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La risoluzione della Commissione affari esteri del
Congresso americano, che ha definito “genocidio” i massacri commessi dai turchi
ai danni degli armeni nel 1915, è stata probabilmente favorita dall’azione della
lobby israeliana a Washington, come misura di ritorsione per il raffreddamento
dei rapporti fra Ankara e Tel Aviv – sostiene il giornalista palestinese Abd
al-Bari Atwan
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Non è da escludere che la lobby israeliana negli
Stati Uniti abbia giocato un ruolo di primo piano nel voto della Commissione
affari esteri della Camera dei rappresentanti a favore della risoluzione che
accusa la Turchia di aver commesso un genocidio contro gli armeni nel 1915. Ciò
sarebbe avvenuto anche grazie alle esortazioni della lobby armena a compiere
questo passo, e attraverso il suo forte appoggio dietro le quinte.
E’ evidente che le relazioni turco-israeliane
stanno registrando un crescente deterioramento, dopo che il primo ministro turco
Recep Tayyip Erdogan ha assunto una posizione di condanna nei confronti
dell’ultima aggressione israeliana a Gaza, ed ha chiesto di porre fine
all’ingiusto assedio della Striscia, e di fermare le operazioni di pulizia
etnica e culturale che colpiscono i palestinesi ed i loro luoghi santi nei
Territori palestinesi occupati.
La lobby israeliana ha una forte influenza sul
Congresso americano, e si era sempre schierata a fianco della Turchia, e contro
la lobby armena. Tuttavia, dopo le nuove posizioni assunte dalla Turchia in
merito alla questione palestinese, la lobby israeliana ha cominciato a cambiare
le proprie alleanze adottando politiche ostili ad Ankara.
La risoluzione della Commissione del Congresso,
che ha vinto per un solo voto (23 a 22), giunge come una mossa volta a sabotare
gli enormi sforzi di riconciliazione prodigati dalla Turchia nei confronti della
vicina Armenia con l’obiettivo di normalizzare i rapporti fra i due paesi e
siglare una serie di accordi di cooperazione economica.
Israele ha un grande interesse ad assediare Ankara
ed a contrastare i suoi sforzi di allacciare stretti rapporti con i suoi vicini,
i quali si distinguono dalla Turchia per storia e religione. Ciò spiega perché
sia stata riaperta la ferita della controversia turco-armena, dopo che erano
stati fatti grandi progressi sulla strada della riconciliazione fra i due paesi.
La visita del ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman in Grecia e
nella metà greca di Cipro, il mese scorso, è un altro tentativo di riattizzare
un antico conflitto fra questi due paesi e la Turchia.
La lobby israeliana a Washington ha frequentemente
“ricattato” la Turchia negli anni passati, rammentandole di sostenere la
posizione turca (in merito alla questione dei massacri degli armeni) attraverso
un’azione di contrasto che ha impedito alla forte lobby armena di penetrare il
Congresso e di far emettere una risoluzione di condanna nei confronti della
Turchia per aver commesso un “genocidio”.
E’ certo che il voto della Commissione affari
esteri della Camera dei rappresentanti intende mettere in difficoltà il
presidente Barack Obama e la sua amministrazione, compromettendo i suoi rapporti
con la Turchia, nel contesto delle pressioni israeliane nei confronti sia della
Casa Bianca che di Ankara. Il presidente Obama si era opposto al voto su questa
questione, e si era rimangiato la promessa – fatta in passato alla lobby armena
– di condannare la Turchia per aver commesso un genocidio ai danni degli armeni,
nel caso in cui fosse giunto alla Casa Bianca. In realtà Obama si era spinto
ancora oltre, quando aveva scelto Ankara come sua prima tappa nel mondo
islamico, e durante la sua visita aveva lodato il modello democratico turco che
conferma che non vi è contraddizione fra la democrazia e l’Islam.
Ma gli israeliani dominano il Congresso attraverso
il loro gruppo di pressione in America, e non esageriamo se diciamo che il loro
controllo del Congresso è quasi maggiore del loro controllo della Knesset. Essi
sono riusciti a comprare la maggior parte dei deputati americani, come ha
dimostrato
la schiacciante condanna della relazione Goldstone da parte del Congresso.
Erdogan è diventato una spina nel fianco di
Israele. Mentre Tel Aviv è riuscita ad addomesticare la stragrande maggioranza
dei leader arabi – o con il pretesto della comune inimicizia nei confronti
dell’Iran, e dei timori condivisi per il programma nucleare di quest’ultimo, o
facendosi forte dell’alleato americano – Erdogan è uscito da sotto il mantello
di Israele ed è diventato il primo difensore dei diritti dei palestinesi e il
censore dei crimini israeliani nella Striscia di Gaza.
Le congiure contro Erdogan e il suo partito non
cesseranno. Dopo che è stato smascherato il tentato golpe pianificato da alcuni
generali dell’esercito, ecco un altro complotto all’interno del Congresso
americano per macchiare l’immagine della Turchia e fomentare la discordia fra
Ankara ed il mondo cristiano, riattizzando dispute dimenticate con i suoi vicini
a nord e a sud.
Non crediamo che Erdogan si piegherà al ricatto
israeliano, in primo luogo perché egli rappresenta un grande paese islamico, e
poi perché trae la propria forza da una radicata esperienza democratica (che lo
ha portato al governo attraverso le urne elettorali), oltre che dai successi
economici senza precedenti che hanno portato la Turchia al 17° posto fra i paesi
economicamente più forti del mondo.
Non crediamo neanche che Erdogan resterà a
guardare, di fronte a queste campagne contro la Turchia. Egli ha già obbligato
in passato Israele a scusarsi ufficialmente, nell’arco di poche ore, quando
aveva minacciato gravi conseguenze se il governo israeliano non avesse
presentato queste scuse la sera stessa del giorno in cui gli israeliani avevano
umiliato l’ambasciatore turco a Tel Aviv. In precedenza, egli non aveva
neanche esitato a contrapporsi al presidente israeliano Shimon Peres quando
quest’ultimo aveva mentito e travisato i fatti riguardo all’aggressione
israeliana a Gaza, dando la colpa ai palestinesi. In quell’occasione, Erdogan
aveva lasciato la sala in segno di protesta.
Ci auguriamo che Erdogan non si accontenti di
richiamare il proprio ambasciatore a Washington in segno di protesta contro la
risoluzione votata dalla Commissione affari esteri della Camera dei
rappresentanti, ma che risponda ricordando al mondo intero i crimini di
genocidio commessi dai coloni americani contro gli indiani d’America – gli
abitanti originari del paese – o che parli delle due immense stragi perpetrate
dall’America democratica, leader del mondo libero, quando sganciò le due bombe
atomiche su Hiroshima e Nagasaki nel momento in cui la seconda guerra mondiale
si era praticamente conclusa a vantaggio degli Alleati. E se i due esempi appena
ricordati sono considerati da alcuni come appartenenti ad un passato ormai
lontano, basterà ricordare lo sterminio americano di due milioni di iracheni, la
metà dei quali morirono sotto l’assedio imposto al regime di Saddam, mentre
l’altra metà cadde vittima dell’invasione e dell’occupazione – per non parlare
poi dei milioni di vedove, di orfani, e di sfollati; e la lista potrebbe
continuare.
Tutti i crimini di sterminio e di pulizia etnica
vanno assolutamente condannati, quali che siano le vittime, e quale che sia la
religione o l’identità di coloro che li commettono. Ma ciò su cui non siamo
d’accordo è il modo selettivo di rapportarsi a questi crimini, e l’utilizzo
della condanna di questi crimini come strumento di pressione e di ricatto,
soprattutto da parte del mondo occidentale e del suo alleato israeliano. Gli
americani e gli israeliani sono gli ultimi ad avere il diritto di dare lezioni
al mondo sui crimini di genocidio.
Le campagne di incitamento contro la Turchia
continueranno nei prossimi mesi; di questo non dubitiamo affatto. Ma ci
tranquillizza il fatto che esse potrebbero avere risultati del tutto contrari a
quelli voluti, perché uniranno il popolo turco a sostegno dell’attuale governo,
e metteranno in luce il livello di ingratitudine mostrato dagli alleati della
Turchia nei confronti del loro paese, soprattutto quando la faccenda riguarda
Israele. Malgrado i grandi servigi che la Turchia ha fornito per sessant’anni
come membro della NATO, a fianco dell’America contro il blocco sovietico, tutto
ciò viene messo da parte non appena la Turchia assume una posizione etica che
non può non assumere in quanto stato musulmano, decidendo di sostenere i suoi
correligionari più deboli e rifiutando le campagne di giudaizzazione dei luoghi
santi islamici a Gerusalemme, ad al-Khalil (il nome arabo di Hebron (N.d.T.) ),
ed altrove.
Il popolo turco non può dimenticare come è stato
tradito dagli europei, che hanno rifiutato l’ingresso della Turchia nell’Unione
Europea sebbene Ankara avesse soddisfatto le condizioni richieste per l’adesione
(alcune delle quali sono in contrasto con la religione islamica e con la
sharia), mentre essi hanno aperto le porte ad alcuni ex membri del Patto di
Varsavia. Allo stesso modo, i turchi troveranno difficile accettare le recenti
posizioni americane contro la Turchia, sostenute da Israele.
Erdogan, il discendente degli Ottomani, si è
trasformato in un simbolo di fermezza e di giustizia nel suo paese ed in tutto
il mondo islamico, e non ci stupiremmo se egli dovesse cambiare la storia della
regione così come ha cambiato la storia della Turchia, liberandola dal dominio
dei militari, smascherando il razzismo europeo, e ponendo fine all’alleanza di
Ankara con uno stato che intende giudaizzare i luoghi santi musulmani e
distruggere la moschea di al-Aqsa, ricostruendo al suo posto il tempio di
Salomone.
by
Abd al-Bari Atwan
Published in
Analisi & Reportages,
Italiano,
on 07/03/2010
Country:
Israel,
Turkey,
United States,
Website:
al-Quds al-Arabi,
Abd al-Bari Atwan è un giornalista palestinese
residente in Gran Bretagna; è direttore del quotidiano “al-Quds al-Arabi” |