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Una miccia accesa nel Senato di Parigi infiamma Medio
Oriente, centro Asia, ed interessi energetici dell'Europa. Nella giornata di
lunedì, 23 gennaio, la Camera Alta francese ha votato una proposta di legge che
commina per la negazione pubblica del genocidio degli armeni un anno di prigione
ed una multa di 45 Mila euro.
A favore del documento si è schierata una consistente maggioranza trasversale,
composta dall'opposizione socialista e dalla maggioranza dell'UMP fedele al
Presidente Nicolas Sarkozy: primo sostenitore di un'iniziativa parlamentare
concepita per aiutare il Capo di Stato attuale alla riconferma all'Eliseo.
Contrari, invece, alcuni settori della maggioranza, tra cui il Ministro degli
Esteri, Alain Juppé: preoccupato per le serie ripercussioni che la proposta di
legge potrebbe scatenare nei rapporti con la Turchia.
Secondo il documento, e il giudizio della quasi totalità
degli storici, tra il 1915 ed il 1917, sul suolo turco, le autorità dell'Impero
Ottomano hanno ucciso un milione e mezzo di armeni in un'operazione di pulizia
etnica. Ankara, al contrario, ha ridotto il numero delle vittime a 500, escluso
la ragione politica di tali omicidi, e ritenuto ogni condanna estera
dell'avvenimento come un'inopportuna intrusione nelle questioni interne alla
Turchia.
Difatti, le proteste da parte turca non si sono fatte
attendere. Il Ministro della Giustizia di Ankara, Sadullah Ergin, ha ritenuto
l'iniziativa "vergognosa, ingiusta e segno di aperta ostilità nei confronti
dello Stato turco". In aggiunta, l'Ambasciatore turco a Parigi ha dichiarato la
possibilità di arrivare ad una totale rottura, ed al declassamento dei rapporti
diplomatici tra Ankara e Parigi.
Nessun passo indietro da parte della Francia: per entrare
in vigore, il discusso progetto di legge attende solo una firma di Sarkozy,
oramai certa. A suo favore, non gioca solo l'ambizione politica del Presidente
transalpino, ma anche una logica di politica estera ben precisa: la Turchia è
attore sempre più importante sullo scacchiere medio-orientale – come dimostrato
dal ruolo esercitato nelle crisi iraniana e siriana, e nel conflitto
israelo-palestinese – su cui Parigi non intende cedere lo scettro di
protagonista.
Tuttavia, ripercussioni dovute all'iniziativa francese si
sono verificate anche in zone fondamentali per la sicurezza energetica europea.
Il Senato transalpino ha ottenuto il plauso pubblico del Presidente armeno,
Serzh Sarkisjan che, in una lettera aperta, ha lodato il collega Sarkozy per la
tradizionale attenzione prestata alla questione dei Diritti Umani nel Mondo. Una
frase che ha fatto andare su tutte le furie il vicino Azerbajdzhan, il cui
Ministero degli Esteri ha invitato Parigi a profondere pari sforzi politici nel
denunciare anche l'occupazione armena di terre azere, e nel riconoscere i
diritti dei profughi di Baku dal Nagorno-Karabakh.
La Francia litiga, l'Europa perde
Questa regione di 4500 chilometri quadrati è uno dei teatri
più caldi dello spazio ex-sovietico. Inserita territorialmente negli anni venti
nella Repubblica Sovietica dell'Azerbajdzhan – per premettere a Mosca di
esportare il comunismo in Turchia – prima e dopo la caduta dell'URSS è stata
contesa, in due guerre (nel 1987 e nel 1994), tra azeri ed armeni. Questi ultimi
sono risultati vincitori, ed oggi il Nagorno-Karabakh è una repubblica
indipendente non riconosciuta: inserita nel territorio dell'Armenia, ed ubicata
in una regione delicata per questioni politiche ed energetiche.
Da un lato, la Russia non ha mai voluto rinunciare
all'egemonia sull'ex-URSS, e si è schierata a più riprese in sostegno
dell'Armenia, in cui Mosca mantiene una base militare recentemente rinnovata
fino al 2044. Di contro, l'Azerbajdzhan ha trovato sponde nella Turchia e nella
Georgia: Stati che sempre hanno sostenuto le ragioni di Baku sul
Nagorno-Karabakh. Sullo sfondo della mera questione territoriale sta, però, la
corsa all'approvvigionamento energetico dell'Unione Europea.
Azerbajdzhan, Georgia, e Turchia rientrano nel piano varato
dalla Commissione Barroso per la costruzione di una rete di gasdotti per
trasportare gas dai giacimenti di Baku – con cui Bruxelles ha già stretto
accordi – direttamente nel Vecchio Continente: lo scopo è quello di evitare il
transito per il territorio della Russia, da cui l'UE dipende quasi totalmente.
Da parte sua, Mosca, utilizza la propria presenza in Armenia per ostacolare i
progetti di indipendenza energetica europei e, nel contempo, mantenere sotto
scacco azeri, georgiani e turchi con la costante minaccia della riapertura delle
ostilità militari.
Come rilevato da analisti in materia energetica, la
stabilità nella regione, finora mantenuta a fatica, è una delle condizioni
fondamentali per la realizzazione in tempi brevi del progetto di gasdotti e
condutture dal centro Asia all'Unione Europea. La riapertura di un qualsiasi
conflitto, o anche solamente il peggioramento delle relazioni diplomatiche tra
Turchia ed Azerbajdzhan con l'Occidente, può mantenere il Vecchio Continente
energicamente dipendente dalla Russia. Le conseguenze di tale scenario sulla
sicurezza nazionale dei singoli Paesi UE sarebbero gravose e compromettenti. Per
questa ragione, una crisi diplomatica tra Francia e Turchia, nel periodo
attuale, è pericolosa per la realizzazione del progetto di indipendenza
energetica dell'Unione Europea e, per questo, da evitare in tutti i modi.
Non è un caso se anche presso la stampa francese sono
emerse perplessità sulla tempistica – e non sulla ratio – con cui si è scelto di
condannare una delle pagine più nere della storia europea, al pari delle purghe
staliniane, della Shoah e dell'Holodomor: genocidio del popolo ucraino,
quest'ultimo, peraltro mai riconosciuto dalle Autorità transalpine. |