Lettera aperta al Presidente del Consiglio, al Ministro degli Esteri ed alle forze politiche italiane in vista del Summit Europeo di Lussemburgo (3/10/2005). 

Comunicato

 

La stampa nazionale ed internazionale riporta, quasi quotidianamente, notizie dalla Turchia a dir poco allarmanti: processo allo scrittore turco Orhan Pamuk i cui libri vengono bruciati nelle pubbliche piazze, divieto di un convegno universitario sugli Armeni con minacce ed intimidazioni ai partecipanti, uso dell’elettroshok negli ospedali, limitazioni alla libertà religiosa, rifiuto di riconoscere Cipro…

 

Il Parlamento Europeo, facendo proprie le preoccupazioni dell’opinione pubblica,  ha posto un' ultimatum al governo di Ankara intimando un reale e determinante cambio di rotta della politica di Ankara.

 

Infatti ad oggi non risulta che la Turchia abbia evacuato la parte settentrionale dell’isola di Cipro (paese membro dell’Unione Europea) occupata illegalmente dal 1974; non risulta che i prigionieri politici detenuti nei carceri siano stati liberati; non risulta che la minoranza Curda abbia ottenuto uno statuto permanente; non risultano “realmente” garantiti i diritti delle minoranze religiose; non risulta che  siano stati riconosciuti il Genocidio commesso contro la popolazione armena nel 1915 e le sue conseguenze (peraltro indicati in una risoluzione del Parlamento europeo fin dal 1987) e non  risulta sia stato levato il blocco imposto ad un paese confinante qual è l’Armenia (come da ripetute raccomandazioni della Commissione Europea).

Il Consiglio per la Comunità Armena di Roma rivolge un appello affinché l'Italia sappia schierarsi a favore dei diritti fondamentali e dei valori sui quali è fondata l'Europa e vigili affinché la Turchia compia quei veri passi necessari, indispensabili,  per una sua eventuale adesione all'Unione Europea.

 


 

Lettera aperta al presidente del Consiglio, 

al Ministro degli Affari Esteri, alle forze politiche italiane.

   

Il prossimo 3 ottobre, Il Consiglio dei Ministri della Unione Europea  si riunirà per decidere  in merito all’avvio delle trattative con la Turchia per un suo eventuale futuro ingresso nella  Comunità.

A partire dallo scorso dicembre, allorché il Consiglio Europeo fissò tale data per l’inizio dei negoziati, in tutta Europa , ed ovviamente anche in Italia,  si sono confrontate differenti opinioni sull’argomento.

 

E’ innegabile la sostanziale diffidenza dell’opinione pubblica europea nei confronti del governo di Ankara e le perplessità che questa ipotesi di  ulteriore allargamento ha suscitato.

 

Negli ultimi tempi, accanto alla irrisolta questione di Cipro, ai dubbi sul sistema democratico turco, ai timori per le conseguenze che potrà avere sulla  struttura comunitaria l’avvento di una economia ancora debole, è emersa la preoccupazione che possa essere avviato un negoziato con la Turchia senza che sia stata discussa e risolta l’annosa e grave questione legata al riconoscimento del Genocidio armeno.

 

Sin dal 1987, il Parlamento Europeo aveva affrontato il tema e considerato il riconoscimento una conditio sine qua non  per qualsiasi futura trattativa.

 

Con gli anni, altri aspetti – legati a questioni politiche, economiche ed anche militari -  hanno avuto maggiore considerazione da parte delle cancellerie continentali.

 

Ma fortunatamente, il martirio di un milione e cinquecentomila cristiani armeni non è stato dimenticato.

Gli storici sono oramai concordi nel valutare le responsabilità dell’allora governo ottomano.

Numerosi Parlamenti nazionali (compreso quello italiano nel 2000) hanno votato risoluzioni di condanna ed ordini del giorno che auspicavano il ristabilimento della verità, anche nell’interesse della stessa moderna nazione turca.

 

Persino la Commissione Esteri del Senato statunitense (così attento per note ragioni a non urtare la suscettibilità di Ankara) si è espressa in tal senso. 

 

Ed il Parlamento Europeo, nella seduta del 28 settembre 2005, ha votato a larghissima maggioranza una risoluzione nella quale il Genocidio degli armeni è considerato “una condizione preliminare all’adesione all’Unione Europea” da parte della Turchia.

 

Il problema non risiede, infatti, nella mera ammissione di quella  orrenda pulizia etnica che estirpò dall’Anatolia la popolazione armena ivi presente dalle origini della civiltà, né in eventuali  ancorché tardivi interventi riparatori.

 

L’aspetto fondamentale della questione sta nel fatto che non è in alcun modo possibile e comprensibile l’ingresso -  nel consesso civile e democratico dell’Europa – di uno stato che neghi quelle responsabilità, che rifiuti un riesame della propria storia,  che non chieda perdono per gli errori del passato ma che , in nome di un antistorico e pericoloso sciovinismo, mantenga  una  linea politica di implicita complicità con i carnefici del 1915.

 

E’ inconcepibile parlare di Europa con una nazione nella quale si arriva (è cronaca degli ultimi giorni) a mettere sotto processo giornalisti, scrittori e studiosi che solo osano affrontare l’argomento del Genocidio; che prevede nel proprio codice penale un reato di “attentato alla identità turca”; che minaccia il carcere per quegli insegnanti che nelle scuole dello stato non si attengano rigorosamente alla “verità” ufficiale.

 

In  momenti travagliati, di conflitti, di folli terroristi, di minacce, di insicurezza, l’Europa deve dare un forte segnale   di giustizia e civiltà.

E deve  richiedere alla Turchia quel passo che tutto il mondo libero, democratico, civile aspetta da novanta anni.

Le Comunità armene in Italia rivolgono , dunque, un appello affinché il grido disperato di un milione e cinquecentomila vittime, venga infine ascoltato.

 

E si augurano che, il prossimo 3 ottobre,  il riconoscimento del Genocidio rimanga quella condizione essenziale che l’Europa dei popoli ha già fermamente e ripetutamente statuito.

 

Consiglio per la Comunità Armena di Roma