|
Non v’è dubbio che la flottiglia che puntava su
Gaza era qualcosa di più d’una semplice spedizione destinata a portare soccorso
umanitario ai civili palestinesi che vivono, in condizioni spesso disperate,
nella soffocante striscia invasa e colpita dagli israeliani nel 2008. I
pacifisti erano in realtà attivisti filopalestinesi, legati per tanti fili
all’organizzazione terroristica di Hamas. Lo scopo vero della loro traversata
era dichiaratamente provocatorio: forzare l’embargo e il severo blocco marittimo
imposto da Israele lungo la striscia per ostacolare l’arrivo clandestino di armi
e materiali balistici ai guerriglieri locali, sostenuti soprattutto dalla Siria
e dall’Iran.
Non v’è dubbio, altresì, che la reazione delle forze navali israeliane è stata
eccessiva, nevrastenica, mal guidata e mal controllata. La frettolosità tecnica
con cui l’hanno eseguita ha provocato un eccidio di grave danno per l’immagine
di Gerusalemme già logorata nel mondo.
In sostanza, le forze speciali d’Israele hanno risposto maldestramente alla
provocazione, causando un disastro di proporzioni umane e politiche che daranno
facile gioco propagandistico ai pacifici alleati di Teheran, di Hamas, di
Hezbollah. Al tutto si aggiunge l’isolamento del governo di Netanyahu
dall’amministrazione Obama e dai Paesi dell’Unione europea, in particola-re
mediterranei, lambiti dal caos alle porte di casa.
Ma al centro della situazione, estremamente complessa dopo la catastrofe, non si
trovano soltanto le mosse difensive intemperanti e sbagliate di un combattivo
governo di destra israeliano. Al centro direi storico, più che contingentemente
politico, si trova la Turchia, il più cospicuo e potente Paese islamico del
Medio Oriente. La flottiglia degli attivisti era salpata in gran parte dalle
coste turche e da Cipro. Era stata progettata e finanziata principalmente dall’Ong
turca «Ihh», organizzazione radicale islamica fondata nel 1992 e legata al
network dei Fratelli musulmani. La nave ammiraglia della spedizione, Mavi
Marmara, batteva bandiera turca, erano turchi molte centinaia di attivisti,
infine erano turche tutte o quasi le nove vittime uccise dalle truppe speciali
israeliane.
Si è quindi detto che è scoppiato un esordio di guerra tra Israele e la Turchia
dopo circa sessant’anni d’alleanza sul piano economico, politico e perfino
militare. Ma, in realtà, non è stato un esordio. E’ stato piuttosto il culmine
più visibile e più clamoroso, ancorché indiretto, di una parabola da tempo
negativa nei rapporti generali di Ankara, non solo col vicino Stato israeliano,
ma con l’Occidente nel suo complesso. Dallo scontro letale nelle acque
internazionali intorno a Gaza s’è visto emergere e prendere quasi corpo uno
spostamento massiccio, un rivolgimento geopolitico, un novum pericoloso perché
dilagante in uno degli scacchieri più infiammabili del globo. In definitiva
stiamo assistendo al distacco dal mondo atlantico di un Paese forte e vitale di
80 milioni che costituì, per decenni, il baluardo orientale della Nato con un
esercito ritenuto secondo soltanto a quello americano.
La lenta metamorfosi e il ritorno all’islam della nazione turca, tecnicamente
europeizzata e laicizzata da Kemal Ataturk dopo la Grande Guerra, sono iniziati
nel 1989 con il crollo del comunismo e la fine della guerra fredda. Lo
scioglimento dei blocchi contrapposti hanno dato inattese e insieme ancestrali
prospettive alla penetrazione egemonica di Ankara nel Caucaso, nell’Azerbaigian,
nelle ex repubbliche islamiche dell’Urss. Il riavvicinamento alla Siria e i
legami prima cauti, quindi palesi con l’Iran, hanno poi completato questa specie
di anabasi psicologica, politica e religiosa dall’europeizzazione incompiuta
alle ataviche radici dell’Asia. Il gioco si è fatto più stretto, anche se cauto
e sommerso, con l’arrivo al potere nel 2002 del partito islamico moderato Akp
(targato «Giustizia e Sviluppo») guidato dall’abile e arrogante Recep Tayyip
Erdogan e dal suo sodale Abdullah Gül, rispettivamente capi in carica del
governo e dello Stato.
Erdogan ha subito avviato una lunga e difficile trattativa per l’ingresso della
Turchia nell’Unione europea che gli americani, più di tanti europei, vedevano di
buon occhio e favorivano come vincolo di continuità con la Nato. Ma qui iniziava
un baratto quasi contabile e assai ambiguo fra il dare e l’avere. Non si capiva
bene dove Erdogan e il suo partito volessero portare la Turchia pseudomoderna.
Mentre le masse anatoliche, spesso fanatizzate, davano ascolto alle sirene anche
fondamentaliste, il machiavellico Erdogan concedeva a Bruxelles alcuni punti e
molte promesse sulle questioni dei diritti civili in contrasto con la tradizione
nazionale e nazionalista: abolizione della pena di morte, sospensione del reato
d’adulterio, mano ammorbidita nei confronti dei curdi, mano tesa ai cristiani
armeni memori del genocidio.
L’impressione era che Erdogan e Gül, che esibivano in pubblico le loro mogli
rigorosamente velate, più che desiderare l’avvicinamento all’Europa usassero
l’Europa per stroncare, mediante clausole ed esigenze europee, l’incombenza
dello storico potere parallelo kemalista presente fin dagli Anni Venti nelle
istituzioni e nella società turche. Commissari e deputati di Bruxelles, spesso
strabici esportatori di eccessivo democratismo moralistico, erano portati a
scorgere soltanto una casta di golpisti nei militari e nei magistrati che nel
1960, 1971, 1980 avevano interrotto con colpi di Stato confuse e insidiose
derive parlamentari istituendo governi militari di durata sempre breve e
transeunte. Per Erdogan era indispensabile colpire e dimezzare con pugno di
ferro il loro ruolo di garanti e custodi del lascito laico di Kemal per
capovolgere e riasiatizzare, in parte, una Turchia ricollocata magari in prima
fila tra i Paesi islamici della regione. Egli ha usato sovente con astuzia le
regole europee per emasculare l’europeismo dalla giunta secolare. Non a caso ha
fatto arrestare il 22 febbraio oltre 40 esponenti militari, fra cui 14 di
altissimo rango.
A questo punto Erdogan non ha potuto che schierarsi dalla parte degli attivisti
imbarcati sull’ammiraglia pacifista che esibiva soltanto due bandiere, la turca
e la palestinese, condannando duramente l’attacco israeliano come «atto di
pirateria» e come «terrorismo di Stato». Sarà Ankara a ricorrere per prima al
Consiglio di sicurezza dell’Onu per mettere una volta di più al bando
dell’ordine internazionale le azioni di Israele. Ma il vero dramma della storia
in atto va ben al di là della fine del tradizionale rapporto d’amicizia tra
Ankara e Gerusalemme. La verità è che siamo in presenza della più profonda crisi
nelle relazioni, un tempo solide e proficue, della Turchia con l’Occidente in
quanto tale. Una Turchia riallineata con forza, e perfino con pulsioni
egemoniche panislamiche, ai più militanti Paesi musulmani arabi e non arabi. |