a comportarsi in un certo modo: semplicemente ha detto al
Presidente degli Stati Uniti che nel suo tradizionale discorso alla comunità
armena nord americana deve riferirsi ai fatti del 1915 definendoli con il
proprio nome “Genocidio” e non più rifacendosi ad espressioni quali
“uccisioni di massa”, “sterminio”, “immensi lutti”…
Nessuna
legge, infatti, neppure quella francese, ha imposto alla Turchia qualcosa.
Mentre il governo turco nega il genocidio e non esita a ricorrere a minacce
e ritorsioni per avvallare ed imporre la propria tesi, chiudendo per
esempio unilateralmente le frontiere con l’Armenia (dal 1994) o bombardando ed
invadendo il Nord dell’Iraq…
Ad
ogni buon conto ove mai considerassimo tali atti alla stregua di un effettivo
“imperialismo storico”, appare chiaro che queste “forzature”
finirebbero con l’essere degli elementi di sensibilizzazione nei confronti del
popolo turco su un tema per lui ancora tabù.
Siamo
convinti che “la politica della memoria fatta dall’esterno” potrebbe,
anzi, dovrebbe assumersi la responsabilità di aiutare quella “elite” di
intellettuali turchi nel loro difficile lavoro di ricerca della propria memoria
storica e concedere al popolo turco la possibilità di pensare liberamente
e scegliere anche “altre verità” che non coincidono con quelle imposte
dall’alto.
Tutti
vorremmo che fosse la Turchia, senza alcuna pressione internazionale, senza
alcun condizionamento o ricatto, ad ammettere – spontaneamente - l’orrore
del passato. Sarebbe un importante segnale di maturità e crescita democratica.
Da
novantadue anni aspettiamo, e continuiamo ad aspettare …
Consiglio
per la comunità armena di Roma
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