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Il monte Ararat con le sue
cime ammantate di neve e la pianura inondata di sole ai suoi piedi: è una delle
immagini più belle e suggestive che sono presentate nella mostra fotografica di
Graziella Vigo, "Viaggio in Armenia", allestita a Padova, che però è anche un
libro fotografico emozionante. Quella immagine dell’Ararat è centrale per capire
il sentimento di “amenità” che anima la vita e la storia di questo popolo
perseguitato e per comprendere, fin dove è possibile, il senso di una ferita
tanto devastante quanto profonda da non poter essere mai sanata. Ararat: il
monte di Dio, dlela patria perduta, dle senso di unità frantumato, del desiderio
del ritorno, del mistero del destino. Ararat, alla cui ombra sempre si forma e
si disperde l’ombra del “Grande Male”, come gli armeni definiscono il genocidio
che ha spezzato la loro storia. Il 24 aprile di ogni anno le comunità armene
sparse nel mondo commemorano le vittime del genocidio perpetrato in Anatolia nel
1915 a danno della minoranza armena. In quell'evento disastroso, il primo del
genere nel secolo ventesimo, e che di fatto aprì la strada ad analoghe disumane
atrocità, trovarono la morte un milione e mezzo di armeni.
Anche la comunità italiana si troverà a commemorare il 95° anniversario del
genocidio armeno che da qualche anno a questa parte è uscito dall’oblio in cui
era stato sepolto. Il Parlamento italiano nel novembre del 2000 approvò
all’unanimità una risoluzione che riconosceva e condannava tale genocidio. Anche
grazie a tale pronunciamento l’opinione pubblica italiana è stata sensibilizzata
ampiamente su questo argomento dagli articoli apparsi su giornali e riviste di
ogni tendenza, e da una bibliografia che si arricchisce quotidianamente. E
grazie anche a libri di grande successo internazionale, come “La masseria delle
allodole” e “La strada per Smirne” di Antonio Arslan, che, con questi suoi
romanzi, ha reso una vibrante e commovente testimonianza delle atrocità del
genocidio.
Anche la comunità armena di Roma ha voluto ricordare le vittime innocenti del
1915 con una commemorazione pubblica presso la chiesa armena di San Nicola da
Tolentino, alla presenza di Beatitudine Bedros XIX Tarmuni, Patriarca degli
armeni cattolici di Cilicia, di Federico Rocca in rappresentanza del sindaco di
Roma Gianni Alemanno, del presidente dell’Associazione BeneRwand Francoise
Kankindi, dei rappresentanti dell’Associazione Nazionale Ex Deportati (Roma) e
dell’Associazione Nazionale Perseguitati Politici (Lazio) e i rappresentanti
della comunità armena romana. La commemorazione è stata preceduta da una
funzione religiosa solenne officiata da monsignor Joseph Kelekian, Rettore del
Pontificio Collegio Armeno. Il ricordo e la commemorazione del genocidio armeno
deve continuare ad affrontare il silenzio del governo turco, che non lo
riconosce. Anzi, ancora adesso toccare l'argomento in quel paese può essere
pericoloso, sia da un punto di vista giuridico che di incolumità personale, come
testimonia l'assassinio del giornalista Hrant Dink. Ma qualcosa forse sta
cambiando, come testimonia l’appello di alcuni intellettuali turchi per una
cerimonia di commemorazione del Medz Yeghern (il Grande Male, appunto) nella
piazza Taksim di Istambul proprio oggi.
Nel testo dlel’appello si dichiara apertamente che quel lutto degli armeni "è
lutto è di noi tutti". I promotori di questo appello sono più di 80 tra cui
l’intellettuale Basken Oran, l’avvocato Fethiè Cetin, la storica e scrittrice
Neshe Duzel, il presidente dell’organizzazione turca dei Diritti Umani Ozturk
Turdoghan, e il deputato Oufuk Ouraz. |