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Ancora una volta ci vediamo costretti ad intervenire per
difendere la memoria di un milione e mezzo di martiri armeni, vittime del primo
genocidio del XX secolo perpetrato dal governo turco nel 1915.
In effetti un certo Carlo Panella prendendo spunto da una
notizia circolata qualche giorno fa riguardante l' accordo
(in realtà si tratta di una
dichiarazione congiunta in quanto l'accordo deve essere ancora discusso e
ratificato dai rispettivi parlamenti)
siglato il 31 agosto u.s. tra la Repubblica d'Armenia e
quella Turca si cimenta (vedi sotto) in una analisi alquanto controversa
dispensando accuse ed offese e facendo proprie alcune tesi negazioniste del
governo di Ankara.
L’autore sentenzia in partenza che la conseguenza di questo “accordo”
scaturirà (?) un "ondata di vergogna sul Parlamento Francese e su quello europeo"
rei di aver " preteso di legiferare sulla verità storica" ed aver introdotto il
reato della "negazione del genocidio armeno". E mentre in un primo momento
attribuisce "agli unici titolari - i due popoli (quello armeno e quello turco)-
il compito di far luce su quell'episodio atroce della loro storia"
successivamente non esita ad arrogarsi il diritto di dedurre (per conto terzi)
che non si è affatto trattato di “genocidio” ma di un semplice massacro….
Spiace constatare come il Sig. Panella ignori che il
termine "GENOCIDIO" fu coniato negli anni quaranta dal giurista polacco - ebreo Raphael Lemkin in chiaro ed inequivocabile riferimento all' immane tragedia
armena. Così come pare che lo stesso ignori anche l'esistenza della montagna di
storiografia a riguardo e della documentazione incontestabile (prodotta anche da
parte turca) che confermano la veridicità dei fatti e la loro atrocità.
Commissione di storici
Panella basa tutte la sue controdeduzioni sostenendo che "l'accordo
contemplerà la formazione di una commissione di storici". Una frase che sa
di “bufala” (altro che bolla di sapone!!!) perché anche qui l’autore sembra
ignorare che l’accordo preveda solo delle Commissioni e sottocommissioni
Intergovernativi e non faccia alcuna menzione a delle “commissioni di
storici” come peraltro aveva dichiarato lo stesso Presidente Armeno Serj
Sarkissian all'indomani della notizia: "…. le questioni sulla dimensione
storica non saranno discusse nell'ambito di un comitato di storici, ma piuttosto
in una delle sotto-commissioni della commissione intergovernativa…..”
Commissione intergovernativa
dunque e non un comitato di storici. Anche perché a dispetto del Panella la
storia ha già fatto il suo percorso ed ha emesso il suo verdetto. Ora tocca
alla politica ed alla diplomazia di fare la propria parte così come hanno fatto
e stanno facendo le varie istituzioni politiche dei paesi occidentali e
democratiche (inclusi quello Francese e quello Europeo) così come ha promesso di
fare anche il Presidente Obama ed il Congresso degli Stati Uniti d’America.
Siamo pienamente concordi che non spetta ai parlamenti ed
alle istituzioni internazionali riscrivere la storia. Ma conoscerla e condannare
le sue nefandezze è un atto più che dovuto. E siamo anche convinti che la
“titolarità” della questione non può che essere assegnata ai due popoli (turco
e armeno) a cui spetta il percorso della riappacificazione. Il primo ha già
intrapreso un difficile cammino per fare i conti con la propria storia mentre il
secondo continua a sperare di vedersi riconosciuto, finalmente, il suo diritto
alla Memoria.
Si ha la vaga sensazione che l'ondata di onta e di vergogna
ricadrà solo su chi ha voluto cimentarsi nel meschino tentativo di mistificare la
storia dispensando giudizi e offese gratuite e basando le proprie valutazioni e
idee su false notizie ed infondate informazioni così come fanno tutti coloro che
vogliono nascondere la verità.
Le redazione
P.S.
semmai
la tanto sbandierata diplomazia del pallone dovesse centrare l'obiettivo il Sig.
Panella potrà starsene tranquillo non sarà certamente tra i candidati della
terna arbitrale. Al massimo potrà accontentarsi dell’acquisto di un biglietto da
spettatore.
Con l'accordo tra Ankara ed
Erevan si sgonfia la bolla del genocidio armeno Di Carlo Panella -
loccidentale.it 04.09.09
L’accordo per
la normalizzazione dei rapporti tra Armenia e Turchia siglato pochi giorni fa
tra i due governi avrà immense conseguenze e tra queste non ultima vi sarà
un’onda di vergogna che ricadrà sul Parlamento francese e su quello europeo che
hanno preteso di legiferare – non avendone il minimo titolo e il minimo diritto
– sulla verità storica, arrogandosi addirittura il blasfemo diritto di inventare
il reato di “negazione del genocidio armeno” per cui uno dei più grandi storici
contemporanei (e di tutti i tempi) dell’Islam, Bernard Lewis, è stato
condannato.
L’accordo tra
Repubblica di Turchia e Repubblica di Armenia contemplerà infatti la formazione
di una commissione comune di storici che avranno il compito di esaminare tutti
i documenti esistenti e soprattutto di definire una verità condivisa dalle due
nazioni sui massacri del 1914-15. Verrà così assegnato agli unici titolari –i
due popoli e i loro due stati, le loro due culture e storiografie – il compito
di fare luce su quell’episodio atroce della loro storia e chiunque nel frattempo
si è arrogato il diritto (da duemila chilometri di distanza e sessanta anni
dopo) di stabilire per legge “verità assolute” e pene detentive per chi le
neghi, verrà a trovarsi in una posizione meschina e indifendibile (perché
meschini e indifendibili erano in realtà i motivi di questa operazione
schifosamente – è il caso di usare questo termine- elettoralistica).
Come si sa,
l’oggetto del contendere tra turchi e armeni, decantati negli ultimi decenni gli
animi e formatosi finalmente lo Stato Armeno dopo la dissoluzione dell’Urss, non
è tanto sull’esistenza o meno dei massacri e sulla morte o meno di centinaia di
migliaia di armeni di cittadinanza turca nel 1914-15 (morte ammessa dalla parte
turca, anche se limitata a “sole” 300.000 persone), quanto la loro finalità.
Secondo la comunità armena si è trattato di un genocidio, del primo genocidio
del secolo (che avrebbe addirittura ispirato Hitler), della volontà cioè del
governo dei Giovani Turchi di uccidere gli armeni in quanto popolo, di
estirparlo con la morte dal territorio ottomano. Secondo la storiografia turca,
invece, si è trattata di una legittima operazione bellica – lo spostamento
lontano dal fronte di scontro con l’esercito russo (cristiano come gli armeni)
di una immensa “quinta colonna” che simpatizzava con il nemico russo (dando
luogo a vere e proprio rivolte filo russe, come quella di Van del 1914, e
organizzando disfattismo e diserzioni dentro l’esercito ottomano), durante il
quale sono morte 300.000 persone non per volontà del governo, ma per attacchi di
bande di curdi e altre casualità.
Secondo una
storiografia equilibrata, che condividiamo in pieno e di cui è totalmente
convinto anche Guido Rampoldi di Repubblica, si è effettivamente trattato di un
massacro ma non di un genocidio, della volontà determinata di “uccidere gli
armenti in quanto armeni” (come fu fatto con gli ebrei nella Shoà), bensì di una
clamorosa – e orrenda – operazione di pulizia etnica, che trova le sue
motivazioni reali nella dinamica bellica (gli armeni erano effettivamente
schierati a fianco dei russi) e che però è trascesa in una pratica di sterminio
spesso voluta espressamente dal governo di Istanbul, spesso favorita (l’odio
etnico reciproco tra i razziatori e assassini curdi e gli armeni era di lunga e
millenaria data). La differenza politica e morale tra i due termini “genocidio”
e “pulizia etnica” è immensa ed è su questa, esattamente su questa, che si gioca
la difficile partita di definizione della verità condivisa tra turchi e armeni
oggi.
Per essere
chiari: i giovani Turchi presero esempio per la loro decisione di deportare gli
armeni (sfiancandoli e uccidendoli) dal regio esercito italiano che questo aveva
fatto durante la guerra di Libia del 1911-13, deportando la popolazione civile
della Cirenaica e decimandola durante marce forzate di mesi. Esercito di un
Italia democratica e pre-fascista, durante una guerra coloniale che era stata
salutata dal socialista Giovanni Pascoli con le parole d’incitamento: “La grande
proletaria si è mossa…”. Ma se mai qualcuno osasse definire i massacri compiuti
in Libia dall’esercito giolittiano e poi da quello fascista come “genocidio”,
l’Italia intera si ribellerebbe perché sarebbe un’onta, un’infamia che
macchierebbe la coscienza nazionale e la bandiera nazionale. Altrettanto si
potrebbe dire per altri popoli e nazioni –in primis l’Urss staliniana – per gli
immensi – e sanguinosissimi – spostamenti di milioni di persone appartenenti
alla stessa etnia (con centinaia di migliaia di morti) operati durante le
seconda guerra mondiale all’interno e all’esterno del proprio territorio
nazionale.
Per di più, a
smentire la volontà genocida dei turchi nei confronti degli armeni, la volontà
cioè di ucciderli e sterminarli in quanto popolo, vi sono proprio le cifre
ufficiali riportate dalle due principali fonti contemporanee che testimoniarono
del massacro degli armeni. Arnold Toynbee che viene sempre citato come storico
(in effetti è stato uno dei maggiori del ‘900), ma che in realtà sul tema
scrisse in qualità di agente del Foreign Office e quindi con una buona dose di
parzialità di propagandista bellico, afferma che ben 150.000 armeni (su una
popolazione che stima tra 1,6 e 2 milioni), residenti a Istanbul e Izmir, non
furono perseguitati. Cifra che Johannes Lepsius (un pastore protestante tedesco)
eleva a 205.000 unità.
Per tornare al
paragone col genocidio ebraico, che gli armeni rivendicano per le loro vittime,
il quadro, trasferito alla Germania hitleriana avrebbe comportato la totale
immunità delle decine di migliaia di ebrei residenti a Berlino e Vienna, mentre
sarebbero stati sterminati solo quelli della estrema periferia del reich. In
realtà, si ha notizia della deportazione di 2.500 armeni di Istanbul, scelti tra
i leader e l’intellighentsjia della comunità, a suffragio della tesi di una
feroce volontà di pulizia etinca motivata dal timore che la comunità armena
agisse – e effettivamente ve ne erano state le prove – come quinta colonna
dell’esercito russo.
Insomma, con
tutto il più partecipato risepetto per le vittime armene e per i sopravissuti,
le ragioni di una Turchia che finalmente è uscita negli ultimi anni dalla
negazione totale – e violenta e inaccettabile – di quegli eccidi, ma che rifiuta
l’infame appellativo di nazione genocida, paiono solide e ben motivate e
scarsamente provata, per converso pare quella volontà di “uccidere gli armeni in
quanto armeni”, quindi tutti gli armeni, che giustificherebbe l’accusa genocida.
Ma, detto questo, solo per inciso e per chiarire – non per la prima volta –
quale sia il punto di vista di chi scrive, va ribadito un punto che riteniamo
determinante: la verità storica condivisa non può e non deve essere imposta da
parlamenti, non può essere trasformata in legge, ma deve essere affidata
innanzitutto al confronto tra i due popoli – turchi e armeni – le loro culture,
i loro stati. In realtà il parlamento francese – e quello europeo – e anche il
parlamento Usa (che fu però bloccato da G. W. Bush su questa strada, che però
Obama stava pericolosamente per intraprendere), nel momento in cui si è
proclamato detentore di verità storica e ha addirittura deciso di punire il
negazionismo sul genocidio armeno, non sì è mosso per alti ideali. Si è mosso
sulla base di bieche e poco onorevoli motivazioni elettorali.
Va infatti
ricordato che negli anni ’70 si ebbe una forte ondata di terrorismo armeno
contro obbiettivi turchi che provocò decine di vittime in Turchia, così come in
Europa. Quegli attentati irrigidirono ancora di più l’intera comunità turca –
ovviamente – ma riuscirono nell’obbiettivo di riportare la questione all’onore
della cronaca. La fortissima comunità armena dell’emigrazione, che influenza in
Francia e negli Usa quote non trascurabili dell’elettorato, pur dissociandosi
dai terroristi armeni (ma non sempre e non in toto), riprese così una sua
legittima attività di lobbyng sul tema, anche perché nessuno pensava che l’Urss
sarebbe crollata e che quindi quella Repubblica armena che essi si aspettavano
dal trattato di Sèvres del 1920, si sarebbe ripresentata alla storia con tutta
la sua piena e libera sovranità (sia pur parziale, dal punto di vista
territoriale).
Il successo di
questa attività di lobbyng in Francia e nel Parlamento europeo e la conseguente
approvazione della legislazione che proclama verità storica indiscutibile il
“genocidio degli armeni” e di conseguenza punisce penalmente i trasgressori, fu
però il portato di motivazioni trasversali ai gollisti e ai socialisti di ben
misero profilo. Innanzitutto la volontà di ingraziarsi una componente che poteva
muovere l’1-2% dell’elettorato (che in un sistema a doppio turno può essere
determinante, soprattutto perché concentrata su Parigi e pochi altri centri
urbani, quindi con impatto ben più elevato sui singoli collegi) e poi per dare –
questo i gollisti – un forte segnale anti-turco, quindi antislamico
all’insofferenza nei confronti dell’immigrazione di parte dell’elettorato.
Segnale rafforzato dal “no” all’ingresso della Turchia nell’Ue, espresso da
queste stesse forze.
Una pagina
poco brillante –per meglio dire, vergognosa – del Parlamento francese che ha
prodotto una legislazione non solo illiberale, ma che soprattutto ha alimentato
una situazione di permanenza di odio e risentimento nella comunità armena nei
confronti della Turchia (a cui fa da contrappeso una speculare situazione di
odio e risentimento in ampi ambienti della Turchia, va detto), che fa poco onore
alla Francia e all’Europa e che ora la coraggiosa iniziativa del presidente
turco Gül (che inaugurò una diplomazia del football, andando a Erevan, tra le
polemiche, ad assistere ad una partita per i mondiali tra le due nazionali) e
che poi ha condotto con l’omologo armeno una lunga e paziente trattativa che ora
pare dare i suo frutti. Nel segno della pacificazione e del rispetto reciproco,
nonostante la pessima azione di disturbo franco-europea |