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Un premio internazionale per non dimenticare i
diversi aspetti di una questione spinosa, ancora aperta
Insieme ai giornalisti ed agli scrittori in
genere, gli editori sono tra gli attori direttamente toccati dalle limitazioni -
più o meno violente, più o meno legali - che si perpetrano in tutto il mondo
alla possibilità di libera manifestazione del pensiero. L'Associazione
internazionale degli editori è uno degli interlocutori istituzionali che da
sempre - non foss'altro che per autodifesa - si interessa della questione della
libertà di stampa.
In questo senso l'IPA ha istituito il "Freedom prize", un prestigioso
riconoscimento per uomini coraggiosi che operano in situazioni difficili.
Quest'anno il premio è stato assegnato a Trevor Ncube, editore dello Zimbabwe
che lotta per la libera informazione rischiando l'incolumità. Le sue testate
quotidiane e settimanali, uniche d'opposizione, non smettono di denunciare gli
abusi nel paese; dice: “I politici devono capire che la libertà di stampa è un
ingrediente vitale per lo sviluppo, culturale ma anche economico. L'Africa ne ha
un disperato bisogno”.
Il premio, alla memoria, è andato anche al giornalista turco Hrank Dink,
assassinato nel gennaio scorso per il suo impegno contro la rimozione della
questione armena. In Turchia, tra l'altro, in proposito è stata introdotta una
riforma penale restrittiva della libertà di espressione, così che “l'articolo
301” del nuovo codice è diventato un simbolo dell'attacco ai diritti umani; una
causa per cui ad Istanbul, quattro giorni dopo l'omicidio di Dink, hanno sfilato
oltre 100 mila persone.
Ma la questione della libertà di stampa è tema che certamente travalica la
cronaca dei singoli casi. Nella sola Russia sono oltre 200 i giornalisti
assassinati dal '91; casi eclatanti quello di Anna Politkovskaja e i suoi
articoli sulla tirannia neosovietica di Putin o le stragi anticecene; e quello
di Pavel Chlebnikov e le sue denunce al “capitalismo da gangster” in atto
nel paese. E poi il 2005, “anno maledetto” per i giornalisti secondo
l'allarmante rapporto di Reporters sans frontieres (1000 media censurati; 1300
professionisti minacciati per il loro lavoro, di cui 63 finiti martiri
dell'informazione). E via così, a ritroso nel tempo e nello spazio: Iraq, Iran,
Libano, Algeria, Messico, Cuba; oggi, ieri e sempre.
Al di là delle violenze di turno, la libertà di stampa rimane in ultima analisi
una questione di giustizia, da rimettere allo spirito del giornalista come
individuo. Vedi la Colombia, dove si “contano tanti morti da aver perso il
conto”; il giornalista Javier Darío Restrepo, superando certe astrattezze
filosofiche, avanza la sua provocazione: “La libertà di stampa è solo retorica.
L’unica cosa che conta sono i giornalisti liberi”.
Marco A. Marcuccio
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