Lettera Aperta al Direttore di "Repubblica" redatta da alcuni giovani della Comunità Armena di Roma

Il Direttore, appoggiato da alcuni minuti con il mento sul palmo della mano, il gomito sulla scrivania, con un’aria pensierosa ed al tempo sconsolata, si levò in piedi per fare ciò che lo aveva condotto quella  mattina in ufficio.

Sistemò sul tavolo delle riunioni una capiente scatola di cartone e – come aveva già visto fare tante volte, in situazioni analoghe, nelle pellicole d’oltre oceano -  cominciò a riporvi i suoi effetti personali.

La foto dei suoi cari, la preziosa penna stilografica regalo dell’ultimo anniversario, la targa d’argento con dedica dell’associazione dei giornalisti, il piccolo mappamondo fine settecento donatogli dal suo caro amico d’infanzia, i ritratti (con dedica) di un paio di “potenti” della terra, un set da scrittura anni cinquanta.

I libri ed i quadri personali erano già stati sistemati.

 

Si risedette a  pensare.

 

Non era , certo, colpa sua; ma lui era il direttore, anzi il direttore responsabile, e l’incarico ricoperto lo rendeva garante del buon funzionamento dell’azienda.

Aveva sbagliato, lo sapeva; ma non avrebbe potuto comunque farci niente; ed altri ancora avrebbero pagato, ma la proprietà esigeva un segnale forte da dare all’opinione pubblica.

 

Non aveva avuto alcun dubbio su quello che di li a poco sarebbe successo, quando un paio di giorni prima – sfogliando l’ultimo volume dell’enciclopedia storica abbinata al giornale – lesse , quasi per caso, quei passi dove si affermava che <durante il conflitto gli ebrei, “quinta colonna” in terra germanica, si erano resi responsabili di massacri ai danni della popolazione locale tedesca, spalleggiati da inglesi e francesi>.

Ed altre affermazioni del genere, che trasformavano il popolo dell’Olocausto in oppressore ed uccisore dei tedeschi.

 

Troppo tardi per telefonare alla redazione , per bloccare la stampa o la distribuzione del volume già tra le mani di migliaia di lettori.

Avrebbe dovuto controllare prima, meglio; ma  si trattava di centinaia di pagine a volume, c’erano redattori appositamente incaricati di visionare l’opera, un comitato editoriale,…

Quando gli passarono  la telefonata dell’Amministratore Delegato sapeva già quale sarebbe stato il suo destino.

A poco importavano la crescente tiratura, il successo di pubblico, i buoni rapporti con il personale e la proprietà.

Vi era già stata un’interrogazione parlamentare urgente, la concorrenza si stava mobilitando per risaltare l’infortunio giornalistico, le associazioni ebraiche erano infuriate. 

 

Con la sua scatola di cartone, goffamente portata tra le braccia, uscì dalla stanza dando, per un’ultima volta, uno sguardo a quelle pareti così cariche di ricordi e soddisfazioni lavorative.

Nel corridoio incrociò la fidata segretaria che accennò ad un commosso saluto per poi arrestare il suo slancio emotivo quando l’occhiataccia  di riprovazione di un collega giornalista si abbattè sulle sue incipienti lacrime.

Aveva perso il diritto all’auto di servizio,  ma gli avevano concesso di parcheggiare la propria vettura nel garage aziendale.

 

Le porte dell’ascensore si richiusero mentre ancora si guardava intorno a chiedersi perchè.

   

 

Al dott. Ezio Mauro, brillante direttore di Repubblica, auguriamo una carriera ancora lunga e carica di soddisfazioni; soprattutto auguriamo che sia lui a decidere quando riempire quella famosa scatola così spesso immortalata in tanti film americani.

 

Certo viene a sorridere a pensare che in un’enciclopedia storica possano essere riportate tali affermazioni che capovolgono la storia martoriata del popolo ebraico.

 

E , di sicuro, un tale incidente di percorso avrebbe siffatte pesanti conseguenze per il giornale ed il suo direttore.

Ciò fortunatamente non è mai accaduto.

 

E’ , tuttavia, successo che un’altra terribile pagina della storia umana – il genocidio del popolo armeno, un milione e mezzo di morti all’inizio del secolo scorso – sia stata stravolta (più o meno negli stessi termini del fantasioso racconto poc’anzi riportato) e che gli armeni da vittime siano state trasformati in carnefici, in una narrazione storica che ha  probabilmente sorpreso anche il più negazionista dei turchi.

 

La serietà ed autorevolezza de La Repubblica deve spingere a non scrivere tali stupidaggini storiche che offendono la memoria  di un popolo che ancora oggi fatica , nonostante i sempre più numerosi  pronunciamenti internazionali,  a vedersi riconosciuto il proprio diritto alla memoria.

 

E’ inaccettabile leggere quanto pubblicato nei volumi XII e XIII della enciclopedia storica di Repubblica.

 

Ci auguriamo che tali affermazioni siano solo il frutto si una svista di qualche redattore poco attento a quanto riportato nella pubblicazione storica della De Agostini.

 

Se così - ne siamo convinti - , è accaduto,  una rettifica ed un articolo di scuse leniranno il dolore e la costernazione di coloro che hanno nel  cuore il popolo armeno ed i sacrosanti principi di verità e giustizia.

  Con i migliori saluti 

                 Alcuni giovani della Comunità Armena di Roma