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The Anatolian Diaspora - Hurriet
È del tutto irrealistico per la Turchia trascurare
gli armeni della Diaspora, mentre cerca la normalizzazione dei rapporti e una
soluzione alla questione armena – scrive l’analista e accademico turco Cengiz
Aktar
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A margine del Vertice sulla Sicurezza Nucleare a
Washington, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan ha cercato un rimedio
alle sorti dei protocolli di normalizzazione che la Turchia aveva firmato con
l’Armenia lo scorso autunno. Ebbene, visto che egli è la principale causa del
problema, se si parla dell’attuale situazione relativa ai protocolli, si presume
che sia lui a trovare una soluzione. Ma non è un compito facile per lui, poiché
prima di tutto egli ha bisogno di cambiare i suoi punti di riferimento.
L’ho già sottolineato in passato: le nozioni e i
concetti che riguardano la questione armena, e quelli usati dai politici turchi,
dovrebbero essere riconsiderati completamente. Una di queste nozioni è quella di
“diaspora armena”, una quota considerevole della quale si è stabilita negli
Stati Uniti.
Questa settimana ricorre il 95° anniversario di un
episodio nel quale 200 personalità di primo piano della comunità armena ottomana
furono sequestrate a Istanbul e deportate. Il 24 aprile 1915 è il giorno
simbolico dello sradicamento degli armeni da queste terre, e della costituzione
di una diaspora da parte dei sopravvissuti.
La parola “diaspora” in turco ha un significato
talmente negativo che non può essere utilizzata, ad esempio, per il milione
abbondante di tedeschi di origine turca che sono diventati un’autentica diaspora
in Germania, dopo che è stata concessa loro la naturalizzazione e i diritti di
cittadinanza. La diaspora, nella lingua ufficiale, è il nome di un gruppo che è
conosciuto come l’eterno nemico della Turchia.
Con la nuova politica armena della Turchia, la
diaspora è trattata come una fonte di guai che causa problemi alla “povera”
Armenia e ai “ragionevoli” turchi-armeni che vivono in Turchia. Per esempio, la
ragione che sta dietro la minaccia di Erdogan di deportare gli armeni
provenienti dall’Armenia che cercano di guadagnarsi il pane in Turchia è
l’approvazione delle risoluzioni sul “genocidio” che sono state imposte dalla
diaspora negli Stati Uniti e in Svezia.
Egli lo fa senza domandarsi neanche per un secondo
come circa 10.000 svedesi di origine armena abbiano potuto far approvare questa
risoluzione – proprio come è avvenuto in Lituania, Polonia e Slovacchia, dove
delle comunità armene degne di nota a malapena esistono.
La “malvagia” diaspora è, infatti, percepita come
l’unico ostacolo davanti all’Armenia nella sua ricerca della pace con la
Turchia. La politica armena della Turchia è fondata su questa visione in bianco
e nero.
I nipoti dei nostri compatrioti
Questa nozione adesso ha bisogno di essere
riformulata. Prima di tutto, dobbiamo sapere che i membri della diaspora più
validi e implacabili, che alzano maggiormente la voce, sono i nipoti degli
armeni che sopravvissero alla deportazione un secolo fa, o che furono salvati
dai massacri grazie ai loro vicini compassionevoli.
Se non si sono assimilate, queste persone parlano
l’armeno occidentale e a volte il turco. La maggior parte vive in Armenia, in
Francia, nell’America del Nord e del Sud, e in Medio Oriente. Complessivamente
la popolazione armena nel mondo è di circa nove milioni, un terzo dei quali vive
in Armenia. Fuori dell’Armenia, il gruppo più importante si trova in Russia ed è
composto da due milioni di persone. Gli armeni di origine anatolica formano
l’altro grande raggruppamento, composto da due milioni di persone.
L’integrazione degli armeni nelle loro nuove
patrie è stata tutt’altro che facile. Non dimentichiamo che essi erano
prevalentemente contadini dell’Anatolia. Ma si adattarono rapidamente ai paesi
nei quali si erano trasferiti.
Vi furono diverse ondate migratorie. Intorno al
1915, sia prima che dopo, gli armeni furono allontanati dall’Anatolia con la
forza, e molti di essi persero la vita. Nel periodo della fondazione della
Repubblica, in Turchia erano rimasti solo 300.000 armeni. Oggi, la popolazione
armena in Turchia conta circa 50-60.000 persone. Dopo la Grande Catastrofe, al
governo turco sembrò inappropriata la loro permanenza nell’Anatolia.
Come esempio degli incitamenti ad andarsene che
furono rivolti agli armeni rimasti, la chiesa armena che era rimasta in piedi
nella provincia di Ordu, sul Mar Nero, fu demolita nel 1927 per ordine del
governo dell’epoca, e la congregazione armena dovette emigrare. In realtà,
l’emigrazione è proseguita per tutta l’era repubblicana, anche se si è
intensificata nei periodi difficili.
Dopo il 1915, gli armeni dell’Anatolia se ne
andarono con le loro istituzioni, lasciandosi tuttavia alle spalle le loro
proprietà. Le cifre relative alle istituzioni armene sono le seguenti: prima del
1915 si contavano 2.500 chiese e 2.000 scuole: oggi vi sono solo 43 chiese e 18
scuole. I partiti politici armeni ottomani Dashnak (la Federazione
Rivoluzionaria Armena), Hınchak( il Partito Social-democratico), Ramvagar (il
Partito Liberale Democratico Armeno), così come il Patriarcato di Kozan
(precedentemente chiamata Sis) esistono tutt’oggi, ma fuori dalla Turchia.
Rimangono anche le loro divergenze d’opinione.
Per esempio, non tutti gli armeni la pensano allo
stesso modo, quando si tratta dei protocolli. L’Unione Generale Armena di
Beneficenza (UGAB), attiva fin dal 1906 e fondata nelle terre ottomane, con
filiali in tutto il mondo, è tra questi. Il consiglio esecutivo dell’UGAB ha
pubblicato un comunicato, il 14 settembre 2009, in favore dei protocolli. Il
comunicato affermava che l’attuazione dei protocolli era un momento
straordinario nella storia dell’Armenia, del Mondo Armeno e delle relazioni
turco-armene. Dopo di ciò, insieme all’UGAB, tre dei principali gruppi armeni
negli Stati Uniti, la Diocesi Armena Occidentale e Orientale, l’Assemblea Armena
d’America e i Cavalieri di Vartan, hanno annunciato il loro sostegno al governo
armeno in un comunicato congiunto pubblicato il primo ottobre 2009.
Oggi, gli armeni della diaspora anatolica parlano apertamente e in modo
differente rispetto alla prima generazione di sopravvissuti. Essi sono anche
curiosi e hanno molte aspettative. Alcuni vogliono recarsi sulle tombe dei loro
antenati, alcuni vogliono scoprire dove si trovano le loro proprietà, e alcuni
sono alla ricerca dei familiari che dovettero convertirsi all’Islam. Alcuni
festeggiano allegramente a Los Angeles lo scudetto della loro squadra di calcio
turca preferita, eppure altri chiedono che gli vengano restituiti i loro diritti
di proprietà. Alcuni odiano i turchi, e altri hanno infranto il tabù recandosi
in Turchia. Ma la maggior parte sta pensando alla Turchia e vuole giustizia.
È del tutto irrealistico per la politica armena
della Turchia trascurare la Diaspora anatolica mentre cerca la normalizzazione
dei rapporti e una soluzione alla questione armena. Noi sappiamo che il ministro
degli affari esteri, Ahmet Davutoğlu, se ne sta rendendo conto. Forse un giorno,
durante una visita negli Stati Uniti, un primo ministro turco incontrerà anche i
rappresentanti della diaspora armena dell’Anatolia laggiù, per ascoltarli.
Cengiz Aktar è professore di Studi Europei
presso la Bahçesehir University; è stato fra i promotori della campagna online,
sottoscritta da numerosi intellettuali turchi, per chiedere scusa agli armeni
per i massacri subiti da questi ultimi nel 1915 |