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Protagonista della politica internazionale a causa
delle sue agguerrite prese di posizione e della sua capacità di condurre una
politica autonoma, indipendente dai suoi “tradizionali” alleati, il primo
ministro Erdogan sembra riflettere, nella sua biografia, le contraddizioni e le
identità che compongono l’immagine caleidoscopica della Turchia del nuovo
millennio.
Per oltre ottant’anni la Turchia ha mostrato
un’immagine ufficiale di sé che rappresentava poco il pensiero e le idee della
gente comune. Mustafa Kemal, il celeberrimo padre dei turchi, aveva guidato il
suo popolo al consolidamento di uno stato-nazione moderno e secolare, abolendo
l’autorità dell’impero ottomano, “il grande malato d’Europa”, che crollava sotto
i colpi dei movimenti indipendentisti. Da allora, la nuova dirigenza turca ha
seguito pedissequamente l’ideologia kemalista e ha cercato di eliminare ogni
residuo del passato imperiale e di rendere la Turchia più simile alla vicina
Europa.
L’islam fu abolito come religione di stato,
l’alfabeto arabo sostituito dai caratteri latini, la poligamia eliminata e fu
concesso il voto alle donne. Inoltre, mentre i codici civili, penali e
commerciali furono aggiornati sull’esempio di quelli europei e i tribunali
islamici aboliti, ai militari fu affidato il ruolo di controllare e calibrare
l’identità politica e culturale della Turchia e di intervenire nei momenti in
cui i principi della nuova Costituzione venivano meno. Una cesura improvvisa e
drastica, calata dall’alto, che ha profondamente influenzato la società turca,
divisa in modo schizofrenico tra una tradizione secolare islamica e l’avanzata
della modernità di stampo occidentale.
Questo stato delle cose è durato a lungo. Per ben
tre volte i militari sono intervenuti nella vita politica turca prendendo
direttamente le redini del potere. In altre occasioni è stato, invece, il
Consiglio della sicurezza nazionale, guardiano dell’ortodossia kemalista, a
sciogliere le formazioni politiche invise: prima del 1989 i partiti che si
rifacevano alla sinistra comunista e, dopo quella data, quelli vicini agli
ideali islamici. Nel 1997, l’ultimo “colpo di stato silenzioso” del Consiglio ha
sciolto il partito del Welfare (Refah) dell’allora primo ministro Nerbettim
Erbakan, mentore durante gli anni universitari dell’iniziazione politica di
Erdogan.
Alla luce di quanto accaduto in passato sembra
difficile pensare che, oggi, sia un partito di stampo islamico, l’Akp, il
partito della Giustizia e dello Sviluppo, a guidare la Turchia da ormai otto
anni e che, da sette, il primo ministro sia la stessa persona che nel 1998 fu
imprigionata con l’accusa di incitamento all’odio religioso per aver sfidato il
dogmatico secolarismo turco recitando delle parole di militanza islamica.
Eppure, viene da pensare che il successo di Erdogan, confermato nelle elezioni
del 2007 dal 46% delle preferenze, sia dovuto proprio al suo personale percorso
politico.
Le umili origini e il suo percorso atipico fanno
di Erdogan un modello per la classe media conservatrice. Figlio di un
guardacoste, cresciuto per le strade di uno dei quartieri più malfamati di
Istanbul, costretto dalla povertà in cui versava la sua famiglia a vendere per
le strade limonate e simit (ciambelle di sesamo), Erdogan ha ricevuto
un’educazione islamica molto rigida, prima di laurearsi in gestione d’impresa
all’Università di Marmara. A differenza degli altri protagonisti politici della
Turchia moderna, la sua carriera politica non è dovuta ad una militanza nel
partito erede dell’ideologia kemalista di Ataturk, né ad un impiego ai vertici
della burocrazia.
Erdogan, agli occhi dei turchi, non si è sporcato
le mani collaborando con il corrotto sistema statale che, anzi, lo ha
imprigionato per le sue idee e lo ha sospeso dall’attività pubblica. Amante del
calcio, in cui ha giocato come professionista durante gli anni dell’Università,
è anche un musulmano conservatore che, fino a qualche tempo fa, evitava di dare
la mano alle donne e preferiva non sedersi a tavola se i commensali consumavano
alcolici.
La prima occasione per dimostrare le sue capacità
politiche gli si è presentata, dopo anni di militanza nel partito del Welfare,
quando fu eletto sindaco di Istanbul nel 1994. Efficiente e carismatico, da
quest’esperienza ottenne un vasto seguito per aver affrontato con abilità
questioni come la carenza d’acqua, l’inquinamento e il traffico metropolitano,
sebbene abbia anche tentato di vietare la vendita di alcolici nei luoghi
pubblici. Probabilmente, la sua laurea in gestione d’impresa si è rivelata utile
per risollevare le finanze di una delle città più caotiche e sovrappopolate al
mondo e la sua lotta alla corruzione gli ha garantito il sostegno delle classi
popolari, per la maggior parte di fede islamica, e dei piccoli imprenditori,
stanchi del malgoverno.
Outsider dell’establishment turco, europeista, ma
pur sempre musulmano, agguerrito, ma aperto al compromesso in nome del bene
comune: se Ataturk è stato il padre della Turchia moderna, Erdogan è il ritratto
della Turchia contemporanea, capace allo stesso tempo di guardare al mondo
islamico e di mantenere le alleanze strategiche più importanti.
A livello internazionale, infatti, le mire della
Turchia sono concentrate su più fronti. Tradizionalmente, la Turchia veniva
dipinta come un paese vicino all’Occidente. Eppure, negli ultimi tempi, il Paese
sembra allontanarsi dalle sue sponde occidentali per guardare ad Oriente. Il
lungo e sfiancante processo di adesione all’Unione Europea, avviato nell’ottobre
del 2005 e portato avanti con determinazione da Erdogan, sembra ancora lontano
da una possibile soluzione. Le richieste dell’Unione Europea sono diventate
sempre più esose, e la stessa popolazione turca si è disaffezionata ad un
progetto che aveva sostenuto con tanto entusiasmo.
Adesso che la Turchia, per adeguarsi agli standard
europei, è riuscita a ridurre il ruolo dei militari e del Consiglio della
sicurezza nazionale, a migliorare le prestazioni dell’economia nazionale e si
sta impegnando a riformare la costituzione, i suoi abitanti sembrano meno
interessati alle sorti di questo “fidanzamento eterno” con l’Europa e sono
pronti a guardare altrove. Lo stesso Erdogan che, per lungimiranza politica o
per opportunismo, continua a sostenere l’anima europea della Turchia, negli
ultimi anni ha iniziato a disegnare un diverso profilo della politica estera
turca.
Lo slogan è sempre quello di “nessun problema con
i vicini”, ma l’ideologia non è più quella esclusivamente europeista di Ali
Babacan, bensì quella del neo-ottomanesimo professato dal nuovo ministro degli
esteri Ahmet Davotoglu, nominato il primo maggio del 2009. A suo avviso,
infatti, la Turchia ha la possibilità, ora che la Guerra Fredda è finita, di
svolgere un ruolo internazionale di primo piano grazie al suo profilo geografico
di ponte tra l’Europa e l’Asia, quello culturale di stato musulmano laico e
quello politico di stato democratico. Insomma, sebbene la Turchia resti
un’alleata degli Stati Uniti ed un aspirante membro della Comunità Europea, essa
ha iniziato a ridefinire autonomamente i propri interessi, sganciandosi, in
alcune occasioni, dall’appoggio statunitense ed europeo.
Già prima della nomina di Davotoglu, a partire dal
bombardamento di Gaza, Erdogan aveva messo in discussione la tradizionale
vicinanza con Israele abbandonando polemicamente il dibattito sulla pace in
Medio Oriente nel corso del World Economic Forum del 2008. L’ultimo incidente
diplomatico è avvenuto in occasione del tanto discusso episodio della Freedom
Flottilla, durante il quale Erdogan non ha esitato a schierarsi contro il raid
israeliano e ad offrire la sua solidarietà agli abitanti e al governo della
Striscia. Il premier turco ha offerto anche il suo sostegno all’Ihh (Insan
Haklary Ve Hurriyetleri Vakfi), l’associazione di stampo islamico che ha
organizzato la spedizione, della quale, però, sono stati evidenziati i legami
con organizzazioni estremiste di stampo islamico.
A testimoniare l’espandersi delle relazioni turche
è la creazione, il 17 maggio, del cosiddetto asse Lula-Erdogan-Ahmadineijad. Si
tratta della stipula di un accordo con Brasile e Iran sullo scambio di uranio,
per evitare all’Iran una quarta tornata di sanzioni diplomatiche. Sebbene molti
osservatori internazionali abbiano sollevato diverse obiezioni sulla trasparenza
di quest’accordo, altri hanno sottolineato l’importante ruolo di mediatrice
della Turchia in una delle più gravi crisi internazionali.
Un altro importante tassello della politica estera
turca è l’interesse per i Balcani. Nell’ultimo periodo, infatti, i contatti e le
relazioni diplomatiche tra la Turchia e i paesi balcanici, in passato
nell’orbita dell’impero ottomano, si sono intensificati. L’obiettivo è quello di
una collaborazione strategica, soprattutto in campo economico, e di un
rafforzamento della stabilità regionale. Questo processo di inserimento della
Turchia nei Balcani ha avuto inizio con il fallimento del vertice di Butmir, un
incontro sulle riforme costituzionali organizzato il 9 ottobre 2009 da americani
ed europei. In nome di una comunanza storica (il passato ottomano) e religiosa
(l’islam) la Turchia si pone, insieme ala Russia, come possibile partner per un
rilancio della regione, abbandonata dall’Europa e dai vicini paesi del
Mediterraneo.
Questo spostamento degli assi della politica
estera turca nasce anche da forti motivazioni di tipo economico. Sono ormai
oltre tre anni, infatti, che le imprese turche stanno conseguendo ottimi
risultati sui mercati mediorientali e centroasiatici mentre l’Europa soffre a
causa della crisi dell’euro. Il risanamento economico costituisce un importante
fattore del consenso al partito di Erdogan. Questi, da quando ha assunto il
potere, si è impegnato nell’assicurare una maggiore stabilità economica alla
Turchia che, nel corso degli anni Novanta, aveva vissuto diverse crisi
economiche fino alla terribile crisi finanziaria del 2001 che aveva richiesto
l’adozione di misure speciali per risollevare la situazione.
Dal 2002 ad oggi, l’economia turca è in continua
ripresa: non è bastata nemmeno la crisi economica mondiale del 2008 ad arrestare
la crescita che, seppur frenata, si è risollevata con un tasso pari all’11,7%
nel primo trimestre del 2010, percentuale che colloca la Turchia subito dietro
la Cina. L’Akp viene vista, inoltre, come una delle poche forze politiche non
colluse con la corruzione di stato che il recente scandalo Ergenekon ha
riportato in superficie in tutta la sua gravità.
Resta il fatto che, dalla crisi politica del 2007
che aveva portato alle elezioni anticipate, la società turca si è spaccata in
due: da un lato i progressisti, i conservatori religiosi e gli elettori convinti
dell’importante ruolo giocato dall’Akp nel risollevare l’economia turca,
dall’altra i nazionalisti, i laicisti e i giovani progressisti contrari al
crescente peso politico della religione. Una spaccatura che si riflette nelle
diverse interpretazioni della politica interna, della questione del velo, del
sostegno alla candidatura turca alla UE, del ridimensionamento del ruolo
dell’esercito.
L’unica linea di continuità di Erdogan con i suoi
predecessori sembrano essere le questioni irrisolte della Turchia:
l’indipendentismo curdo, il riconoscimento del genocidio degli armeni e la
questione di Cipro. Le recenti dichiarazioni di Erdogan in seguito alle
pressioni internazionali per il riconoscimento dello sterminio armeno hanno
suscitato l’indignazione della comunità internazionale. Egli ha dichiarato,
infatti, che la Turchia tollera sul suo territorio la presenza di oltre
centomila sans-papier armeni che, se fossero introdotte misure più rigide,
potrebbero essere espulsi. Parole forti che hanno evidenziato l’intolleranza del
premier turco per una questione che risale a quasi un secolo fa, ma è ancora in
grado di ritardare l’ingresso della Turchia nell’UE.
Inoltre, i timidi tentativi di apertura nei
confronti delle minoranze etniche presenti nel paese, in particolare la
popolazione curda, attraverso un programma chiamato “iniziativa democratica”
sono stati messi a repentaglio dalla ripresa dell’attività di guerriglia alla
fine del 2009. La messa al bando della formazione politica curda, il DTP, la
quinta dagli anni novanta, ha messo in discussione il processo di
riavvicinamento che Erdogan sembrava voler sostenere. Infine a Cipro la
situazione resta bloccata in seguito al fallimento del piano Annan e
all’ingresso di Cipro Sud nell’UE.
Insomma, Erdogan è un premier in bilico, come la
popolazione turca, tra tradizione e modernità, islam e secolarismo, mire
asiatiche e velleità europeiste. Poliedrico, eterogeneo, ma allo stesso tempo
conservatore e tradizionalista, negli ultimi tempi, complice anche la corruzione
dell’establishment turco, è riuscito a conservare e ad ampliare la fiducia del
suo elettorato. Ad un anno dalle prossime elezioni, previste per il 2011, sembra
che Erdogan possa ancora giocare un ruolo di primo piano. Bisogna, però, vedere
se la popolazione turca continuerà ad appoggiare il progetto del premier di dare
un “ruolo centrale” alla Turchia. |