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L’Impero Ottomano non esiste più dal 1918,
moltissimi governi si sono succeduti, l’ideologia dominante è cambiata, lo
scenario internazionale non è più quello di allora, cinque generazioni sono
passate, ma la Turchia ha ancora un grandissimo problema con la sua Storia: non
vuole ammettere il genocidio ottomano del popolo armeno, avvenuto nel 1915. Fu
il primo tentativo sistematico di annientare un’intera etnia e il suo artefice,
il regime nazionalista dei Giovani Turchi, arrivò molto vicino all’obiettivo,
uccidendo o provocando la morte per stenti di un milione e mezzo di armeni in
appena due anni.
All’inizio del 1915, in piena Prima Guerra
mondiale (l’Impero Ottomano intervenne al fianco di Germania e Impero
Austro-Ungarico nel novembre del 1914) i Giovani Turchi decisero l’eliminazione
fisica totale del popolo armeno. Nei rapporti di quella riunione del Comitato
per l’Unione e Progresso (il partito dei Giovani Turchi) si leggono frasi
inequivocabili sulla volontà genocida del governo ottomano: “Siamo in guerra e
non potrebbe verificarsi un’occasione migliore per sterminare tutta la
popolazione armena. In un momento come questo è estremamente improbabile che vi
siano interventi da parte delle grandi potenze e proteste da parte della stampa;
e se anche ciò accadesse tutti si troverebbero di fronte ad un fatto compiuto”,
disse il segretario esecutivo Nazim.
Hassan Fehmin, altro membro del Cup suggerì la
prima mossa: “Siamo nelle condizioni ideali per spedire sul fronte caucasico
tutti i giovani armeni ancora in grado di imbracciare un fucile. E una volta là,
possiamo intrappolarli e annientarli con facilità, chiusi come saranno tra le
forze russe che si troveranno davanti e le forze speciali che piazzeremo alle
loro spalle”. E così fecero: i turchi uccisero interi reparti, fedeli sudditi e
combattenti nelle file dell’esercito ottomano, solo perché erano costituiti da
armeni di nascita. Fu la prima fase dello sterminio, volta a indebolire la
resistenza dell’etnia “nemica”, lasciando soli e indifesi gli anziani, le donne
e i bambini.
Il genocidio vero e proprio iniziò nell’aprile del
1915, con l’arresto e la fucilazione di attivisti politici e intellettuali.
Infine la furia dei nazionalisti si abbatté sulla parte più debole della
popolazione. Il più noto (e crudele) documento scritto di questa decisione resta
il Telegramma Talaat, dal nome del suo autore, ministro degli Interni e uno dei
tre membri più influenti del regime nazionalista assieme a Enver e Djemal
Pascià. Nel Telegramma, datato 15 settembre 1915 (dunque a genocidio già in
corso da mesi), indirizzato al governatore di Aleppo, si legge: “Siete già stato
informato del fatto che il Governo ha deciso di sterminare l’intera popolazione
armena (...) Occorre la vostra massima collaborazione (...) Non sia usata pietà
per nessuno, tanto meno per le donne, i bambini, gli invalidi (...) Per quanto
tragici possano sembrare i metodi di questo sterminio, occorre agire senza
alcuno scrupolo di coscienza e con la massima celerità ed efficienza”.
Durante tutta l’estate e l’autunno del 1915,
squadre speciali turche, costituite per l’occasione usando criminali liberati
dalle galere, deportarono l’intera popolazione dei villaggi armeni. Donne,
vecchi e bambini furono incolonnati e fatti marciare per centinaia di
chilometri, fino al deserto siriano. Dove infine furono fatti tutti morire di
stenti nei campi di concentramento. Il genocidio fu completato entro la fine del
1916. Gli armeni che si salvarono furono quelli che riuscirono a organizzare una
resistenza armata, come nel caso del villaggio di Van e nel massiccio montuoso
di Moussa Dagh. O quelli che, avendo la fortuna di abitare vicino al fronte,
furono salvati dall’avanzata dei russi.
Ebbene: per il governo di Ankara, i rapporti della
seduta segreta del Cup, il Telegramma Talaat, i rapporti della Croce Rossa, le
lettere degli ambasciatori stranieri, le testimonianze, le proteste dei comandi
militari alleati tedesco e austro-ungarico... sono tutti dei “falsi storici”. La
storiografia ufficiale turca non arriva a negare l’esistenza dello sterminio, ma
la ridimensiona nel numero e nel significato. Nel numero: secondo i libri di
Storia non sono morti più di 300mila armeni. Nel significato: viene negato ogni
intento di uccidere sistematicamente un popolo e si riduce la tragedia armena a
un episodio di guerra, a crimini contro civili commessi da un esercito vicino al
fronte, se non addirittura alla necessità di trasferire la popolazione locale in
aree più sicure... per proteggerla dai russi. Se poi durante il trasferimento
molti sono morti, la colpa non è attribuita all’esercito ottomano, ma solo a
bande di predoni curde incontrate durante il percorso. E’ così che ad Ankara e
Istanbul si racconta la Prima Guerra Mondiale.
Non è solo un problema storico: in Turchia, chi
parla di questo evento epocale, il primo genocidio della storia contemporanea,
può essere processato per “lesa turchità” in base all’articolo 301 del Codice
Penale. A livello internazionale, invece, genera crisi diplomatiche che si
ripresentano ogni anno, più di una volta all’anno, ogni volta che un governo o
un parlamento straniero cita quell’eccidio del passato definendolo per quello
che è: un genocidio.
Questa volta è toccato agli Stati Uniti, la cui
Commissione Affari Esteri della Camera ha approvato, giovedì, una risoluzione
che invita il presidente a: “definire in modo preciso lo sterminio sistematico e
deliberato di un milione e mezzo di armeni”. La reazione di Ankara non si è
fatta attendere: il governo turco ha richiamato l’ambasciatore negli Usa “per
consultazioni” e ha condannato la risoluzione approvata a maggioranza nel
Congresso a Washington. Potrebbero non essere le uniche conseguenze: la Turchia,
membro storico della Nato, non esclude ritorsioni nel prossimo futuro contro
l’alleato statunitense.
L’amministrazione Obama, a dire il vero, non ha
dimostrato una grande fermezza in merito. Nonostante la risoluzione sia stata
promossa dalla maggioranza democratica che sostiene il presidente, la Casa
Bianca ha sempre evitato di usare il termine “genocidio” e aveva invitato la
Commissione Affari Esteri a non votare, per non compromettere le relazioni con
Ankara. Il deputato Howard Berman (Partito Democratico), però, non ha ceduto
alle pressioni del segretario di Stato Hillary Clinton, che gli aveva telefonato
all’avvicinarsi della sessione della Commissione: “La Turchia è un alleato
vitale e leale – ha dichiarato Berman – ma nulla giustifica la sua cecità
davanti al genocidio armeno. La Germania ha accettato le sue responsabilità per
l'Olocausto. Il Sudafrica ha creato una commissione per esaminare l'Apartheid. E
negli Stati Uniti continuiamo a fare i conti con l'eredità della schiavitù e del
terribile trattamento degli indiani d'America. È ora che la Turchia accetti la
realtà del genocidio armeno”.
Per il premier Recep Tayyip Erdogan, gli Usa non
possono accusare la Turchia “per un crimine che non ha commesso”. Nessuna
ammissione di colpa, insomma. E a rischiare di esser compromessi non sono solo i
legami fra Washington e Ankara, ma anche i nuovi rapporti, tuttora in fase di
normalizzazione, fra Ankara e Erevan, la capitale della piccola Repubblica
Armena risorta nel 1991 sulle ceneri dell’Urss. Tra gli ex persecutori e gli ex
perseguitati il percorso della riconciliazione è lungo e difficile. Ma non si
può accusare il Congresso degli Stati Uniti di averlo interrotto. Il problema è
essenzialmente turco.
Il negazionismo nasce con il governo di Kemal
Ataturk, che era un ufficiale fedele al governo dei Giovani Turchi e che plasmò
la Turchia repubblicana, laica e moderna negli anni ‘20. Demolire il suo mito,
per Ankara, vuol dire demolire storicamente le fondamenta della Repubblica.
Erdogan non si rifà alla stessa ideologia laica, nazionalista e repubblicana: è
un islamico moderato. Ma se dovesse mettere in discussione il fondamento storico
repubblicano della Turchia rischierebbe un colpo di Stato molto più di quanto
non lo stia rischiando ora. |