Turchia:il cammino verso Bruxelles e la questione cipriota Di Giuseppe Mancini - Limes 16.12.09

La posizione ufficiale dell’Ue sui negoziati per l'adesione della Turchia. La questione cipriota. Le speranze generate dal trionfo elettorale di Papandreou. La strada della Turchia verso Bruxelles passa anche per Nicosia e Atene.

“Il Consiglio europeo avalla le conclusioni del Consiglio dell’8 dicembre 2009 su allargamento/processo di stabilizzazione e di associazione”. Il documento finale del vertice che ha chiuso la presidenza semestrale svedese, il 10 e 11 dicembre a Bruxelles, in tema di politiche di allargamento non aggiunge altro. E per scoprire quale posizione l’Europa ha ufficialmente assunto sui negoziati per l’adesione della Turchia all’Ue bisogna rifarsi a un altro documento: a quello discusso – in modo piuttosto acceso – e approvato dal Consiglio dei ministri degli Esteri, sempre a Bruxelles, il 7 e l’8 dicembre.

I nove paragrafi (dal 6 al 14) riservati alla Turchia non destano particolari sorprese. Da una parte, in linea con quanto affermato nel rapporto annuale 2009 della Commissione europea, il Consiglio ha apprezzato il rinnovato spirito riformista di Ankara, soprattutto nel settore della giustizia e nei rapporti tra governo ed esercito; il rilancio del progetto europeista dell’Akp, reso anche simbolicamente evidente dalle visite del premier Erdogan e del presidente Gul a Bruxelles, dopo qualche battuta d’arresto dovuta a pressanti problemi politici interni e all’ostilità manifestata da alcuni partner – come la Francia, la Germania, l’Austria – verso la piena adesione della Turchia; la nomina di negoziatore, a tempo pieno e con rango ministeriale, del ministro per gli Affari europei Egemen Bagıs, sotto le cui dipendenze è stato posto il Segretariato generale per l’Unione europea, che coordina tutte le fasi tecniche del negoziato; il sostanziale miglioramento delle relazioni in passato turbolente con alcuni vicini, segnatamente con l’Armenia (viene esplicitamente sottolineata la posizione strategica della Turchia), oltre che con le minoranze interne curda e alevi.

Dall’altra, il Consiglio ha anche evidenziato che è comunque necessaria una notevole intensificazione del processo di riforme per dare una piena attuazione – indispensabile per chi aspira a entrare a pieno titolo nell’Ue – ai cosiddetti “criteri di Copenhagen” sullo Stato di diritto, sulla stabilità democratica, sui diritti umani. Ma a dare una connotazione parzialmente negativa al documento di Bruxelles è stata essenzialmente la questione cipriota: cioè, il rifiuto da parte della Turchia di applicare il Protocollo addizionale di Ankara del 2006, che dovrebbe garantire l’apertura di porti e aeroporti turchi a navi e aerei della Repubblica di Cipro (che Ankara non riconosce come Stato che ha la piena sovranità su tutta l’isola), in assenza di un esito positivo dei negoziati di riunificazione tra grecociprioti e turcociprioti o comunque prima che le istituzioni europee assicurino la fine del blocco economico del nord dell’isola (nei fatti sotto occupazione militare turca, visto che la Repubblica turca di Cipro settentrionale che vi è stata istituita non è internazionalmente riconosciuta), promesso da Bruxelles dopo il referendum del 2004 sul piano Annan.

L’abilità negoziale di Carl Bildt, il ministro degli Esteri svedese, ha comunque scongiurato il pericolo di un veto cipriota: e quindi il Consiglio ha dato il via libera all’apertura di un nuovo capitolo negoziale, quello sull’ambiente, mentre rimane in vigore il blocco deciso nel 2006 su altri 8 capitoli. E lo stesso ministro degli Esteri cipriota, Markos Kyprianou, ha annunciato che il suo governo si opporrà con intransigenza all’apertura di altri 6 capitoli (sui diritti fondamentali, la mobilità dei lavoratori, il sistema giudiziario, l’istruzione, la politica estera, l’energia).

Vie d’uscita dunque non se ne vedono. Infatti, i negoziati tra il presidente grecocipriota Christofias e il leader turcocipriota Talat, avviati tra i migliori auspici nel settembre 2008, proseguono stancamente e non sembrano in grado di produrre una soluzione mutualmente accettabile: né sulla forma istituzionale da dare allo Stato riunificato, né sulla gestione degli spinosi problemi ereditati dal passato (si tratta soprattutto dei diritti di proprietà dei rifugiati grecociprioti, e dello status da riconoscere ai coloni turchi). Se i nazionalisti dell’attuale primo ministro turcocipriota Dervis Eroglu dovessero vincere le elezioni presidenziali del 18 aprile 2010, come prevedono tutti i sondaggi, i negoziati potrebbero avere un’interruzione ancora più traumatica di quella dell’aprile 2004, quando il duplice referendum sul piano di riunificazione delle Nazioni Unite (il cosiddetto “piano Annan”) vide l’accettazione da parte dei turcociprioti ma il rigetto da parte dei grecociprioti, che da lì a poco sarebbero entrati nell’Ue.

Tuttavia, negli ultimi mesi si è inaspettatamente aperto uno spiraglio che prima del 18 aprile potrebbe portare a una insperata soluzione della questione cipriota: il trionfo del socialdemocratico George Papandreou nelle elezioni politiche greche. Il leader del Pasok, infatti, da ministro degli Esteri nel periodo 1999-2004 è riuscito a creare con Ankara rapporti di proficua collaborazione. E appena eletto, il 9 e 10 ottobre, ha sostituito il tradizionale viaggio inaugurale di tutti i primi ministri greci a Nicosia con una visita del tutto inattesa a Istanbul, in occasione del summit del Gruppo di cooperazione dell’Europa sud-orientale (Seecp, nell’acronimo inglese): nel corso del quale ha caldeggiato l’ingresso nell’Unione europea per il 2014 – centenario dell’attentato di Sarajevo e della Prima guerra mondiale – di tutti i Paesi dell’Europa balcanica – Turchia compresa.

Ma più che le parole, sono stati i gesti del leader socialista greco che hanno colpito – e profondamente commosso – l’opinione pubblica turca. Perché Papandreou è arrivato all’aeroporto Ataturk di Istanbul con un ramo d’ulivo in una borsa, bene in vista: ed è andato a deporlo sulla tomba del suo amico Ismail Cem, ministro degli Esteri turco dal 1997 al 2002. Il ramo dell’ulivo proviene dalla Grecia. Proviene da un albero piantato insieme da Papandreou e Cem come speranza di pace, di una pace duratura tra Grecia e Turchia che doveva nascere dal dialogo politico, dalla cooperazione economica e dalle iniziative culturali avviate da Papandreou e Cem a partire dal 1999, come frutto prezioso di quella “diplomazia dei terremoti” seguita al duplice sisma – di Istanbul e di Atene – e alle reciproche risposte di generosa e sincera solidarietà dei greci e dei turchi (e si deve in buona parte alla Grecia e a Papandreou se, nello storico vertice europeo di Helsinki sempre del 1999, la Turchia ottenne lo status ufficiale di candidato). Una speranza e un processo di pace – dopo un raffreddamento di qualche anno – rilanciati con decisione dal ramo d’ulivo di Papandreou e recepiti con emozione e convinzione in Turchia (komsu, harbi dost – vicino, vero amico – hanno titolato l’indomani i quotidiani).

La risposta del primo ministro turco Erdogan non si è fatta attendere e ha una portata potenzialmente storica: la proposta di istituire un Alto Consiglio di cooperazione tra i due governi, con il compito di affrontare e risolvere in modo definitivo tutto il contenzioso bilaterale che separa da decenni i due Paesi: la demarcazione delle acque territoriali e delle aree di sfruttamento economico nel mar Egeo, la smilitarizzazione delle isole greche di fronte alla costa turca, la regolamentazione del traffico aereo (civile e militare), il trattamento delle rispettive minoranze e per l’appunto la riunificazione di Cipro. La strada della Turchia verso Bruxelles, che passa per Nicosia e Atene, sarebbe definitivamente spalancata.