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Comunicato
La
stampa nazionale ed internazionale riporta, quasi quotidianamente, notizie dalla
Turchia a dir poco allarmanti: processo allo scrittore turco Orhan Pamuk i cui
libri vengono bruciati nelle pubbliche piazze, divieto di un convegno
universitario sugli Armeni con minacce ed intimidazioni ai partecipanti, uso
dell’elettroshok negli ospedali, limitazioni alla libertà religiosa, rifiuto
di riconoscere Cipro…
Il
Parlamento Europeo, facendo proprie le preoccupazioni dell’opinione pubblica,
ha posto un' ultimatum al governo di Ankara intimando un
reale e determinante cambio di rotta della politica di Ankara.
Infatti
ad oggi non risulta che
la Turchia
abbia evacuato la parte settentrionale dell’isola di Cipro (paese membro
dell’Unione Europea) occupata illegalmente dal 1974; non risulta che i
prigionieri politici detenuti nei carceri siano stati liberati; non risulta che
la minoranza Curda abbia ottenuto uno statuto permanente; non risultano
“realmente” garantiti i diritti delle minoranze religiose; non risulta che
siano stati riconosciuti il Genocidio commesso contro la
popolazione armena nel 1915 e le sue conseguenze (peraltro indicati in una
risoluzione del Parlamento europeo fin dal 1987) e non risulta sia stato
levato il blocco imposto ad un paese confinante qual è l’Armenia (come da
ripetute raccomandazioni della Commissione Europea).
Il
Consiglio per
la Comunità Armena
di Roma rivolge un appello affinché l'Italia sappia schierarsi a favore
dei diritti fondamentali e dei valori sui quali è fondata l'Europa e vigili
affinché
la Turchia
compia quei veri passi necessari, indispensabili, per una sua eventuale
adesione all'Unione Europea.
Lettera
aperta al presidente del Consiglio,
al
Ministro degli Affari Esteri, alle forze politiche italiane.
Il
prossimo 3 ottobre, Il Consiglio dei Ministri della Unione Europea
si riunirà per decidere in
merito all’avvio delle trattative con la Turchia per un suo eventuale futuro
ingresso nella Comunità.
A
partire dallo scorso dicembre, allorché il Consiglio Europeo fissò tale data
per l’inizio dei negoziati, in tutta Europa , ed ovviamente anche in Italia,
si sono confrontate differenti opinioni sull’argomento.
E’
innegabile la sostanziale diffidenza dell’opinione pubblica europea nei
confronti del governo di Ankara e le perplessità che questa ipotesi di
ulteriore allargamento ha suscitato.
Negli
ultimi tempi, accanto alla irrisolta questione di Cipro, ai dubbi sul sistema
democratico turco, ai timori per le conseguenze che potrà avere sulla
struttura comunitaria l’avvento di una economia ancora debole, è
emersa la preoccupazione che possa essere avviato un negoziato con la Turchia
senza che sia stata discussa e risolta l’annosa e grave questione legata al
riconoscimento del Genocidio armeno.
Sin
dal 1987, il Parlamento Europeo aveva affrontato il tema e considerato il
riconoscimento una conditio sine qua non per
qualsiasi futura trattativa.
Con
gli anni, altri aspetti – legati a questioni politiche, economiche ed anche
militari - hanno avuto maggiore
considerazione da parte delle cancellerie continentali.
Ma
fortunatamente, il martirio di un milione e cinquecentomila cristiani armeni non
è stato dimenticato.
Gli
storici sono oramai concordi nel valutare le responsabilità dell’allora
governo ottomano.
Numerosi
Parlamenti nazionali (compreso quello italiano nel 2000) hanno votato
risoluzioni di condanna ed ordini del giorno che auspicavano il ristabilimento
della verità, anche nell’interesse della stessa moderna nazione turca.
Persino
la Commissione Esteri del Senato statunitense (così attento per note ragioni a
non urtare la suscettibilità di Ankara) si è espressa in tal senso.
Ed
il Parlamento Europeo, nella seduta del 28 settembre 2005, ha votato a
larghissima maggioranza una risoluzione nella quale il Genocidio degli armeni è
considerato “una condizione preliminare
all’adesione all’Unione Europea” da parte della Turchia.
Il
problema non risiede, infatti, nella mera ammissione di quella
orrenda pulizia etnica che estirpò dall’Anatolia la popolazione armena
ivi presente dalle origini della civiltà, né in eventuali
ancorché tardivi interventi riparatori.
L’aspetto
fondamentale della questione sta nel fatto che non è in alcun modo possibile e
comprensibile l’ingresso - nel
consesso civile e democratico dell’Europa – di uno stato che neghi quelle responsabilità, che rifiuti un riesame della propria storia,
che non chieda perdono per gli errori del passato ma che , in nome di un
antistorico e pericoloso sciovinismo, mantenga
una linea politica di
implicita complicità con i carnefici del 1915.
E’
inconcepibile parlare di Europa con una nazione nella quale si arriva (è
cronaca degli ultimi giorni) a mettere sotto processo giornalisti, scrittori e
studiosi che solo osano affrontare l’argomento del Genocidio; che prevede nel
proprio codice penale un reato di “attentato alla identità turca”; che
minaccia il carcere per quegli insegnanti che nelle scuole dello stato non si
attengano rigorosamente alla “verità” ufficiale.
In momenti travagliati, di conflitti, di folli terroristi, di
minacce, di insicurezza, l’Europa deve dare un forte segnale
di giustizia e civiltà.
E
deve richiedere alla Turchia quel passo che tutto il mondo libero,
democratico, civile aspetta da novanta anni.
Le
Comunità armene in Italia rivolgono , dunque, un appello affinché il grido
disperato di un milione e cinquecentomila vittime, venga infine ascoltato.
E
si augurano che, il prossimo 3 ottobre, il riconoscimento del Genocidio rimanga quella condizione
essenziale che l’Europa dei popoli ha già fermamente e ripetutamente
statuito.
Consiglio
per la Comunità Armena di Roma
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