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La posizione ufficiale dell’Ue sui negoziati per
l'adesione della Turchia. La questione cipriota. Le speranze generate dal
trionfo elettorale di Papandreou. La strada della Turchia verso Bruxelles passa
anche per Nicosia e Atene.
“Il Consiglio europeo avalla le conclusioni del
Consiglio dell’8 dicembre 2009 su allargamento/processo di stabilizzazione e di
associazione”. Il documento finale del vertice che ha chiuso la presidenza
semestrale svedese, il 10 e 11 dicembre a Bruxelles, in tema di politiche di
allargamento non aggiunge altro. E per scoprire quale posizione l’Europa ha
ufficialmente assunto sui negoziati per l’adesione della Turchia all’Ue bisogna
rifarsi a un altro documento: a quello discusso – in modo piuttosto acceso – e
approvato dal Consiglio dei ministri degli Esteri, sempre a Bruxelles, il 7 e
l’8 dicembre.
I nove paragrafi (dal 6 al 14) riservati alla
Turchia non destano particolari sorprese. Da una parte, in linea con quanto
affermato nel rapporto annuale 2009 della Commissione europea, il Consiglio ha
apprezzato il rinnovato spirito riformista di Ankara, soprattutto nel settore
della giustizia e nei rapporti tra governo ed esercito; il rilancio del progetto
europeista dell’Akp, reso anche simbolicamente evidente dalle visite del premier
Erdogan e del presidente Gul a Bruxelles, dopo qualche battuta d’arresto dovuta
a pressanti problemi politici interni e all’ostilità manifestata da alcuni
partner – come la Francia, la Germania, l’Austria – verso la piena adesione
della Turchia; la nomina di negoziatore, a tempo pieno e con rango ministeriale,
del ministro per gli Affari europei Egemen Bagıs, sotto le cui dipendenze è
stato posto il Segretariato generale per l’Unione europea, che coordina tutte le
fasi tecniche del negoziato; il sostanziale miglioramento delle relazioni in
passato turbolente con alcuni vicini, segnatamente con l’Armenia (viene
esplicitamente sottolineata la posizione strategica della Turchia), oltre che
con le minoranze interne curda e alevi.
Dall’altra, il Consiglio ha anche evidenziato che
è comunque necessaria una notevole intensificazione del processo di riforme per
dare una piena attuazione – indispensabile per chi aspira a entrare a pieno
titolo nell’Ue – ai cosiddetti “criteri di Copenhagen” sullo Stato di diritto,
sulla stabilità democratica, sui diritti umani. Ma a dare una connotazione
parzialmente negativa al documento di Bruxelles è stata essenzialmente la
questione cipriota: cioè, il rifiuto da parte della Turchia di applicare il
Protocollo addizionale di Ankara del 2006, che dovrebbe garantire l’apertura di
porti e aeroporti turchi a navi e aerei della Repubblica di Cipro (che Ankara
non riconosce come Stato che ha la piena sovranità su tutta l’isola), in assenza
di un esito positivo dei negoziati di riunificazione tra grecociprioti e
turcociprioti o comunque prima che le istituzioni europee assicurino la fine del
blocco economico del nord dell’isola (nei fatti sotto occupazione militare
turca, visto che la Repubblica turca di Cipro settentrionale che vi è stata
istituita non è internazionalmente riconosciuta), promesso da Bruxelles dopo il
referendum del 2004 sul piano Annan.
L’abilità negoziale di Carl Bildt, il ministro
degli Esteri svedese, ha comunque scongiurato il pericolo di un veto cipriota: e
quindi il Consiglio ha dato il via libera all’apertura di un nuovo capitolo
negoziale, quello sull’ambiente, mentre rimane in vigore il blocco deciso nel
2006 su altri 8 capitoli. E lo stesso ministro degli Esteri cipriota, Markos
Kyprianou, ha annunciato che il suo governo si opporrà con intransigenza
all’apertura di altri 6 capitoli (sui diritti fondamentali, la mobilità dei
lavoratori, il sistema giudiziario, l’istruzione, la politica estera,
l’energia).
Vie d’uscita dunque non se ne vedono. Infatti, i
negoziati tra il presidente grecocipriota Christofias e il leader turcocipriota
Talat, avviati tra i migliori auspici nel settembre 2008, proseguono stancamente
e non sembrano in grado di produrre una soluzione mutualmente accettabile: né
sulla forma istituzionale da dare allo Stato riunificato, né sulla gestione
degli spinosi problemi ereditati dal passato (si tratta soprattutto dei diritti
di proprietà dei rifugiati grecociprioti, e dello status da riconoscere ai
coloni turchi). Se i nazionalisti dell’attuale primo ministro turcocipriota
Dervis Eroglu dovessero vincere le elezioni presidenziali del 18 aprile 2010,
come prevedono tutti i sondaggi, i negoziati potrebbero avere un’interruzione
ancora più traumatica di quella dell’aprile 2004, quando il duplice referendum
sul piano di riunificazione delle Nazioni Unite (il cosiddetto “piano Annan”)
vide l’accettazione da parte dei turcociprioti ma il rigetto da parte dei
grecociprioti, che da lì a poco sarebbero entrati nell’Ue.
Tuttavia, negli ultimi mesi si è inaspettatamente
aperto uno spiraglio che prima del 18 aprile potrebbe portare a una insperata
soluzione della questione cipriota: il trionfo del socialdemocratico George
Papandreou nelle elezioni politiche greche. Il leader del Pasok, infatti, da
ministro degli Esteri nel periodo 1999-2004 è riuscito a creare con Ankara
rapporti di proficua collaborazione. E appena eletto, il 9 e 10 ottobre, ha
sostituito il tradizionale viaggio inaugurale di tutti i primi ministri greci a
Nicosia con una visita del tutto inattesa a Istanbul, in occasione del summit
del Gruppo di cooperazione dell’Europa sud-orientale (Seecp, nell’acronimo
inglese): nel corso del quale ha caldeggiato l’ingresso nell’Unione europea per
il 2014 – centenario dell’attentato di Sarajevo e della Prima guerra mondiale –
di tutti i Paesi dell’Europa balcanica – Turchia compresa.
Ma più che le parole, sono stati i gesti del
leader socialista greco che hanno colpito – e profondamente commosso –
l’opinione pubblica turca. Perché Papandreou è arrivato all’aeroporto Ataturk di
Istanbul con un ramo d’ulivo in una borsa, bene in vista: ed è andato a deporlo
sulla tomba del suo amico Ismail Cem, ministro degli Esteri turco dal 1997 al
2002. Il ramo dell’ulivo proviene dalla Grecia. Proviene da un albero piantato
insieme da Papandreou e Cem come speranza di pace, di una pace duratura tra
Grecia e Turchia che doveva nascere dal dialogo politico, dalla cooperazione
economica e dalle iniziative culturali avviate da Papandreou e Cem a partire dal
1999, come frutto prezioso di quella “diplomazia dei terremoti” seguita al
duplice sisma – di Istanbul e di Atene – e alle reciproche risposte di generosa
e sincera solidarietà dei greci e dei turchi (e si deve in buona parte alla
Grecia e a Papandreou se, nello storico vertice europeo di Helsinki sempre del
1999, la Turchia ottenne lo status ufficiale di candidato). Una speranza e un
processo di pace – dopo un raffreddamento di qualche anno – rilanciati con
decisione dal ramo d’ulivo di Papandreou e recepiti con emozione e convinzione
in Turchia (komsu, harbi dost – vicino, vero amico – hanno titolato l’indomani i
quotidiani).
La risposta del primo ministro turco Erdogan non
si è fatta attendere e ha una portata potenzialmente storica: la proposta di
istituire un Alto Consiglio di cooperazione tra i due governi, con il compito di
affrontare e risolvere in modo definitivo tutto il contenzioso bilaterale che
separa da decenni i due Paesi: la demarcazione delle acque territoriali e delle
aree di sfruttamento economico nel mar Egeo, la smilitarizzazione delle isole
greche di fronte alla costa turca, la regolamentazione del traffico aereo
(civile e militare), il trattamento delle rispettive minoranze e per l’appunto
la riunificazione di Cipro. La strada della Turchia verso Bruxelles, che passa
per Nicosia e Atene, sarebbe definitivamente spalancata. |