La risoluzione sugli armeni danneggia gli Usa in Medio Oriente - Di Daniele Biello - L'Occidentale.it 17.10.07

Pubblichiamo l’articolo apparso sul www.loccidentale.it a firma di Daniele Biello  e la  risposta che abbiamo ritenuto dover inoltrare.

Chi desiderasse esprimere il proprio parere, nei consueti termini civili ai quali siamo abituati, potrà scrivere direttamente all’indirizzo mail redazione@loccidentale.it

 

Nel corso della notte del 24 aprile 1915 il  governo turco, ormai in guerra contro le forze dell’Intesa, iniziò una feroce risposta al sorgere di movimenti indipendentisti armeni con una sistematica pulizia etnica. Nonostante che a Costantinopoli regnasse - ancora - l’ormai esausta dinastia ottomana e che la Turchia fosse uno stato islamico, l’agenda politica della Sublime Porta era dettata dai laici e ultra nazionalisti “giovani turchi”, dei quali Kemal Mustafà (detto Atatürk), padre della Turchia moderna, era uno dei rappresentanti di spicco. Questo sterminio, compiuto spesso mediante interminabili marce negli infuocati deserti siriani e iracheni, non veniva, quindi, compiuto in nome della religione, ma della purezza dell’identità nazionale. Molti degli armeni che sopravvissero agli eccidi lasciarono l’impero ed emigrarono in occidente, dando vita a comunità assolutamente integrate nel tessuto delle nuove patrie. E’ noto che sia la cantante-attrice americana Cher, sia lo chansonnier Charles Aznavour sono figli della diaspora armena.

Com e è ovvio la Turchia moderna, erede diretta di quel movimento laico e “modernizzatore” ha sempre negato l’eccidio di un milione e ottocentomila armeni. Il negazionismo divenne dottrina ufficiale dello Stato. Non è un caso che la Costituzione turca preveda - all’articolo 301 - che l’offesa alla identità nazionale sia punibile per legge. Sulla scorta di ciò è stato, recentemente, condannato ad un anno di detenzione, con la condizionale, Aram Dink, figlio di Hrant Dink, il giornalista e scrittore di origini armene assassinato lo scorso gennaio.

Questa la storia. La cronaca, invece, ricorda che mercoledì 10 ottobre la Com missione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti trasmette all’aula, con parere favorevole, un disegno di legge con il quale si dichiara “genocidio” la pulizia etnica avvenuta oltre 80 anni prima. A parte l’eloquente silenzio della stampa italiana su questo provvedimento, se si eccettua un lungo articolo di Bettizza su “La Stampa” del 12 ottobre, a muovere sorpresa e interrogativi è la stessa natura del provvedimento della Com missione del Congresso. Vi è da chiedersi quali siano le finalità di Tom Landos, presidente della Com missione, e se egli si renda conto delle conseguenze dirette ed indirette del provvedimento preso. In modo olimpico Landos - giustificando il provvedimento -  ha dichiarato che intende “conferire una dimensione etica alla […] politica estera” degli Stati Uniti. L’anziano parlamentare - ebreo di origine ungherese ed unico sopravvissuto all’Olocausto presente al Congresso - pare dimenticare che una politica estera, per essere efficace, deve seguire due direttrici: l’interesse nazionale e la contingenza dell’azione. Questi item non appartengono alla sola scuola “realista”, ma a tutte le correnti di studio di relazioni internazionali.

Se da un punto di vista geopolitico la risoluzione della Com missione Affari Esteri si è rivelata un autogol per Washington, vi è da considerare che l’anelito verso la moralizzazione della politica è un continuum della storia americana. Persino il cosmopolita Jefferson allertava i suoi concittadini circa l’amoralità della Vecchia Europa. Dopo di lui gli Stati Uniti si sono spesso vantati di seguire una strategia “etica”, anche se poteva non essere condivisibile (vedi la politica del presidente Wilson). Questo atteggiamento “etico” dimostra che gli Stati Uniti - per quanto siano a capo di un impero di dimensioni planetarie - non hanno mai avuto una ideologia imperiale. Gran Bretagna e Francia, ex potenze imperiali, ancora adesso, si muovono sul teatro internazionale con la giusta spregiudicatezza dettata dall’interesse nazionale (chi non ricorda l’atteggiamento della Francia verso Saddam in difesa degli interessi della compagnia petrolifera nazionale?). Se si torna molto indietro nell’analisi storica, si deve ricordare la Roma imperiale che teneva in non cale le crudeli stravaganze e le passate ostilità di qualche sovrano satellite se questo era utile a mantenere la solidità dell’impero.

La forza e la debolezza degli Stati Uniti - da sempre repubblica, nel senso etico del termine - stanno in questa moralità. Le conseguenze di questa risoluzione sono gravi. I fatti ricordano che Ankara ha ritirato l’ambasciatore per consultazioni e che sta ammassando truppe (30.000 uomini) ai suoi confini meridionali, pronta a regolare i conti con i curdi del PKK. A prevedere quest’ultima conseguenza sono due osservatori speciali Ruben Safrastian, direttore dell’Accademia delle scienze di Erevan e l’ex ambasciatore turco a Washington Faruk Logoglu.

In un momento di gravi difficoltà della politica estera americana in Medio Oriente la risoluzione della commissione Landos incrina i rapporti tra la superpotenza e l’unico vero alleato (eccetto Israele) che ha nella regione, senza pensare al risentimento che provoca presso la popolazione turca. L’assurdità di ciò sta nella stessa natura del provvedimento.  Da oltre sessant’anni il termine “genocidio” - utilizzato per la prima volta nel 1944 - ha valenza giuridica ed afferisce ai “crimini contro l’umanità”. E’ quindi logico, per una istituzione politica, utilizzarlo se si intende perseguire penalmente i responsabili di tali efferati gesti. Così si è proceduto nei confronti di Milosevic, ritenuto il mandante di massacri di croati e di bosniaci musulmani. Che senso può avere, però, utilizzare una categoria del diritto positivo nei confronti di avvenimento accaduto oltre 80 anni prima, visto che nessun responsabile potrà essere portato sul banco degli  imputati? Si è quindi trattato di una risoluzione priva di contenuti, sebbene gravida di conseguenze, come ha avuto modo di commentare la portavoce di Bush jr. Dana Perino.

Alla luce di una analisi a 360° il provvedimento della commissione Landos non ha diritto di cittadinanza nel mondo della politica. Mescolare le categorie del diritto positivo, con quelle della politica e dell’etica non può che generare mostri. Dopo  le esternazioni dell’istituzione del Congresso chi potrebbe obiettare se un qualunque governo del pianeta  - ad esempio - definisse ufficialmente “genocidio” la politica americana verso le popolazioni native nel corso del XIX secolo?  Al di là dei paradossi che possono essere proposti si deve notare che la Com missione Landos si inserisce in una ormai consolidata corrente “buonista” e politicamente corretta che attraversa le democrazie liberali. Da diversi anni, infatti, si può assistere ad una deriva dei parlamenti occidentali che ritengono specifico compito istituzionale dettare i crismi di una morale nazionale, ufficializzando nella rigidità della norma giuridica anche le interpretazioni dei fatti storici. Iniziò - seppur tra le critiche della comunità  scientifica - il governo austriaco che condannò David Irving per le sue screditate teorie revisioniste, continuò Parigi a definire reato la negazione dell’eccidio degli armeni. Parimenti in It alia è ritenuto reato negare l’olocausto e - più recentemente - considerare “atto terroristico” l’attentato di via Rasella a Roma nel 1944.

Non è tanto l’ingerenza nel campo della ricerca scientifica dei provvedimenti in questione a sollevare riserve, ma il loro, supposto, intento morale. La forza dell’Occidente si è sempre esternata in una radicale differenzazione tra il “mercato” delle idee lasciate libere di fluire all’interno del corpo di una società, la libertà di ricerca scientifica e la “ragion di Stato” che governa le istituzioni. Il recente “buonismo” politico, creatura dello stesso mondo occidentale, non può che trasformarsi in una neoplasia del sistema che lo ha creato.

 


Spettabile redazione, 

 

abbiamo letto l’articolo a firma di Daniele Biello, pubblicato in data 17 ottobre e non possiamo che rimanere perplessi sulle  affermazioni ivi contenute.

Quello che accomuna l’articolo ai (pochi) altri scritti dello stesso tenore è la convinzione da parte degli autori che  la definizione “Genocidio” per descrivere  l'uccisione di massa di un milione e mezzo di armeni da parte dei turchi nel 1915 sia  sostanzialmente  corretta,   anche se l'estensore usa espressioni come "sterminio" od "eccidio" in un ridicolo ed al tempo stesso tragico tentativo di non posizionarsi sulla stessa linea criticata dai turchi.

 Lo stesso presidente americano, nel rivolgersi al Congresso, non ha contestato  peraltro la sostanza della risoluzione H 106 votata dalla Com missione Affari Esteri, ma semplicemente l’opportunità della votazione  su di un argomento tanto delicato.

Sia lui che i commentatori come Biello prendono atto di quanto accaduto ed ormai acclarato dagli storici di tutto il mondo. E tuttavia ritengono che, attesa la situazione politica internazionale, in particolare nell’area del Medio Oriente, sia politicamente scorretto irritare l’alleato turco.

Sulla cui affidabilità e livello di democrazia, invero, pesa  più di un dubbio dopo  la scomposta, irritata ed irritante reazione al provvedimento votato negli Stati Uniti .

Dunque, in poche parole, la ragion di stato deve prevalere sulla morale e sul principio del diritto. Poco importa che per novanta anni i governi turchi, con la loro politica negazionista, sia siano trasformati in complici morali dei carnefici del 1915; poco importa se ancora oggi si viene processati e condannati ai sensi del famigerato art. 301 del codice penale per la sola menzione del termine “genocidio”; poco importa se con una decisione unica nell’attuale  scenario  mondiale, un paese come la Turchia chiude la frontiera con un vicino , l’Armenia, con il quale formalmente non è in guerra.

Quale esempio possiamo dare alle giovani generazioni se tolleriamo la negazione di un genocidio (che detto per inciso non è un fatto politico di poco conto, ma un crimine contro l’umanità) solo per far salve talune convenienze diplomatiche?

Con quale spirito è possibile discutere del Darfur, piuttosto che del Ruanda o della Cambogia di Pol Pot se poi si tollera di avere come alleato militare e politico un governo che nega  un Genocidio e minaccia ritorsioni “dieci volte maggiori “ (riecheggiano taluni proclami delle SS …) in caso venga sconfessato pubblicamente ?

In realtà, la stabilità politica della regione mediorientale nasce in primo luogo dall’affidabilità dei soggetti in causa: la crescita democratica e civile della Turchia passa innanzitutto attraverso l’esame del proprio passato, anche delle pagine più orrende della propria storia; non sarà tacendo, o voltandosi da un’altra parte (come fecero i militari olandesi a Sebrenica …)  che si costruirà un futuro di pace e sicurezza.  Ma piuttosto aiutando la Turchia a prendere consapevolezza del ruolo politico e diplomatico che potrà recitare nel contesto attuale e futuro: non saranno i ricatti, o le ritorsioni a sconfiggere i nemici della pace e dello sviluppo. 

L’opportunismo e l’ipocrisia della politica cancellano il passato e annichiliscono il futuro.

I cristiani Armeni sterminati nel 1915  hanno un sacrosanto diritto alla Memoria: non rispettarlo significa ucciderli una seconda volta:  non crediamo siano questi i  “valori occidentali”  nei quali credere. 

 

Cordiali Saluti.

Consiglio comunità armena di Roma

 

Roma 17.10.07