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Genocidi
Armenia, il «Grande Male» scaccia il paradiso
Geraldina Colotti
Lunghe colonne di armeni, ridotti allo stremo, marciano
verso la città di Aleppo. È il 1915. Alle fonti del Tigri e dell'Eufrate, dove
la Bibbia dice si trovasse l'Eden, ora c'è l'inferno. Pochi superstiti
sopravviveranno, decimati dai banditi curdi e dagli tchété, truppe irregolari
formate da criminali comuni turchi liberati apposta. Nei piani del ministro
degli interni turco Talaat, ogni maschio deve essere soppresso per evitare che
possa vendicarsi. Tutti gli uomini sono in prigione o eliminati. Nei primi mesi
dell'anno sono stati neutralizzati i battaglioni armeni, uccise le élite di
Costantinopoli e i notabili di una minoranza colta e danarosa, che possiede il
potere economico ma non quello politico. Il 27 maggio, un decreto dei Giovani
Turchi - i nazionalisti al potere - consente ai militari di deportare la
popolazione. Tra il maggio e il luglio tutti gli armeni delle province orientali
di Bitlis, Trebisonda, Sivas, Kharpert, Erzerum, Van, Diyarbakir vengono
sterminati. Oltre un milione di morti. Da allora, il 24 aprile gli armeni
celebrano Metz Yeghern, il Grande Male, termine con cui definiscono il
genocidio. «Quando è separato dal diritto e dalla giustizia, l'uomo è il
peggiore di tutti gli animali», scriveva Aristotele.
In quelle colonne sfinite restano pochi vecchi a ricordare i precedenti
massacri, compiuti dal sultano Abdul Hamid tra il 1894 e il 1896, e poi ancora a
Adana nel 1909. Restano le donne un tempo eleganti e altere, ora «con i vestiti
a brandelli e un cencio in testa». Alla loro fierezza indomita, la studiosa
Antonia Arslan dedica un romanzo, La masseria delle allodole (Rizzoli, 2004, 15
euro), basato sulle memorie di famiglia. Racconta il salvataggio di alcune
profughe e di un bambino vestito da femmina, compiuto da uno zio dottore, ben
introdotto nell'ambasciata francese. Tra i superstiti, dato per morto insieme
alla famiglia che ha visto sterminare, c'è anche il giovane Soghomon Teylirian.
Il 14 marzo 1921 sarà lui a uccidere il turpe Talaat in un quartiere di
Berlino.
Di fronte a un tribunale tedesco racconterà gli orrori del Grande Male e sarà
assolto per infermità mentale. E questo non è più romanzo ma storia.
L'attentato scuoterà qualche coscienza tedesca in un paese ispiratore e
complice del militarismo turco. La Turchia è infatti il baricentro d'azione
dell'imperialismo tedesco fin dalla seconda metà del 1800. La Germania contende
all'Inghilterra la costruzione di «grandiose opere civili» che portano alla
rovina i contadini dell'Asia minore. Imprese colossali il cui costo viene
coperto dalla Deutsche Bank con un ampio sistema di debito pubblico.
«E così - rileva Rosa Luxembourg negli Scritti politici - lo Stato turco
diviene per l'eternità debitore dei signori Siemens, Gwinner, Helferich come lo
era stato del capitale inglese, francese, austriaco».
I costi vengono coperti dal basso con un sistema di doppie tasse a cui i
contadini armeni si ribellano, chiedendo riforme. Anche gruppi rivoluzionari
greci, bulgari e macedoni insorgono contro il governo ottomano. Gli armeni
portano l'attacco all'interno del paese e nella capitale dell'Impero. Rivolte e
manifestazioni pacifiche finiscono nel sangue. Finché, nell'agosto del 1896, un
gruppo armato occupa la Banca Ottomana, roccaforte della finanza europea, dove
prevalgono gli investimenti britannici e francesi: «Il tempo dei giochi
diplomatici è finito - scrivono in un volantino rivolto alle Potenze - il
sangue versato dai nostri centomila martiri ci dà il diritto di pretendere la
libertà». Quindici dei 25 insorti vengono tratti in salvo dalla mediazione
russa e francese. Ma i tentativi di forzare la mano alle Potenze per indurle a
intervenire risultano vani. Non ci saranno riforme, e anzi il potere si
vendicherà sulla popolazione civile.
Per Abdul Hamid, gli armeni ottomani si dividono in 3 categorie: quelli che
vogliono l'indipendenza, quelli che premono per l'annessione alla Russia e
quelli che sono «perfettamente legali», la grande massa della popolazione. E
infatti, a parte questi anni di rivolte e un episodio di resistenza sulla
Montagna di Mosé (il Mussa Dagh), conclusosi felicemente nel 1915, gli armeni
si consegnano increduli al boia o alla diaspora. Vakan N. Dadrian, sociologo e
direttore del Genocide Research presso il Zoryan Institute di Toronto lo
dimostra in una monumentale ricerca d'archivio, Storia del genocidio armeno (Guerini
e associati, 2003, 35 euro). Decenni di lavoro frutto di numerosi viaggi di
studio in Europa, in Medioriente e nell'America del Nord alla ricerca delle
fonti. Il libro s'interroga sul processo di «vittimizzazione» di una
collettività vulnerabile a opera di un gruppo potente determinato a
distruggerla e sulle conseguenze nefaste che «le idee possono avere in certe
circostanze».
Le circostanze, sono gli interessi geopolitici delle grandi potenze a cui
l'Armenia è d'ostacolo e le guerre (i conflitti balcanici e la prima guerra
mondiale) che banalizzano il valore della vita umana.
Dadrian racconta come abbia deciso di abbandonare gli studi di matematica e
filosofia per dedicarsi all'analisi di «un argomento tanto terribile».
Accadde dopo la scoperta del famoso romanzo di Franz Werfel, I Quaranta giorni
del Mussa Dagh (Corbaccio). Un libro scritto per «informare il resto del mondo,
e in particolare gli ebrei, per mezzo della letteratura, dello spaventoso
presagio che lo sterminio degli armeni rappresentava».
Il volume di Dadrian si propone di analizzare il genocidio armeno in prospettiva
storica e storiografica, basandosi soprattutto su documenti ufficiali turchi
ottomani e poi su fonti provenienti dagli archivi dell'allora Unione sovietica,
dove fu inclusa la Repubblica armena. Il 28 maggio del 1918, infatti, gli armeni
insorgono a Sartarabad e proclamano la Repubblica, e quel giorno è ancora oggi
festa nazionale.
Nuovamente assediati dai turchi, vengono salvati dall'Armata Rossa reduce dalla
rivoluzione del '17. Nel 1920 i sovietici annettono l'Armenia. Oggi quel paese
montuoso posto tra la Georgia e l'Azerbaigian, la Turchia e l'Iran su una
superficie di 29.800 km2, è di nuovo indipendente dal '91 (dopo il crollo dell'Urss)
e comprende 3,8 milioni di persone.
«Assassinare un uomo è un crimine, assassinare un popolo è "una
questione"», scriveva Victor Hugo. Dadrian mette la frase in evidenza per
spiegare il lungo cammino nel «vuoto di memoria delle Nazioni unite» compiuto
dal popolo armeno. Un altro saggio ponderoso, Voci dall'inferno dell'americana
Samantha Power (Baldini Castoldi Dalai, 2003, 22,60 euro) ricostruisce l'origine
del termine genocidio a partire dalle memorie dell'ebreo polacco Raphael Lemkin
che lo impose all'attenzione mondiale. Il ventenne Lemkin, che studia
linguistica quando l'armeno Teylirian uccide il ministro turco Talaat, chiede
alla madre, filosofa e pittrice: «È reato per Teylirian uccidere un uomo e non
lo è per il suo oppressore uccidere più di un milione di persone?». E la
madre risponde che quando lo Stato decide di eliminare un gruppo etnico o
religioso, la polizia e la cittadinanza diventano «complici e non custodi della
vita umana». Inorridito «dalla frequenza del male», Lemkin dedicherà tutta
la vita alla questione del genocidio, inascoltata Cassandra nell'incombere
dell'Olocausto che gli distruggerà la famiglia. Genocidio, combinato del greco
geno (razza o tribù) col latino cidio (dal verbo caedere, ovvero uccidere). Il
termine entra nell'uso comune e viene adottato dall'Onu il 9 dicembre 1948. Ma
la grande fiducia che Lemkin depone nel linguaggio non servìrà a prevenire
altri crimini contro l'umanità nel corso del Novecento. Nel '94, i media
razzisti dell'Hutu Power in Ruanda fomenteranno il genocidio di oltre un milione
di tutsi e hutu moderati proprio usando ad arte il linguaggio: i tutsi sono
inyenzi, scarafaggi, come gli armeni all'epoca erano chiamati dai turchi giaurri,
infedeli. Samantha Power evidenzia responsabilità o inadempienze degli Stati
uniti nel bestiario degli orrori che ha costellato il secolo scorso, ma non ne
cita che alcuni. Una stagione all'inferno (Une saison au Congo, titolava Césaire
a proposito del pogrom dei Luba in Congo), inaugurata dal Grande Male armeno,
che la Turchia attuale non ha ancora riconosciuto. La Turchia che mette in
galera chi pubblica libri sul genocidio armeno. La Turchia, alleata di Sharon e
gendarme d'Oriente. La Turchia che vuole entrare in Europa.
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Deportazione
Una questione risolta al
mattatoio
Idolina Landolfi
È venuto il tempo della parola, che, dove arriva, lenisce,
ha scritto un poeta del nostro secolo. Gérard Chaliand, studioso francese di
origini armene, ha avuto la famiglia sterminata dai turchi, ma per tutta la vita
ha rifiutato di ricordare la storia tragica del suo popolo, recuperando solo in
età avanzata il desiderio di saldare i conti con questo passato familiare e
collettivo, nascosto in un angolo profondo della sua coscienza. Perché l'odio
per questo popolo austero, laborioso, intelligente, a un certo punto considerato
una minaccia per la sua maestria negli affari, la sua conquistata ricchezza;
l'odio, soprattutto, per il loro essere di fede cristiana, e non voler abiurare,
è sentimento che gli Armeni hanno ispirato sin dalla fine dell'Ottocento. Hanno
partecipato a tutti i movimenti rivoluzionari d'Oriente: nella Transcaucasia
contro lo zar, con i macedoni contro l'impero ottomano; fino alla rivoluzione
dei Giovani Turchi contro la tirannia di Abdul Hamid, che hanno appoggiato. «Agli
inizi del secolo li si ritrova in tutte le lotte operaie, da Tbilisi a Baku,
accanto ai menscevichi e bolscevichi russi e georgiani. Nell'impero ottomano
tentano invano di diffondere gli slogan della lotta di classe e di predicare
l'alleanza dei popoli sfruttati contro i dirigenti e i loro abusi».
Del 1895 i primi massacri ordinati dal sultano Abdul Hamid, in cui i turchi
ammazzano il bisnonno di Chaliand; dopo varie vicissitudini, suo nonno diviene
ricco e amico dei potenti turchi, che riceveva a casa propria, che lo trattavano
da amico. Costruì un ospedale, per loro, ora adibito a caserma. Nel 1908
scoppia la rivoluzione dei Giovani Turchi e cominciano nuovi massacri; del
triumvirato Talaat, Enver e Gemal Pascià la decisione di liquidare l'intera
comunità.
«La questione armena risolta al mattatoio» scrive secco Chaliand.
E cominciano dapprima le carneficine degli uomini, quindi le deportazioni in
massa di vecchi, donne e bambini, istradati in lunghe file verso il deserto
della Siria («destinazione il nulla», come nel film Ararat, di Atom Egoyan),
senza acqua né viveri, finché non ne resta nessuno.
«Carovane di folli tra cui le madri uccidono i propri figli. Occhi accecati,
labbra tagliate col rasoio, donne incinte sventrate per riderne. Alcuni vecchi
sono stati ferrati come degli asini e si trascinano a quattro zampe prima di
ricevere una sciabolata nell'ano. Altri, con la lingua tranciata, schiumano, con
la bocca aperta, un atroce dolore muto». Dalla parte del bisnonno di Chaliand
ne sono sopravvissuti due, di nove che erano. E suo nonno, sua nonna, e cinque
di loro fratelli e sorelle sono stati uccisi nella successiva ondata di
epurazioni.
Le torture: perché tanta ferocia? Qui non c'era nulla da ammettere, da
confessare. E allora perché giocare a pallone con le teste mozzate, tirare in
aria i bambini e infilzarli con la baionetta, o impalare badando a non ledere
subito gli organi vitali? Con pudore ma con grande forza assertiva Chaliand
parla dell'«ossessione del sesso»: «Il massacro è finalmente in libera
uscita». Poter finalmente avere le ragazze, vergini, che si sono viste passare
tante volte per strada, promesse ad altri. Farne scempio. Pochi anni dopo questi
orrori, scatta l'operazione Nemesis, contro i responsabili del genocidio (più
di un milione e mezzo di Armeni sterminati, e gli altri in diaspora),
organizzata in tre continenti, «la caccia all'uomo più straordinaria del XX
secolo». Nel 1921, a Berlino viene abbattuto l'orrendo Talaat, per mano di un
ventiquattrenne che ha perduto l'intera famiglia; nello stesso anno, a Roma, un
«vendicatore» di ventidue anni giustizia con una pallottola in testa l'ex gran
visir del primo governo dei Giovani Turchi, Said Halim; a Berlino, ancora,
vengono colpiti a morte Behaeddin Shakir e Gemal Azmi.
La scrittura di Chaliand, tra tanti orrori, si leva a tratti nella descrizione
lirica della sua terra, brulla, irraggiungibile, parrebbe; i monasteri
fortificati in vetta ad asperrime montagne, le chiese-rifugio sulle vie tra la
Cilicia e la Cappadocia, i paesini «a nido d'aquila».
O si abbandona talvolta alle private visioni che gli riporta una memoria a lungo
volutamente oscurata, immagini di vecchie nere, in perenne lutto per troppi
morti, e che ancora recano alla cintola la chiave di una casa che non hanno più
da tanto, tanto tempo.
note:
Gérard Chaliand, Memoria della mia memoria, traduzione di Gianni Schilardi,
Lecce, Argo, 2003, 8 euro.
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