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Il dibattito se consentire o meno l'ingresso della Turchia
nell'Unione europea non dovrebbe passare sotto silenzio il fatto che quel Paese
rifiuta di riconoscersi colpevole di uno dei più tragici massacri del XX
secolo, un vero genocidio.
Proprio in questi mesi si discute se accettare la candidatura
all'ingresso nella Unione europea della Turchia. Confesso che, in generale, a
questa nostra Unione non mi sono mai particolarmente appassionato, riservando
sentimenti ed emozioni ad altre realtà, diverse da quel mix di interessi
economici spesso egoisti o corporativi, di farraginose e pagatissime burocrazie,
dì ipocrisie politicamente corrette, quel mix, dunque, di carte e funzionari
che si muove tra Bruxelles e Strasburgo. Dunque, non mi scalderò più di tanto
neppure per le "cose turche" di cui si dibatte e si dibatterà.
Neppure questa volta farò ciò che mai ho fatto e mai farò: firmare, cioè,
manifesti indignati o partecipare a rumorosi cortei di protesta.
Mi limito a dirmi sconcertato (per usare un eufemismo) nel
vedere presa sul serio - e magari, alla fine, accettata - la richiesta di entra
re nell'Europa da parte di quell'Anti-Europa per eccellenza che, storicamente, e
stato l'ex-Impero Ottomano. Solo per una finzione geografico-politica l'attuale
Turchia è considerata come parte del Vecchio Continente, avendo la sovranità
della regione attorno a Istanbul.
Ma proprio questo brandello di terra è il testimone di una
delle più grandi tragedie europee: dal 1453, Costantinopoli, la Nuova Roma, la
terza Città Santa della Cristianità, è stata conquistata dai Turchi che
l'hanno resa musulmana con la forza, che ne hanno fatto per secoli sia la loro
capitale politica che quella religiosa per tutto l'Islam come sede del
Califfato, che hanno trasformato in moschea (e poi in museo) la veneranda
basilica di Santa Sofia e con essa centinaia di altre chiese, che le hanno
persino mutato il nome.
Che si direbbe di noi cristiani, noi sempre sotto accusa e
sempre pronti a chiedere scusa per quelle puntate difensive che furono le
crociate (e Gerusalemme, per noi, era ben altro che Costantinopoli per i
musulmani), se avessimo fatto, e continuassimo impunemente a fare, la stessa
cosa per Baghdad, per Damasco o - il paragone non è improprio - per La Mecca
stessa? Sono quegli stessi Turchi che per secoli hanno oppresso, dissanguato,
martirizzato la Grecia, i Balcani, una vasta parte dell'Europa orientale e che sì
sono ritirati attorno al Bosforo solo in seguito a una serie sanguinosa di
guerre e di rivolte. Sono quei Turchi che, per secoli e secoli, impedirono la
navigazione e desolarono le sponde del Mediterraneo con le loro incursioni
piratesche: una delle cause del sottosviluppo del Sud del nostro Continente fu
proprio la necessità di abbandonare le coste, in continuo pericolo, ritirandosi
nell'interno, su montagne impervie e inospitali.
Sono quei Turchi che sin quasi alla metà del XIX secolo
strapparono ogni anno un bambino a ogni famiglia cristiana, lo trasformarono in
musulmano fanatizzato e ne fecero un soldato dell'Islam nel corpo di élite dei
Giannizzeri: una delle trovate militari più perverse, perché dava ai Sultani
la soddisfazione di massacrare i battezzati servendosi di guerrieri spietati che
erano i loro stessi figli.
Strana organizzazione davvero, questa Unione europea che
discute seriamente sulla richiesta della Turchia di entrare a farne parte e che,
pure, nel 1999, ha riconosciuto ufficialmente come "genocidio" la
soppressione, tra il 1915 e il 1917, di almeno un milione e mezzo di cristiani
armeni proprio per mano dei Turchi. Mentre altre centinaia di migliaia erano
stati massacrati negli anni precedenti. Il riconoscimento di quella spaventosa
tragedia da parte dell'Europa, e di alcuni Stati nazionali, è stato tardivo ed
è contestato aspramente dai governi ottomani che si sono succeduti sino
ad oggi. Gli Stati Uniti non vogliono tuttora sentire parlare di "genocidio
armeno" (il presidente Clinton stesso è intervenuto per bloccare
un'iniziativa del Senato) perché contano sulla Turchia come alleato fedele nel
Medio Oriente. Ma anche perché, negli Usa, è intervenuta la potente lobby
ebraica che difende aspramente il monopolio della parola "genocidio "
che, si sostiene, deve essere riservata solo alla persecuzione nazista degli
ebrei. La Shoah, come la chiamano, deve essere considerata unica, tutte le altre
persecuzioni non hanno lo stesso significato incommensurabile e la stessa
intensità di patimento.
Questo non lo diciamo noi: non ce lo permetteremmo mai. Lo
dice un ebreo, figlio di sopravvissuti allo sterminio, Norman Finkelstein, del
quale la Rizzoli ha appena pubblicato quel dossier 'scandaloso" che è L'industria
dell'Olocausto, con sottotitolo Lo sfruttamento della sofferenza degli
ebrei (da parte di altri ebrei). Scrive, tra l'altro, Finkelstein: «La
difesa ebraica della unicità dell'Olocausto è indegna da un punto di vista
morale e finisce col costituire una sorta di "terrorismo
intellettuale", eppure persiste. Il punto è capire perché. In primo
luogo, una sofferenza unica conferisce diritti unici. Il male "unico"
dell'Olocausto pone gli ebrei su un piano diverso rispetto agli altri e concede
loro anche una rivendicazione nei confronti di tutti questi altri. Per Edward
Alexander, l'unicità dell'Olocausto è "un capitale morale" e gli
ebrei devono "rivendicare la sovranità" di questo "patrimonio
prezioso". In effetti, l'unicità dell'Olocausto serve a Israele come
alibi...». E così via, in un crescendo implacabile di accuse.
Parole dure, come si vede, che a nessuno che non fosse ebreo
come questo studioso (è docente alla City University di New York) sarebbe oggi
permesso di dire.
Osserva ancora, questo ebreo "politicamente
scorretto", che nel gigantesco Holocaust Memorial di Washington, finanziato
e gestito dal Governo Federale, si è praticamente eliminato ogni riferimento
agli armeni, così come agli zingari che pure, con oltre mezzo milione di
vittime per mano nazista, ebbero in proporzione perdite più alte degli
israeliti. "Ma", scrive sempre Finicelstein, "riconoscere il
genocidio dei gitani, nello stesso periodo e con gli stessi colpevoli, avrebbe
comportato la caduta dell'esclusiva ebraica sull'olocausto, con una perdita
cospicua di "capitale morale"». Così, aggiunge lo scrittore, mentre
ogni anno, in tutti i 50 Stati dell'unione nordamericana si celebra il
"Giorno della Memoria dell'Olocausto", «i lobbisti ebraici del
Congresso impedirono l'istituzione di una giornata di ricordo del genocidio
armeno» oltre che di quello zingaro.
In un recente, informatissimo e pacato studio della Civiltà
Cattolica proprio sulle resistenze che trova ancora oggi lo sforzo per non
perdere la memoria della terribile strage perpetrata dai Turchi, ci si dice «molto
colpiti» perché il ministro israeliano Shimon Peres, in una visita ad Ankara,
«ha definito "senza senso" le richieste degli armeni, che pretendono
l'uso dei termini olocausto e genocidio anche per il loro milione e mezzo di
morti su una popolazione totale, presente allora in Turchia, di due milioni e
centomila persone».
Peres, in un'intervista, ha ribadito: «Quella del popolo
armeno è stata una tragedia non un genocidio». Non si dimentichi che, almeno
sino a ora (ma le recentissime elezioni, con la vittoria del partito islamico,
mandano messaggi inquietanti) la Turchia è stata per Israele il solo alleato
nel mondo musulmano e il fornitore di molto di ciò che serve a mantenere il suo
agguerritissimo esercito.
In realtà, poiché, secondo la stessa definizione delle
Nazioni Unite, «genocidio è lo sterminio di un gruppo nazionale, etnico o
religioso», poche volte il termine è adeguato come nel caso dell'Armenia. Lo
riconobbe anche Giovanni Paolo II nella sua visita, alla fine del 2001, dove non
esitò a parlare di un popolo martire per la sua fede.
L'obiettivo cui si mirò (raggiungendolo: non ci sono più
armeni nelle province turche dov'erano o maggioranza o minoranza particolarmente
numerosa) fu la soppressione totale, con una strage di massa che cancellasse
sino il ricordo della più che bimillenaria presenza armena in quel territorio
che divenne dei Turchi ottomani, arrivati come intrusi e invasori, soltanto a
partire dal XIV secolo.
Quello che i Turchi si proposero prima durante la Grande
Guerra fu proprio, ed esplicitamente, una "soluzione finale".
Per un credente, il popolo armeno non è uno come tanti
altri: qui nacque - nel 301, dunque ancor prima delle leggi di tolleranza
costantiniane - il primo regno cristiano della storia. Qui, in terre tormentate
e di confine (scosse, tra l'altro da continui terremoti) questa gente seppe
restare fedele sotto le aggressioni e le dominazioni brutali di innumerevoli
altre culture e religioni. In particolare, continuò paziente a persistere nella
sua fede, a stringersi nella sua Chiesa (che per molti armeni fu quella
cattolica) anche nei secoli in cui al Turchi ottomani dovette pagare il pesante
tributo di dhimmi, sottomessi, e accettare l'inferiorità e le
umiliazioni consuete per tutti i battezzati sotto il giogo islamico. Dai Sultani
d'Istanbul ottenne addirittura il titolo di "comunità più fedele":
in effetti, pur di essere lasciata in pace a vivere da cristiana, dava a quel
Cesare con turbante quel che pretendeva, senza troppo lagnarsi e senza cercare
di ribellarsi.
Il "Grande Male" (come gli armeni chiamano il loro
Olocausto) cominciò con la crisi dell'Impero ottomano e il sorgere, per
compensazione, del nazionalismo turco, cui da parte cristiana si cercò di
reagire. Alcuni partiti, di ispirazione socialista e condannati dalla Chiesa,
ricorsero anche al terrorismo. Così, tra 1894 e 1896, una serie di massacri
ordinati da Istanbul portò a una prima strage di 300 mila armeni e a migliaia
di conversioni forzate all'Islam.
Ma il genocidio vero e proprio sarà consumato dai
"Giovani Turchi", il partito nazionalista e razzista che intendeva
procedere a una vera e propria "pulizia etnica". Nel 1909, si fece
un'atroce "prova generale", con lo sterminio di 30 mila armeni della
Cilicia, sotto l'occhio indifferente delle Potenze sedicenti cristiane,
impegnate in un gioco politico tra Turchia e Russia. Come già in precedenza, la
Chiesa cattolica fu la sola a levare la voce per denunciare e per protestare,
con documenti, passi diplomatici e articoli ufficiosi sulla Civiltà
Cattolica. Allo scoppio della guerra. nel 1914, la Turchia, alleata di
Tedeschi e Austro-Ungarici, subisce una disfatta sul fronte caucasico, dove gli
armeni sono da sempre a casa loro, in assoluta maggioranza. L'occasione e
propizia per liberarsi finalmente del problema. Mentre i soldati armeni
nell'esercito ottomano sono tutti disarmati, usati come bestie da soma sino a
esaurimento delle forze e poi fucilati, per il milione e duecentomila di altri
armeni sul Caucaso giunge da Istanbul l'ordine di deportazione nel remoto
deserto asiatico. Ne seguono eventi spaventosi: chi non è ucciso dalle
baionette, dalla fatica o dalle percosse, troverà la morte per fame, sete,
prostrazione giunto al "punto d'arrivo", dove in realtà non c'è
nulla se non la sabbia.
Alla fine della guerra, non ci sono più armeni sul Caucaso:
lo sterminio, li, è terminato, con più di un milione di morti, i pochi
superstiti sono fuggiti verso la Russia o sono andati a ingrossare la già
cospicua diaspora. Ne restano però, nelle zone occidentali della penisola
anatolica: ad essi provvederà Kemal, l'eroe nazionale, detto Ataturk, cioè
"Padre dei turchi", con nuove stragi e con la cancellazione della
sentenza dell'immediato dopoguerra, con cui lo Stato ottomano, riconoscendo la
terribile strage, aveva condannato a morte i politici che ne erano stati
responsabili.
Da allora, parlare di "genocidio armeno" è
ufficialmente vietato in Turchia: una negazione contro ogni evidenza che, come
abbiamo visto, conta ancora su potenti appoggi anche all'estero. Intanto, gli
Eurocrati discutono se accettare o no sotto la bandiera azzurra con dodici
stelle coloro che non sono, certo, personalmente colpevoli ma che sinora non
hanno voluto riconoscere quanto fecero i loro padri.
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