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Se il Caucaso
del nord piange, quello del sud non ride. Quello settentrionale, tutto sotto la
pesante influenza di Mosca, configura una situazione di eterna turbolenza che lo
stesso presidente russo Medvedev, nel suo discorso in Daghestan del 9 giugno
2009, ha definito “difficile e deplorevole”, attribuendone le cause, più che
alle attività terroristiche islamiste, soprattutto “ai bassi standard di vita,
all’elevata disoccupazione, alla corruzione massiccia e orribilmente diffusa, e
alla straordinaria inefficienza delle autorità locali”. Un comune destino di
instabilità, conflittualità con i paesi vicini e difficoltà nello state building
della transizione post sovietica attraversa le terre che separano il mar Nero
dal Caspio. Il percorso evolutivo delle realtà che compongono quello che
genericamente viene denominato “Caucaso” è tuttavia segnato da diversità e
distinzioni marcate. Dal canto suo, il Caucaso meridionale si è risvegliato
all’indomani dell’indipendenza con una serie di amare questioni bilaterali
riemerse dalla letargia del periodo sovietico. La contesa sul Nagorno Karabakh,
le tensioni armeno-turche, le riputetute crisi in Georgia, insieme agli
interessi delle potenze regionali, delineano un quadro complesso e dalla
difficile composizione, che richiede tuttavia una soluzione urgente e capace di
ristabilire un equilibrio regionale ancora oggi di difficile conseguimento.
Etnie, lingue
e religioni.
Nel Caucaso del sud, tutto e il contrario di tutto si incontra e si scontra da
sempre: etnie, lingue e religioni, storia e geografia, geopolitica ed energia.
Si tratta di una precaria faglia geopolitica compresa fra Russia, Asia Centrale,
Medio Oriente ed Europa, dove la disintegrazione dell’Unione Sovietica ha
ampliato i motivi di attrito fra mille diverse componenti. E’ uno straordinario
punto di incontro e un crogiuolo di identità etniche molteplici, custodi di una
cinquantina di lingue, tant’è vero che gli antichi geografi arabi indicavano
l’area con il pittoresco e significativo appellativo di “montagna delle lingue”.
Fra i più antichi abitanti dell’area figurano, ad esempio, gli Yuhuro o “ebrei
della montagna”, ancora presenti in varie minuscole enclaves, soprattutto nel
musulmano Azerbaigian dove storicamente costoro erano gli unici autorizzati a
produrre il vino. Armenia e Georgia, poi, sono i primi Stati proclamatisi
cristiani, fin dall’inizio del IV secolo. Turchia e Azerbaigian, dal canto loro,
sono Paesi islamizzati ma divisi da un’altra linea di frattura interna
all’Islam, quella fra Sciiti e Sunniti.
Geografia e
storia.
Ubicato fra Mar Nero dove confluiscono i bacini fluviali del Danubio, del Dniepr
e del Don e il Mar Caspio ricco più di petrolio che di acqua, il Caucaso
meridionale è l’estremo lembo dell’Europa, depositario di arcaici miti come
quello di Prometeo rapitore della scintilla divina, quello di Giasone alla
ricerca del vello d’oro, custode di leggende come quella della Georgia, terra
che ai tempi della Creazione Dio intendeva riservare a se stesso, quella del
Diluvio universale e dell’arca di Noè che si fermò in cima al monte Ararat. Nel
corso dei secoli le popolazioni caucasiche si scontrarono più di quanto si
incontrarono, ritagliandosi a forza spazi vitali in contrasto con quelli altrui.
Ne scaturirono massacri, genocidi come quello degli Armeni nel 1915,
deportazioni di massa come quelle operate da Stalin nei confronti di Circassi,
Ingusceti e Ceceni, politiche sovietiche di commistione etnica artificiale
nell’intento di “dividere et imperare”. Nella seconda guerra mondiale gli Alpini
italiani sembravano inizialmente destinati qui, sulle immense montagne
caucasiche per contribuire a placare la sete di petrolio da parte dell’Asse, poi
vennero dirottati sul Don con tutto quel che ne seguì. Nell’immediato secondo
dopoguerra, reagendo all’occupazione staliniana dell’Europa centro-orientale, la
dottrina Truman si adoperò per stabilizzare il “fianco sud” europeo, includendo
Italia, Grecia e Turchia nella NATO, alleanza la cui continuazione verso est fu
la gemella CENTO fra Turchia, Iraq, Iran e Pakistan (oltre a Stati Uniti e Regno
Unito). Il Mar Nero diventò un lago in comproprietà: sovietico a nord e
“atlantico” a sud, dove non si giunse allo scontro anche grazie alle
disposizioni della Convenzione di Montreux del 1936 sul regime degli Stretti.
La questione
armena del 1915 è ancora motivo di tensioni e al tempo stesso di negoziati,
prova ne sia la recente mossa del presidente turco Abdullah Gül di tendere la
mano al vicino armeno. L’iniziativa è inserita in una più ampia “Caucasus
Stability and Cooperation Platform”, proposta da Ankara a livello regionale
subito dopo gli eventi bellici in Georgia dell’estate 2008. Con il sostegno
americano, l’iniziativa è evoluta, nell’aprile 2009, in una “road map” volta a
rafforzare la cooperazione fra entità nazionali che siano veramente sovrane
(Mosca, ad esempio, sta esercitando notevoli pressioni e ingerenze su Erevan,
anche schierando in Armenia proprie truppe di confine). L’iniziativa, in altri
termini, tenderebbe a limitare le intromissioni russe negli affari interni dei
Paesi sovrani (un principio che Mosca, a parole, ha sempre sbandierato,
unitamente a quello dell’inviolabilità delle frontiere) per evitare il ripetersi
dello scippo -manu militari- di intere province altrui come accaduto con
l’Ossezia del sud e l’Abkhazia (autoproclamatesi indipendenti e riconosciute
finora, a livello planetario, da ben quattro entità di cui due statali: Russia,
Nicaragua, Transnistria e (udite udite) Hamas. L’uso sproporzionato della forza
in Georgia, oltre a contravvenire ai sacri principi in cui Mosca giurava di
credere, ha avvicinato ulteriormente Tblisi alla NATO ed ha evidenziato
l’isolamento e la scarsa forza di persuasione russa lungo la propria periferia
meridionale e in quello che il Cremlino ritiene il suo “estero vicino”. Mosca,
inoltre, si dimostra poco incisiva anche nell’ambito del cosiddetto “gruppo di
Minsk”, nel quale siede da anni con Stati Uniti e Francia, nei riguardi
dell’annosa crisi armeno-azera sul Nagorno-Karabakh, enclave armena in
territorio azero. Sorge il sospetto che le “guerre congelate” in Europa
orientale e nel Caucaso rimangano irrisolte deliberatamente da parte del
Cremlino. Perdurando l’incapacità del gruppo di Minsk, l’avvio a soluzione della
questione del Nagorno-Karabakh potrà passare per Ankara, la cui diplomazia ha
l’opportunità da una parte di normalizzare i rapporti con Erevan e dall’altra di
rafforzare i legami etnici, linguistici, storici ed energetici con Baku.
Geopolitica ed
energia.
Collocata fra il mar Nero ed il Caspio, fondamentali per la sicurezza
dell’Europa e per il controllo dei traffici che la interessano, la regione del
Caucaso si pone tra lo spazio asiatico e quello europeo in qualità di
congiunzione tra realtà sempre più complementari e interessate a partnership di
lungo periodo. La volontà degli Stati rivieraschi di avvantaggiarsi della
ricchezza energetica del Caspio a supporto di un proprio crescente ruolo
regionale crea condizioni nuove e prospettive di sempre maggiore affrancamento
dal tradizionale rapporto commerciale esclusivo detenuto con Mosca. Infatti,
nonostante l’ex madrepatria ambisca tuttora, tramite i propri colossi
energetici, a mantenere un certo controllo sui traffici e sulle direttrici che
si dipanano sullo spazio ex sovietico, la realtà caucasica appare sempre più
interessata a consolidarsi quale garante della sicurezza energetica europea
nella duplice veste di fornitore, con l’Azerbaigian, e di transito e hub, con la
Georgia e la Turchia, oltre che di ponte naturale con i Paesi rivieraschi della
sponda orientale del Caspio. Baku-Tblisi-Ceyan e Baku-Tblisi-Erzurum sono solo
alcune delle pipelines di recente costruzione che connettono il sistema del
Caspio-Nero con la rete di approvvigionamento europea, rete che, evidentemente,
avrebbe tutto da guadagnare qualora il Caucaso meridionale, stabilizzandosi,
potesse garantire una definitiva sicurezza sui traffici attuali e potenziali.
Al di là delle
recenti iniziative di pacificazione armeno-turca e delle sfortunate prospettive
di soluzione per la complessa questione del Nagorno-Karabakh, la necessità di
mettere a sistema gli interessi comuni per la realizzazione di finalità di più
ampio respiro hanno indotto gli attori caucasici a promuovere la costituzione di
organizzazioni regionali fin dal momento dell’indipendenza. Negli anni della
transizione, accanto a strumenti cooperativi direttamente successori della
precedente esperienza sovietica, quali la Comunità di Stati Indipendenti (CSI) e
l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) si sono evoluti
nuovi fori di dialogo e confronto, quali il Black Sea Economic Council (BSEC).
Tale esperimento unisce fin dal 1992 realtà dell’Europa sud-orientale (quali
Albania, Grecia, Moldova, Romania, Serbia, Ucraina e Turchia) con altre
pienamente caucasiche (come Armenia e Azerbaigian) e con la Russia, aspirando a
realizzare un modello di cooperazione politica ed economica che assicuri
all’area del Caucaso-mar Nero-mar Caspio un’unica dimensione di fiducia e di
prosperità condivisa, gettando anche le basi per situazioni interessanti di
cooperazione con l’Unione Europea. Infatti, tale esperimento di cooperazione
regionale che si è andato sviluppando ai propri confini sud orientali non ha
lasciato indifferente l’UE, che nel 2007 ha varato la Black Sea Synergy,
un’iniziativa proprio a sostegno degli sforzi di quella regione, perché siano
produttivi di risultati sensibili negli ambiti economico, politico, della
protezione ambientale, del contrasto alla criminalità e ai traffici illeciti. In
seguito alla crisi dell’agosto 2008, l’UE (che già nel 2003 aveva nominato un
proprio Rappresentante Speciale per il Caucaso) ha ulteriormente affinato i
propri strumenti, lanciando una Eastern Partnership rivolta a Bielorussia,
Moldova, Ucraina, Georgia, Armenia e Azerbaigian, nella consapevolezza che
quanto avviene lungo la propria fascia orientale influenzi direttamente la vita
sul territorio dell’Unione. Agli ambiti di cooperazione già contemplati nella
Black Sea Synergy, nella Eastern Partnership si aggiungono con maggiore
chiarezza anche quelli della good governance, delle riforme, dei contatti
people-to people, del contrasto alle disuguaglianze economiche e della sicurezza
energetica. Né vanno dimenticate organizzazioni come lo Euro Atlantic
Partnership Council (EAPC) che raggruppa i Paesi della Partnership for Peace
compresi tutti quelli della regione e l’iniziativa GUUAM (dalle iniziali di
Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbaijan e Moldova).
In
conclusione, l’intera regione dovrebbe ritrovare la sua naturale funzione di
crocevia dei flussi umani e dei commerci, di cerniera fra Est e Ovest e fra Nord
e Sud, tradizionale ruolo che ha svolto fin dai tempi dell’antica Grecia, poi
delle repubbliche marinare ed infine dell’Impero Ottomano. La chiave per
aumentare la cooperazione e per limitare la confrontazione sta proprio nel
Caucaso meridionale. La stabilità, tuttavia, va ricercata possibilmente insieme
con (e non contro) la Russia. A questo proposito Arrigo Levi, profondo
conoscitore dell’area, è solito chiedersi: “come possono i Russi non capire che
proprio l’adesione di alcune repubbliche ex sovietiche e di alcuni paesi ex
satelliti dell’URSS all’Unione Europea e alla NATO, con le rigide regole di
comportamento che ciò comporta, ha creato condizioni di assoluta sicurezza per
la Russia, mai conosciute prima nella storia, alle sue frontiere occidentali?”.
E qui si rafforza il sospetto di cui sopra: e se l’instabilità alle proprie
frontiere fosse conveniente per il Cremlino?
In ogni caso,
sia la NATO che la UE dovranno riservare maggiore attenzione all’area: se questa
sarà stabile, cooperativa e ben governata, ne beneficeranno tutti, Russia
compresa. |