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di Federico de Renzi
RUBRICA
TURCHIA/TURCHIE. La visita di Erdoğan e Davutoğlu a Washington del 7-8 dicembre
ha sottolineato il declino degli Stati Uniti nell’influenzare la politica estera
della Turchia. Il collegamento tra la normalizzazione dei rapporti turco-armeni
e il ritiro delle truppe di Yerevan dal Karabagh.
Nel
Caucaso meridionale Washington e Ankara sembrano aver entrambe perso un preciso
obiettivo strategico e una chiara definizione degli interessi comuni. La
decisione di Ankara di riprendere il suo sostegno dell’Azerbaigian nel processo
negoziale, nonostante gli Stati Uniti chiedano un accordo prematuro con
l’Armenia, costituisce un caso esemplare. Una tale situazione fornisce
implicitamente alla Turchia, oltre a un ampio potere contrattuale, anche una
capacità di controbilanciamento, che in questo caso è stata impiegata in
Azerbaigian.
Almeno per ora, la mossa di Ankara ha impedito l’isolamento dell’Azerbaigian nel
processo di risoluzione del conflitto in Karabagh. Se Stati Uniti e Unione
Europea dovessero rinnovare le pressioni sulla Turchia per aprire la frontiera
con l’Armenia in modo incondizionato, a spese dell’Azerbaigian, il problema
potrebbe ripresentarsi presto, prima che il prossimo aprile al Congresso sia
apra il dibattito sulla risoluzione del genocidio armeno.
Il ritiro delle truppe e la normalizzazione delle relazioni turco-armene sono
priorità nazionali per l’Azerbaigian, mentre sembrano costituire un fatto
apparentemente scontato per l’amministrazione americana, che vede i gruppi di
pressione armeni influenzare importanti correnti del Congresso. Chiedendo alla
Turchia di svendere l’Azerbaigian, Washington ha di fatto compromesso il suo
partenariato strategico con Baku e messo a rischio, sul lungo termine, gli
obiettivi della politica statunitense nel Caucaso meridionale.
Questo processo di allontanamento ha acquisito un ulteriore slancio alla vigilia
della visita di Erdoğan a Washington del 7-8 dicembre, dove il primo ministro ha
ribadito chiaramente il collegamento esistente tra la normalizzazione dei
rapporti turco-armeni e i primi progressi per la soluzione del conflitto tra
Armenia e Azerbaigian. Ankara indica infatti tali progressi nel ritiro delle
truppe armene dai distretti dell’Azerbaigian occupati oltre l’Alto Karabagh, in
attesa di una determinazione del futuro status di quest’ultimo.
I tentativi fatti negli ultimi mesi da Stati Uniti e Unione Europea per spezzare
questo collegamento e convincere Ankara a fare altrettanto, hanno ignorato e
allo stesso tempo alienato l’Azerbaigian, facendo il gioco della Russia e
mettendo in pericolo gli interessi strategici occidentali nel Caucaso
meridionale. Washington e Bruxelles sembravano essere guidate principalmente da
considerazioni di politica interna nell’adozione di tale linea. Ora dovranno
riconsiderarla, sulla scia delle recenti dichiarazioni chiarificatrici di
Erdoğan e del Ministro degli esteri Ahmet Davutoğlu. La politica statunitense
(distaccata da quella dell’Ue e Russia) ha in questi mesi spinto molto affinché
il parlamento turco ratificasse i protocolli del 10 ottobre, finalizzati alla
creazione di pieni rapporti diplomatici e all’apertura delle frontiere tra i due
paesi, senza però legare questi obbiettivi al ritiro delle truppe armene dai
distretti azeri occupati.
Nonostante siano poi state affrontate su iniziativa di Erdoğan, le questioni
legate al transito delle risorse energetiche e del conflitto in Karabagh, erano
inizialmente state omesse dall’ordine del giorno della visita. Questo
atteggiamento potrebbe esser visto come un segnale di Washington per relegare il
Caspio e la sicurezza energetica europea ad un livello secondario nella lista
delle sue priorità strategiche, riducendo ipso facto l’importanza
dell’Azerbaigian nella politica estera dell’amministrazione Obama.
Come ricordato in altra sede però, lo stesso Obama ha richiesto il sostegno
turco su temi come Afghanistan, Iran e Iraq, questioni prioritarie Usa,
sollecitando allo stesso tempo la ratifica dei protocolli con l’Armenia. Alla
conferenza stampa conclusiva tuttavia, Obama non aveva parlato del conflitto tra
Armenia e Azerbaigian o di un processo di risoluzione del conflitto, ma era
stato lo stesso Erdoğan a reintrodurre il problema, ribadendo che il processo di
normalizzazione era legato proprio alla soluzione della
situazione in Nagorno-Karabagh.
Comunque la posizione turca era divenuta chiara già alla vigilia della visita di
inizio dicembre. Lo stesso Davutoğlu infatti, dopo l’incontro con le sue
controparti Elmar Mammadyrov ed Edouard Nalbandian in occasione la Conferenza
dell’Osce ad Atene dell’1-2 dicembre, aveva affermato che “il
rispetto dell’integrità territoriale è alla base di qualsiasi accordo”. Se
infatti da un lato la normalizzazione dei rapporti tra Turchia e Armenia
potrebbe migliorare notevolmente la situazione generale nel Caucaso meridionale,
nel corso degli ultimi mesi Ankara è però stata lenta a chiarire la sua
posizione.
Il governo turco si sta poi affidando sempre più alla Russia per trasformare la
Turchia in uno “hub energetico”, ambizione che va contro gli interessi della
sicurezza energetica occidentale e progetti appoggiati dagli Usa. Nel Mar Nero,
la Turchia persegue la creazione di un condominio de facto con la Russia,
accantonando gli alleati e partner della Nato e frustrando in questo processo
gli Stati Uniti. Il disaccordo espresso dal governo turco su questo tema ha
tuttavia creato nuove opportunità per sviluppare ulteriormente i rapporti tra
Stati Uniti e Azerbaigian, sulla base delle lezioni apprese dagli incontri di
Washington.
Questa serie di eventi non è senza ironia, dato che Ankara si sta distanziando
strategicamente da Washington su una serie di questioni che gli Stati Uniti
considerano priorità politiche. Ankara ha infatti rifiutato le richieste
statunitensi di aumentare la presenza di truppe turche in Afghanistan oltre le
circa 1.750 unità attualmente dispiegate, di cui solo 800 uomini sono parte
dell’operazione Isaf.
Già durante l’incontro dei ministri degli esteri dei paesi Isaf a Brussels del
3-4 dicembre, Davutoğlu aveva riaffermato il
caveat contro le operazioni militari e le missioni di combattimento,
limitando l’impiego delle truppe turche a progetti di formazione e di
ricostruzione, dove la Turchia ha dal 2002
investito oltre 200 milioni di dollari e costruito oltre 50 scuole. Il tutto
dopo che il 1° dicembre Obama aveva annunciato, in un
discorso ai cadetti di West Point, l’invio di altri 30.000 uomini in
Afghanistan.
È significativo inoltre che la Turchia si sia astenuta dalla
votazione dell’Aiea del 27 novembre per censurare l’Iran (mentre Russia e
Cina hanno votato a favore a fianco degli Stati Uniti). Erdoğan e Davutoğlu
avevano infatti visitato Teheran il 28 ottobre, sia per portare avanti la
mediazione con Washington sul nucleare, che di sponda, per la firma di
importanti accordi economici per lo sfruttamento del giacimento gasifero South
Pars.
Gli accordi di intenti includono l’esplorazione, la produzione e il trasporto
del gas naturale iraniano e, nonostante sanzioni statunitensi in questo settore,
dovrebbero
incrementare gli scambi bilaterali da 11 a 30 miliardi di dollari annui
entro fine decennio. La posizione di Ankara per quanto riguarda il programma
nucleare iraniano poi è molto diversa da quella di Washington, sebbene durante
l’incontro
alla Casa Bianca Obama abbia riconosciuto nella Turchia un attore importante
nel dialogo con Teheran.
In seguito alle accuse di crimini di guerra rivolte da Erdoğan al Presidente di
Israele Shimon Peres durante il
Forum economico mondiale di Davos il 29 gennaio 2009, Ankara ha preso le
distanze da Israele, il più stretto alleato mediorientale di Washington. Lo
scorso ottobre, nella serie tv
Ayrılık (Separazione), prodotta dalla televisione di stato Trt, si vedeva
dei soldati israeliani uccidere a freddo dei bambini palestinesi.
Sempre in ottobre, la Turchia revocò a Israele l’invito all’esercitazione
congiunta delle forze aeree dei paesi Nato Anatolia Eagle, richiedendo agli
Stati Uniti prima di annullarne la partecipazione, e quindi lo stesso
evento. A dispetto delle tensioni diplomatiche però, lo stesso Ehud Barak
ricordò in quell’occasione l’importanza delle pluridecennali relazioni
strategiche di Israele con la Turchia. Sebbene dal 2006 il governo dell’Akp
abbia portato avanti un avvicinamento politico ad Hamas, al fine di agire da
mediatore principe nella questione israelo-palestinese, invitando
Khalid Mishal ad Ankara, l’incontro del 23 novembre tra il ministro della
Difesa Vecdi Gönül e il ministro dell’Industria, lavoro e commercio Benyamin
Eliazer, sembra abbia appianato almeno le divergenze circa la
ripresa del dialogo con la Siria.
Al di là di qualsiasi giudizio di valore, tuttavia, queste tendenze dimostrano
la capacità della Turchia di perseguire delle politiche contrapposte a quelle di
Washington, quando la visione e gli interessi percepiti di Ankara lo richiedono.
Nonostante i molti disaccordi su altre questioni, gran parte degli interessi che
Stati Uniti e Turchia hanno in comune restano, principalmente riguardo l’Iraq e
la questione curda. |