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«Da tre giorni cristiani massacrati,
saccheggiati, incendiati. Enormi perdite. I superstiti affamati. Miseria
estrema. Soccorsi urgenti. Nostro podere annientato». Così scriveva dall'Armenia
il 19 aprile 1909 monsignor Boghos Bedros XIII Terzian in un telegramma che Le
Missioni Cattoliche - la rivista del Pime «antenata» di Mondo e Missione -
pubblicò con grande apprensione subito il 3 maggio 1909. Una testimonianza in
diretta sulle primissime violenze, quelle che poi nel 1915 sarebbero sfociate
nel «Grande Male», il primo genocidio del XX secolo.
In occasione della commemorazione del Métz
Yeghérn, la Giornata della memoria armena che si celebra ogni anno il 24 aprile,
Mondo e Missione ha ricostruito la cronache che Le Missioni Cattoliche
pubblicarono su questo evento drammatico. Un testo di importanza storica su una
vicenda a lungo coperta dal silenzio.
l'articolo di Chiara Zappa pubblicato sul
numero di aprile 2010 di Mondo e Missione
I dispacci dei religiosi
pubblicati su «Le Missioni cattoliche»
Genocidio armeno: missionari testimoni
di Chiara Zappa
«Adana, 19 aprile 1909. Da tre giorni cristiani
massacrati, incendiati». Sacerdoti e suore vissero dall'interno i primi atti
delle stragi e li raccontarono nelle loro corrispondenze che oggi suonano ancora
più eccezionali
«DA TRE GIORNI cristiani massacrati,
saccheggiati, incendiati. Enormi perdite. I superstiti affamati. Miseria
estrema. Soccorsi urgenti. Nostro podere annientato». Era il 19 aprile del 1909
quando monsignor Boghos Bedros XIII Terzian, vescovo armeno cattolico di Tarso e
Adana, così scriveva in un telegramma spedito dalla Turchia e pubblicato da Le
missioni cattoliche, «antenata» della nostra rivista. Sfogliando quelle pagine
stampate un secolo fa, ci siamo imbattuti in testimonianze straordinarie, che
raccontano in prima persona i prodromi di quello che si sarebbe trasformato nel
primo genocidio del XX secolo, il «Grande male» che si abbattè sulla popolazione
armena che in Anatolia viveva da quasi tremila anni. Tra un milione e un milione
e mezzo di vittime - così dicono le ricostruzioni -, migliaia di donne e bambini
«infedeli» inglobati come servi in focolari musulmani, famiglie intere (le più
fortunate...) fuggite all'estero e mai più ritornate nella loro terra.
Della genesi del genocidio armeno, su cui ancora la politica non ha permesso di
scrivere una storia condivisa, i missionari furono testimoni eccezionali. A
cominciare dagli eccidi divenuti noti come «i massacri di Adana», quando - era
l'aprile 1909 - orribili violenze si scatenarono ai danni degli armeni nel
capolouogo della Cilicia e in tutta la provincia, fino alla regione di Tarso.
«Il mio ultimo dispaccio vi ha informato in poche parole del disastro di cui fu
vittima la popolazione cristiana di Adana nelle giornate del l4, 15 e 16 aprile,
come la nostra masseria fu distrutta e tutto il personale massacrato», scrive
monsignor Terzian in una lettera datata 3 maggio 1909 (pubblicata sul numero
1819 di Le Missioni cattoliche). «Stavo per informarvi dettagliatamente
dell'accaduto, quando, il 25 aprile, una nuova esplosione di fanatismo musulmano
finì per annientare completamente tutti i nostri stabilimenti di Adana. La
nostra chiesa, il nostro collegio, la nostra scuola femminile, il convento delle
religiose, il presbiterio, il vescovado, tutto insomma fu preda delle fiamme,
senza che potessimo porre in salvo la minima cosa».
LA TESTIMONIANZA del vescovo dà voce
dall'interno a un momento di forte tensione per la società turca. Sul trono di
Istanbul siede il sultano Abdul Hamid II, ma il governo è in mano ai Giovani
Turchi, movimento iper-nazionalista che propugna la laicizzazione dello Stato ma
anche, soprattutto in certe frange, la pulizia etnica e religiosa dell'Anatolia.
In molti ambienti turchi e curdi non viene vista di buon occhio la possibilità
che alle minoranze non islamiche siano riconosciuti gli stessi diritti dei
musulmani. Da qui a trasformare gli armeni, comunità che parla una propria
lingua e pratica una fede «sospetta» affine a quella della Chiesa ortodossa di
Mosca, in un capro espiatorio accusato di tentazioni indipendentiste e di
simpatie filo-russe, il passo è purtroppo breve. Già a fine '800, gli armeni di
Turchia erano stati oggetto di persecuzioni. Ma i primi anni del nuovo secolo -
mentre in Europa soffiano venti di guerra e l'impero ottomano, prossimo al
tramonto, subisce duri colpi nel conflitto con la Russia - segnano tra i turchi
un intensificarsi del fanatismo religioso e della xenofobia, particolarmente
proprio in Cilicia. Un crescendo di provocazioni contro la popolazione armena a
partire dagli ultimi mesi del 1908, con la diffusione di notizie false circa una
loro presunta insurrezione, sfocerà, nella primavera seguente, nello scoppio
delle violenze vissute in prima persona da monsignor Terzian. «Si valuta a 30 o
40 mila il numero delle vittime in tutto il vilayet - continua il testo
pubblicato sulla rivista -, è impossibile però ancora dare una cifra esatta
approssimativamente. Ad Adana quasi tutto il quartiere armeno non presenta più
che un mucchio di ceneri; tutta la popolazione cristiana, terrorizzata, si trova
riunita in due o tre luoghi, dove spera protezione, ma dove pure si trova
esposta alla fame e presto forse all'epidemia. Per giunta a tutte queste miserie
e per più aggravarle, non è permesso ad alcuno di allontanarsi da una città, che
non è più che un mucchio di rovine».
LA CRONACA, fin qui asciutta, risparmia al
lettore i particolari della mattanza. Quella che, nella sola residenza dello
stesso vescovo Terzian, vide centosessanta persone barbaramente massacrate, «e i
cadaveri gettati nei pozzi». Ma, nei successivi numeri di Le Missioni
cattoliche, le voci dei missionari, religiosi e suore, dall'interno della
tragedia fanno rivivere tutto il terrore di un genocidio per troppo tempo
rimasto sepolto nel silenzio. A cominciare dall'episodio che, ad Adana, scatenò
le violenze, il cui racconto conferma - e arricchisce di macabri particolari -
le altre, rarissime, testimonianze coeve.
«Il martedì di Pasqua - scrive il gesuita francese padre Lucien Benoit nel
dispaccio pubblicato sul numero 1822 (2 luglio 1909) - essendo i nostri quattro
fratelli maristi usciti, notarono un'insolita animazione nei quartieri turchi.
Essi erano invasi da una folla di musulmani venuti dalle circostanti campagne,
avevan tutti il capo coperto del turbante, mentre ordinariamente s'accontentano,
come i cristiani, del fez o tarbuck degli arabi. Questi forastieri portavan
fucili e scimitarre. Da qualche tempo le relazioni tra armeni e musulmani erano
molto tese. Il venerdì santo, 9 aprile, avendo tre musulmani brutalmente
assalito un armeno di quindici anni, il giovane aveva estratto il suo revolver,
steso morti due de' suoi aggressori e ferito il terzo. Ecco un pretesto... Il
sangue musulmano era corso, ci volevano flotti di sangue cristiano per placare
la collera dell'Islam».
LE PAROLE del gesuita padre Goudard suonano
come il presagio della catastrofe: «Nei susseguenti giorni vi fu gran rumore
nella città. Il martedì di Pasqua i cristiani non osarono uscir di casa.
Rassicurati però dalle autorità, finirono per aprire le loro botteghe come al
solito: era quello che si aspettava». Un accenno soltanto, che riporta però al
centro la grave questione della connivenza di notabili e funzionari statali non
solo nel non impedire ma nello spianare la strada ai massacri. «Quando
all'orologio della città, che segna le ore turche, suonarono le 4 (le 11 e 1/2
circa), improvvisamente incominciò sul mercato poi in tutta la città una scarica
di fucilata. Uno degli armeni più in vista, sig. David Urfelan, vien ucciso in
pubblica via da un turco, che gli dice: "In nome del Dio sommo, incominciamo da
te". In tutta fretta, intanto che i padri Rigal e Tabet organizzano la difesa
del collegio (il collegio S. Paolo dei gesuiti, ndr), due altri missionari, i
padri Benoit e Sabatier, corrono dalle suore per rassicurarle. Al loro arrivo
trovano la casa già invasa dai cristiani affollati».
Si tratta della scuola e della cappella delle Sorelle di Saint-Joseph di Lyon,
poi data alle fiamme il 2 maggio 1909. Ecco il racconto di una delle religiose
presenti: «Al segnale dei massacri, molti di noi si buttano in ginocchio, le
braccia in croce, e si raccomandano a Dio. Cinque minuti dopo giungono i nostri
vicini atterriti e si precipitano per le nostre tre porte. Le fucilate
aumentano; nelle vie gli uo¬mini cadono come mosche. Dalle finestre del
dormitorio se ne vedono stesi morti.
Il saccheggio si fa in regola. I banditi sforzano la porta a colpi di ascia e
invadono la casa, donde si odono subito uscire urla di disperazione. Sono le
vittime che si sventrano, che si affettano e si torturano. Quando tutte son
morte, si gettano mobili, abiti, oggetti diversi nel fondo d'un carro che
staziona nella via; si dà il petrolio alla casa per mezzo d'una pompa, vi si
appicca il fuoco e si passa alla casa che segue».
A PERPETRARE le violenze - raccontano le
corrispondenze dall'inferno - sono soprattutto i «basci buzuck», i cavalieri
dell'esercito turco, arruolati in tempo di guerra. Dopo quattro giorni di
orrore, ad Adana sembra tornare un minimo di calma. «Ma - scrive padre Benoit -
se le uccisioni cessarono nella città, proseguirono però nei dintorni. Tutte le
masserie cristiane furono saccheggiate, e ve n'erano 360. (...) Lo stesso
avvenne, non solo nelle altre masserie, ma anche nelle tre grosse villeggiature
o vigneti, che i cristiani possedevano nei dintorni di Adana. Dopo aver
ammazzato e saccheggiato, i turchi incendiavano le abitazioni... Certi
particolari fanno fremere. Alcuni armeni venivano inchiodati in croce sui
pavimenti, sulle porte o su tavole: delle giovanette venivano denudate e
sventrate a colpi di coltelli: indicibili delitti eran perpetrati sopra
ragazzette da 7 ad 8 anni. I carnefici giocavano colle teste di fresco recise e
perfin sotto gli occhi dei genitori lanciavano per aria i bambini, che
ricevevano poi sulla punta dei coltellacci. Quanti altri orrori la penna si
rifiuta di descrivere! "Vieni - diceva un musulma¬no a suo figlio di 12 o 13
anni - vieni, prendi questo coltello, e faccia Allah ch'esso sia ben tagliente
per sgozzare i cristiani!"...».
DOPO QUALCHE giorno di calma apparente, le
stragi proseguono in tutta la zona, come raccontano molti altri dispacci, che
nelle settimane e nei mesi seguenti continueranno a giungere alla redazione di
Le Missioni Cattoliche. Il bilancio approssimativo dei morti e delle distruzioni
- da Tarso ad Antiochia, da Missis a Hamidie e in decine di altre città e
villaggi - è puntuale quanto spaventoso: in totale, le vittime risultano almeno
trenta, forse quarantamila, molti di più quelli rimasti «senza tetto e senza
rifugio». Migliaia le case, le masserie, le vigne, i possedimenti distrutti e
razziati. E la rovina avrà effetti anche fuori dalla Cilicia. Sulla rivista
pubblicata il 16 luglio 1909, una lettera del padre Gransault, missionario a
Cesarea, in Cappadocia, racconta: «I massacri scoppiarono proprio nell'epoca
dell'anno in cui la mietitura della ricca pianura di Adana attira da 15 ai 20
mila lavoratori, che vengono da tutti i punti dell'Anatolia e fanno dieci, venti
e anche trenta giorni di viaggio. Orbene, la maggior parte di questi disgraziati
furono scannati come gli altri di Adana. Perciò i massacri hanno avuto una
dolorosa ripercussione dappertutto. Tutti i villaggi cristiani posti tra Sivas e
Cesarea sono stati assai provati».
In un articolo sul numero del 16 dicembre 1910, che tenta di fare il punto sui
funesti avvenimenti di un anno e mezzo prima, si nota che «è un fatto molto
singolare che degli alti ufficiali turchi responsabili di tante crudeltà e
massacri, nemmeno uno fu processato». Nello stesso articolo, si scrive che «le
condizioni degli armeni sono tuttavia mi¬gliori e forse col nuovo governo i
massacri diventeranno una storia del passato».
Quattro anni e mezzo dopo, sarebbe divampata la «soluzione finale» della
questione armena, il primo genocidio del Nove¬cento.
Armenia-Turchia oggi
PASSI STORICI, tra miLLE OSTACOLI
«Per diversi anni, in questo Paese sono avvenuti
vari fatti a danno delle minoranze etniche che vivevano qui. Vi è stata pulizia
etnica nei loro confronti. È arrivato il momento di interrogarci sul perché è
avvenuto tutto questo e che cosa ci ha insegnato. Sinora non abbiamo mai fatto
una seria analisi». Le parole del primo ministro turco Recep Tayyp Erdoan,
pronunciate lo scorso maggio durante un congresso del suo partito, hanno spinto
la stampa turca a parlare di «storica autocritica» verso la tragedia che
coinvolse gli armeni (ma anche i greci) di Turchia all'inizio del Novecento.
Dopo quasi un secolo di negazione, gli ultimi anni hanno visto per la prima
volta politici, intellettuali e parte dell'opinione pubblica turca confrontarsi
apertamente con quello che è un vero e proprio tabù, che da sempre espone chi
osa violarlo al rischio di essere perseguito ai sensi dell'articolo 301 del
codice penale sull'«oltraggio all'identità turca» (tra le vittime eccellenti
della norma, lo scrittore Nobel Orhan Pamuk e il giornalista armeno Hrant Dink,
assassinato nel 2007 - vedi M.M., novembre 2008, pp. 62-63).
Ma se proprio il rifiuto di Ankara di parlare di «genocidio» ha sempre
rappresentato uno dei principali ostacoli al riavvicinamento tra Turchia e
Armenia, il 2009 si è rivelato in questo senso un importante anno di svolta. A
settembre, Erevan e Ankara si sono accordate per stabilire relazioni
diplomatiche e riaprire i loro confini. I protocolli, che devono essere
ratificati dai rispettivi parlamenti, prevedono anche la nascita di una
commissione comune incaricata di esaminare «la dimensione storica» dei
disaccordi tra i due Paesi. Se riaprire i confini con l'Armenia guadagnerà ad
Ankara punti preziosi per l'ingresso nella Ue, ciò rischia di provocare
ritorsioni da parte dell'Azerbaijian, che rivendica la soluzione del nodo del
Nagorno Karabakh, regione separatista sostenuta dall'Armenia. Ancora una volta,
il governo turco si trova tra i due fuochi della comunità internazionale - Usa
in testa, con cui a marzo è scoppiata una crisi diplomatica dopo che una
Commissione parlamentare americana ha definito «genocidio» il massacro armeno -
e delle frange nazionaliste del Paese. Frange da cui, tuttavia, l'opinione
pubblica turca si sente sempre più lontana. z Ch.Zap. |