Un
anno fa moriva un uomo. Si chiamava Hrant Dink.
Era
figlio dell’Anatolia e nelle sue vene scorreva il sangue di un popolo
intramontabile, quello armeno.
Di
mestiere faceva il giornalista, forniva notizie. Osava dire la verità. E ne fu
vittima.
La
sua colpa? Essere nato in un paese, definito da alcuni, con troppa superficialità,
moderato e progressista, dove certe verità scomode non devono, anzi, non
possono essere pronunciate perché bandite da un codice penale che limita la
libertà di parola e di pensiero. Un paese che costringe i suoi più illustri
cittadini, come un premio Nobel, a rifugiarsi all’estero per non rischiare la
propria vita.
Un
anno fa, in una delle più affollate vie di Istanbul, cadeva, colpito alle
spalle da mani assassine, un uomo di pace che credeva nel dialogo e nella
giustizia.
Un
anno fa per alcuni fu la fine di un incubo, ma per una stragrande maggioranza fu
la fine di un sogno.
“Hrant
Dink, vittima della verità” titolava l’anno scorso il manifesto della
cerimonia commemorativa celebrata in suo onore al Campidoglio il 26 gennaio
2007. “Vittima della verità” titola ancora oggi lo stesso manifesto. Quella
verità scomoda con la quale tanti coraggiosi giornalisti nel mondo hanno dovuto
fare i conti a prezzo della vita.
Quella
verità che un governo ancora troppo radicato nel suo nazionalismo stenta a
riconoscere malgrado le prove inconfutabili e le testimonianze oramai
incontestabili.
Coraggio,
determinazione, coerenza, serietà e onestà intellettuale sono alcune delle
prerogative che un giornalista deve possedere per essere libero di esprimere e
portare avanti le proprie idee.
Hrant
Dink era fatto così ma osava anche di più. Scrisse infatti in uno dei suoi
ultimi pezzi : «Quello che voglio è vedere i
turchi che parlano di quanto è successo. Bisogna che turchi e armeni inizino a
dialogare. C'è una sola strada
percorribile ed è quella del dialogo. Sempre».
Ciao,
Hrant.