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La
sanguinosa repressione che, il 1° marzo, ha causato lutti a Erevan, dopo le
manifestazioni che contestavano i risultati delle elezioni presidenziali, ha
prodotto tensioni così forti nelle relazioni tra Armenia e Stati uniti che
questi ultimi sembrerebbero voler «sospendere» parte degli aiuti economici. Al
contrario, Vladimir Putin si è calorosamente congratulato con il nuovo
presidente Serge Sarkissian e, il 24 marzo, lo ha ricevuto a Mosca per discutere
il futuro delle relazioni tra i due paesi.
di
JEAN GUEYRAS *
Secondo
le autorità armene, negli scontri avvenuti nella notte del 1° marzo a Erevan
sono stati uccisi sette civili e un ufficiale di polizia e ferite centotrentatre
persone, di cui circa la metà sarebbero poliziotti. I manifestanti protestavano
contro le «frodi» che hanno accompagnato le elezioni presidenziali. È
difficile verificare le cifre in quanto la censura, entrata in vigore con la
dichiarazione di stato d'emergenza, ha ridotto al silenzio la stampa (1).
L'organizzazione umanitaria Human Rights Watch ha rivelato che la polizia ha
usato armi mortali proibite dalla legge internazionale. Più di un centinaio di
oppositori sono stati fermati e rischiano di essere giudicati per «usurpazione
di potere e incitazione alla rivolta». Sarà quindi in un paese martoriato
dalla repressione e ridotto brutalmente al silenzio da venti giorni di stato di
emergenza che, il 9 aprile, Serge Sarkissian viene dichiarato capo dello stato.
Appena eletto (52,9% dei voti), la sua credibilità è risultata tanto
compromessa, che la consacrazione alle elezioni presidenziali del 19 febbraio
sembra piuttosto una vittoria di Pirro. Aram Abrahamian, direttore di Aravod,
influente quotidiano di Erevan, ritiene che il nuovo capo dello stato sia stato
in sostanza vittima dell'ambiguità del suo predecessore, amico e tuttavia
rivale. Sostiene che «il ricorso alla violenza contro i manifestanti è stato
organizzato da [Robert] Kocharian e comprometterà gravemente la legittimità di
Sarkissian». Tuttavia, i due sono molto legati.
Sarkissian è originario dell'Alto Karabakh, la regione autonoma
dell'Azerbaigian a maggioranza armena che, nel 2000, ha conquistato con le armi
la sua «indipendenza», completandola con l'occupazione di una parte del
territorio dell'Azerbaigian.
Arrivato nel 1990 nella «madre patria», Sarkissian ha guidato i ministeri
strategici dell'interno e della sicurezza nazionale, per passare, nel 2000, al
ministero della difesa, prima di diventare, nell'aprile 2007, capo del governo.
Deve, in gran parte, questa valanga di promozioni al presidente della
Repubblica, Robert Kocharian, anch'egli originario dell'Alto Karabakh, di cui
condivide l'orientamento. I due sono stati, peraltro, i principali artefici
dell'allontanamento, nel 1998, dell'uomo che pure aveva favorito il loro
inserimento nel gruppo dirigente di Erevan: il primo presidente della Repubblica
Levon Ter-Petrossian. Quest'ultimo, infatti, fu costretto alle dimissioni per
aver proposto una soluzione di compromesso sul problema dell'Alto Karabakh
ritenuta troppo favorevole al nemico azero (2).
In seguito, i due compari sono stati sospettati di essere coinvolti nel massacro
avvenuto il 27 ottobre 1999. Quel giorno, cinque uomini armati di fucili
automatici penetrarono nell'aula del Parlamento uccidendo otto persone, tra cui
i due uomini forti dell'epoca: il primo ministro Vazken Sarkissian, considerato
un eroe nazionale per il ruolo avuto nella guerra dell'Alto Karabakh, e il
carismatico e popolare presidente del Parlamento, Karen Demirdjian (3).
È incontestabile che i principali beneficiari di questi crimini sono stati il
presidente Kocharian - che era stato relegato ad un ruolo puramente onorifico
dal primo ministro Vazken Sarkissian - e il suo amico Serge Sarkissian, allora
ministro della sicurezza nazionale.
Secondo logica, quest'ultimo avrebbe dovuto essere sanzionato per negligenza o
incompetenza. Non se ne fece nulla: anzi, fu promosso ministro della difesa.
Una rivoluzione di palazzo Il massacro del 27 ottobre non è stato opera di una
banda di nazionalisti estremisti, come si è voluto far credere, ma il frutto di
una rivoluzione di palazzo che ha riportato al potere un presidente fino ad
allora ridotto ad inaugurare monumenti. Il procuratore generale Gagik
Jahangiryan (4),
che ha cercato di allargare l'inchiesta ufficiale per scoprire se i cinque
esecutori fossero stati mandati, è stato rapidamente rimosso dall'inchiesta. E
Aram Sarkissian, nominato primo ministro in onore della memoria del fratello
Vazken, è stato destituito senza alcun tipo di processo. La strada era ormai
completamente aperta al rafforzamento del regime di Kocharian, sostenuto
dall'ambizioso Serge Sarkissian.
I primi segnali di dissapore tra i due alleati si sono visti circa due anni fa,
quando si è posto il problema della successione del presidente Kocharian.
Secondo la Costituzione, quest'ultimo non poteva richiedere un terzo mandato.
Per questo, egli desiderava far eleggere un uomo a lui devoto, per poterne
diventare l'onnipotente primo ministro - insomma, una soluzione simile a quella
realizzata in Russia da Vladimir Putin.
Ma il progetto non piaceva a Sarkissian, da tempo desideroso di succedere al
complice alla presidenza della Repubblica. Per spuntarla, i due rivali si erano
dati come obiettivo di ottenere la maggioranza parlamentare alle elezioni
legislative del maggio 2007. Il ministro della difesa Sarkissian, che sarebbe
diventato capo del governo nel maggio 2007, ha lanciato un'Opa sul Partito
repubblicano: entrato come semplice membro, ne ha poi assunto la presidenza
trasformandolo in un temibile strumento elettorale. Da parte sua, il presidente
Kocharian puntava sul sostegno di L'Armenia prospera, un partito che aveva fatto
fondare nel 2006 dal suo amico Gagik Tsarukian, un ricchissimo e grottesco
oligarca, soprannominato «Dodi gago» (rospo stupido). Tsarukian, proprietario
di un'immensa fortuna stimata in 500 milioni di dollari e di una quarantina di
floride imprese commerciali, ritenendo che tutto si potesse comprare, confidava
nella vittoria del suo pupillo.
Tuttavia, nonostante le prebende generosamente distribuite dall'oligarca, alle
elezioni legislative del 12 maggio il Partito repubblicano, grazie al suo nuovo
presidente e al libero accesso alle risorse amministrative del governo,
riportava una schiacciante vittoria lasciando a grande distanza L'Armenia
prospera. Di fatto, queste elezioni hanno funzionato da «primarie» per le
presidenziali del febbraio 2008, non lasciando al capo dello stato altra scelta
che quella di rassegnarsi, almeno in apparenza, al verdetto delle urne. Di
conseguenza, i portavoce ufficiosi della presidenza e del governo si
affrettavano a dichiarare che Sarkissian era il «candidato favorito» del
presidente. La dirompente vittoria elettorale del Partito repubblicano, che
occupa più della metà dei centotrentuno seggi del Parlamento, non si spiega
unicamente con la frode, diventata ormai una costante delle consultazioni
elettorali, ma anche con il fallimento politico di un'opposizione paralizzata
dalle ambizioni personali dei suoi dirigenti, alcuni dei quali manipolati dagli
agenti del primo ministro. Sembrava che niente potesse turbare la marcia
accuratamente programmata di Sarkissian verso il vertice dello stato.
L'inattesa dichiarazione con la quale, nel settembre 2007, il primo presidente,
Levon Ter-Petrossian, ha annunciato la sua candidatura, ha colto alla sprovvista
i dirigenti del paese che ne avevano praticamente dimenticato l'esistenza.
Durante un'assenza dalla scena pubblica durata quasi dieci anni, egli si era
accuratamente astenuto da qualsiasi attività politica, consacrandosi
interamente ai suoi lavori universitari.
Sollecitato a più riprese da amici e collaboratori, aveva sempre dichiarato che
avrebbe preso una decisione a tempo debito, dopo aver esaminato attentamente
tutti gli aspetti della congiuntura. È stato a conclusione di un giro di
diverse settimane attraverso tutto il paese, che ha affermato di aver valutato
con precisione l'estrema impopolarità dell'attuale regime e il favore popolare
a sostegno del suo rientro sulla scena politica. Di conseguenza, ha deciso di
lanciarsi nella battaglia delle presidenziali contro coloro che ormai definisce
«banda criminale al potere» e «regime mafioso».
Boicottato dall'insieme dei media, totalmente controllati dal potere, ha
moltiplicato le riunioni pubbliche per criticare il regime ed esporre le proprie
idee. Per lui, il crimine più grave commesso dalla compagine al governo è non
aver fatto niente, negli ultimi dieci anni, per risolvere il problema dell'Alto-Karabakh,
una risoluzione indispensabile per permettere all'Armenia di svilupparsi
normalmente.
Ricordando le sue proposte di dieci anni prima sulla necessità di una soluzione
di compromesso, proprio quelle che avevano provocato il suo allontanamento,
dichiara che oggi una soluzione di quel tipo è più difficile, se non
impossibile, «in quanto l'Azerbaigian è sempre meno disposto a fare
concessioni, a causa delle riserve petrolifere attualmente in pieno sviluppo».
Dal momento che la stampa governativa, accusandolo di aver adottato un
orientamento pro turco, lo ha ribattezzato «Levon effendi», Ter-Petrossian ha
preso posizione sul problema, il più delicato in assoluto, del genocidio armeno
perpetrato nel 1915 sotto l'impero ottomano. «Al contrario di Robert Kocharian
- ha sostenuto - penso che non sia opportuno fare di questo problema la pietra
angolare della politica estera armena.» E ha aggiunto che «presto o tardi la
Turchia riconoscerà il genocidio armeno, ma ciò sarà possibile solo in un
clima di relazioni normali e di buon vicinato». Ma si è spinto anche più in là,
arrivando a dichiarare che l'Armenia non potrà mai diventare una nazione
moderna finché gli armeni non si sbarazzeranno di quegli antichi complessi che
li fanno sentire eternamente vittime. L'«inesorabile saccheggio» delle risorse
I suoi interventi pubblici, diffusi attraverso migliaia di Dvd distribuiti in
tutto il paese e centinaia di video trasmessi da YouTube, nel tempo sono
diventati una vera e propria dichiarazione di guerra contro il tandem
Kocharian-Sarkissian. Ricordando il massacro del 27 ottobre 1998, ha affermato
che «la piramide monolitica del corrotto e criminale regime armeno, non si
sarebbe data senza la tragica scomparsa di Karen Demirdjian e Vazken Sarkissian»
e che uno dei principali compiti del nuovo presidente sarà quello ricercare i
mandanti della tragedia.
Ter-Petrossian, che proclama ad alta voce ciò che il popolo mormora sottovoce,
denuncia con veemenza soprattutto «la corruzione che inquina la società a
tutti i livelli», «l'inesorabile saccheggio» delle ricchezze del paese da
parte dei dirigenti al potere e l'ingordigia degli oligarchi che si sono divisi
i settori più redditizi dell'economia. Con la sola forza delle sue parole, l'ex
presidente è riuscito a creare, in pochi mesi, una corrente di opposizione
popolare, in particolare tra i giovani. Come hanno dimostrato le massicce
manifestazioni di protesta pacifiche contro il risultato dell'elezione
presidenziale che hanno preceduto la sanguinosa repressione del 1° marzo.
L'onnipotente procuratore generale Aghvan Hovsepian ha peraltro reso un
involontario omaggio al carisma di Ter-Petrossian accusandolo di aver «ipnotizzato»,
nel senso letterale del termine, le folle e arrivando perfino a minacciarlo di
un processo per stregoneria...
A fronte della crescente contestazione popolare, per il potere diventava
imperativo riportare la vittoria al primo turno delle elezioni presidenziali,
per evitare i rischi di un secondo turno (5).
Tutto, dunque, è stato messo in opera per moltiplicare frodi e intimidazioni.
Contro ogni aspettativa, gli osservatori dell'Organizzazione per la sicurezza e
la cooperazione in Europa (Osce) non hanno potuto, o voluto, constatare
l'estensione delle irregolarità e hanno ritenuto che le «poche violazioni»
osservate non potevano in alcun caso modificare il risultato della
consultazione. Una formula ambigua, utilizzata costantemente dall'Osce dopo ogni
elezione negli ultimi dieci anni; curiosamente, questo non le impedisce di
ribadire che non bisogna far nulla che possa scoraggiare i pochi progressi
realizzati dall'Armenia sulla via della democrazia elettorale.
Con il suo nuovo presidente mal eletto, l'Armenia rischia di andare incontro a
un periodo di rivolte e instabilità. La «società civile che ormai ignora la
paura», che Ter-Petrossian si vanta di aver creato nel paese, non si arrenderà
facilmente. Resta da sapere se Sarkissian avrà l'abilità e la saggezza di
aprire un dialogo fruttuoso con la nuova e agguerrita opposizione.
note:
* Giornalista.
(1)
Lo stato d'emergenza, tolto il 20 marzo, è però stato sostituito da una legge
che in pratica vieta riunioni e manifestazioni popolari.
(2)
Si legga di Jean Gueyras «Armenia, storia di un "golpe" inutile», Le
Monde diplomatique/il manifesto, dicembre 1998.
(3)
Si legga di Jean Gueyras «Impossible troc entre Arménie et Azerbaïdjan», Le
Monde diplomatique, marzo 2001.
(4)
Retrocesso, nel 2001, a vice-procuratore generale, Gagik Jahangirian, esautorato
dalle sue funzioni per aver messo in dubbio l'onestà dello scrutinio del 19
febbraio, poco dopo è stato arrestato per «porto d'armi non autorizzato».
Anche altri funzionari del governo, tra cui un vice ministro degli affari esteri
e quattro diplomatici di alto livello, sono stati sollevati dalle loro funzioni
per aver sostenuto Ter-Petrossian.
(5)
La Commissione elettorale ha dichiarato vincitore Sarkissian con il 52,9% dei
suffragi, seguito, in seconda posizione, da Ter-Petrossian con il 21,5%.
(Traduzione di G. P.)
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