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L'importanza
del martirio nella Chiesa armena -
BOUTROS MARAYATI
Arcivescovo di Alep degli Armeni, Amministratore Apostolico di Kamichlié
degli Armeni
Se
tentiamo di riassumere in una parola la storia della Chiesa Armena, non troviamo
un altro attributo se non quello di "martirio". Infatti, la Chiesa
armena, dalla sua nascita è sempre stata una Chiesa di martiri: cioè
"martire della Chiesa" ed è sempre stata marcata con questo sigillo
durante i secoli.
Il popolo armeno ha sempre avuto una venerazione particolare nei confronti dei
martiri.
Ha mantenuto fedelmente la loro memoria e costruito delle chiese e delle
cappelle che nel corso dei secoli si sono trasformate in santuari sacri. Gli
armeni hanno costruito dei "Khatchkar" (croci incise nelle pietre)
come segno del loro sacrificio e come testimonianza che il martire partecipa
alle sofferenze di Cristo e con Lui risuscita come dice San Pietro Apostolo:
"poiché prendete parte alle sofferenze di Cristo, rallegratevi in modo che
esultiate di gioia anche al momento della sua manifestazione" (Pt 4,
13).
Il
dovere della memoria
La Chiesa armena conserva memoria dei suoi martiri, che fanno parte del rango
dei santi, e a loro riserva dei giorni speciali durante l’anno liturgico. Così
pure (la Chiesa armena) ricorda gli eremiti, che fanno parte del rango dei
martiri, perché nei giorni della pace si sono manifestati come veritieri
martiri, rinunciando al mondo e dedicandosi totalmente a Cristo.
In onore dei martiri si sono composti degli (Sharakan) inni e delle antifone che
si cantano sia durante la preghiera delle ore, sia nel corso della Messa.
È opportuno menzionare gli inni di S. Nerses Shnorhali che si cantano durante
Arevagali.
"O gloriosi e diletti martiri che vi siete battezzati nel sangue di Cristo
partecipando alla morte di croce; intercedete presso Dio a favore di tutti i
figli della Chiesa".
"O amati martiri e dimore dello spirito di verità che sconfiggete i
bisogni e le concupiscenze dell’anima, intercedete presso Dio per tutti i
figli della Chiesa".
È confortante ricordare qui le parole di cui si servì Giovanni Paolo II nella
sua Lettera Apostolica, scritta in occasione del 1700 o anniversario del
battesimo del popolo armeno. "La componente del martirio è un elemento
costante nella storia del vostro popolo. La sua fede rimane indissolubilmente
alla testimonianza del sangue versato per Cristo e per il Vangelo. Tutta la
cultura e la stessa spiritualità degli armeni sono pervase dalla fierezza per
il segno supremo del dono della vita nel martirio. Vi si avvertono gli echi dei
gemiti per la sofferenza subita in comunione con l’Agnello immolato per la
salvezza del mondo" (N. 4, Vaticano, 2 febbraio 2001).
L'identità
armena e cristiana
La Chiesa armena di oggi è invitata a rivalutare il significato profondo del
martirio. Il martirio è importante per la nostra Chiesa perché in esso è
condensata la nostra identità armena e cristiana. Facendo memoria dei martiri
si ritorna alle sorgenti della fede e si raccoglie di essa la linfa per crescere
nella nostra vita spirituale.
La Chiesa armena trova anche la sua missione nel martirio perché è chiamata a
testimoniare che vale la pena di sacrificarsi per Cristo; quanto più si
tagliano le foglie dalla vita e sono spremuti i grappoli, questi germoglieranno
di nuovo e daranno frutto perché sono fondati su Cristo.
Se la Chiesa armena dà tanta importanza al martirio, è perché è consapevole
che la testimonianza-sacrificio è il miglior propulsore per il movimento
ecumenico.
I nostri martiri del XX secolo ci invitano all’unità perché loro erano un
tutt’uno durante l’immolazione: qui infatti non c’era distinzione tra
armeno apostolico o cattolico o protestante. Loro furono immolati perché erano
cristiani e perciò non appartengono a nessuna comunità o dottrina se non alla
Chiesa Universale.
Oggi, la Chiesa armena rende grazie a Dio perché ha scelto tanti martiri dalla
nazione armena per morire per "il nome di Cristo" (Atti degli
Apostoli 5, 41) e oggi godono la divina beatitudine come è scritto nel
libro dell’Apocalisse" (Ap 7, 14 e 17).
Un
dono da riscoprire
La Chiesa armena chiede ai suoi fedeli che si ricordino del loro passato e siano
fieri di appartenere ad un popolo battezzato con il sangue di Cristo. Conservare
la memoria dei martiri è uno stimolo per mantenere il deposito sacro e un dono
per capire bene il messaggio evangelico.
La Chiesa armena chiede ai suoi figli di tramandare alle nuove generazioni il
senso dell’eroica immolazione dei loro antenati e di essere fedeli a Cristo.
Il passato non si deve dimenticare, non per nutrire rancori e vendette, bensì
per mantenere viva la memoria di coloro che hanno scelto di morire per la verità
e la giustizia.
Infine, la Chiesa armena chiede ai suoi figli di avvalorare il sangue versato
dei martiri e di rinnovare la loro fede in Cristo soprattutto in questo secolo
dove nuove sfide e nuove correnti li stanno allontanando dal Vangelo di Cristo.
L’appello del Santo Padre al Popolo Armeno è ancora risuonante: "Popolo
armeno, mantieni il tuo sguardo su Cristo che è la vita, la verità e la via.
Egli è la speranza che non delude, la luce che dissipa le tenebre del male.
Cristo guida i tuoi passi, non aver paura" (dall'omelia pronunciata da
Giovanni Paolo II nella Basilica di San Pietro in occasione della Messa del 1700°
anniversario del battesimo dell’Armenia, 18/02/2001).
Ucciso
nel giorno del Sacro Cuore
- GEORGES KHAZOUMIAN
Il
6 aprile 1915, martedì di Pasqua, arrivò da Istanbul una notizia incredibile:
il Sultano aveva attribuito a Monsignor Maloyan un Firmano Imperiale e un'alta
onorificenza. Alcune settimane dopo Monsignor Maloyan cominciò però a
preoccuparsi per le notizie che giungevano sugli altri Vescovi armeni della
regione. Perse il sonno ma mantenne il silenzio, pazientemente. Nascondeva i
segni della paura e mostrava coraggio. In attesa, pregava e cercava di
convincersi che quello che temeva non sarebbe accaduto. Tuttavia, il piano
machiavellico non tardò ad essere messo in atto. Giovedì 22 aprile, un
notabile siriano cattolico mise in guardia i cristiani di Mardine. Il 30 aprile
un gruppo di soldati circondò la chiesa degli armeni cattolici e poi la perquisì.
Dalla stanza di Monsignor Maloyan portarono via lettere, registri e manoscritti.
Dopo
questa perquisizione, Monsignor Maloyan ritenne di non avere più il diritto di
nascondere ai suoi sacerdoti ciò che aveva dentro. Dopo un lungo resoconto dei
massacri perpetrati nei villaggi cristiani, Monsignor Maloyan raccomandò ai
suoi sacerdoti di pregare, di restare saldi nella fede e di rafforzarla.
Quel
mattino lo zelante Monsignor Maloyan prese la penna. Con la sua mano benedetta
scrisse una nobile lettera che meriterebbe di essere stampata in lettere d'oro e
che conteneva la profezia di ciò che sarebbe accaduto.
"Vi
esortiamo prima di ogni altra cosa a fortificare la vostra fede fondata sulla
roccia di San Pietro e a rafforzare la vostra speranza nella Santa Croce... Da
dove proviene questo grande desiderio di vedere il nostro sangue, di noi
peccatori, mescolato con il sangue degli uomini giusti e puri? Se i disegni
dell'Altissimo si attuano in noi, qualunque sia il modo, mediante la
deportazione o il martirio... io m'impegno nell'obbedienza totale al capo della
Chiesa di Dio, il Santo Pontefice Romano. Il mio auspicio più grande è di
vedere il mio clero e il mio gregge seguire il mio esempio e restare
sinceramente docili agli ordini della Sede Apostolica. Vi affido a Dio, amati
figli, e vi chiedo di pregare Dio affinché mi dia la forza e il coraggio di
vivere questa vita peritura nella sua grazia e nel suo amore fino all'effusione
del sangue".
Poco
dopo iniziarono gli arresti. Le persone arrestate furono prima condotte in
catene e poi fucilate. Alcuni notabili dissero al Vescovo che l'avrebbero
aiutato a valicare la frontiera e a dirigersi verso le montagne di Sinjar. Ma
lui rispose: "Il Pastore non può lasciare il suo gregge per avere salva la
vita". Tale proposta gli venne fatta da un gruppo di cristiani di un
villaggio vicino a Mardine, famosi per il loro coraggio. Il Vescovo rispose
loro: "Noi abbiamo accettato l'abito ecclesiastico per stare a capo dei
nostri fedeli, ovunque essi siano. Noi siamo pronti a esercitare i nostri doveri
verso Nostro Signore e i nostri fedeli, se necessario fino alla morte".
Martedì
mattina, all'inizio di giugno, si diresse alla Chiesa dei siro-cattolici per
fare visita a un suo caro amico, Monsignor Gabriel Tappouni. Gli affidò la cura
dei sopravvissuti della sua cara comunità, poi lesse la sua ultima lettera del
primo maggio in presenza dei Padri Domenicani, quindi la piegò e la consegnò
al suo amico dicendo: "Custodisci questo documento. Conserva il mio gregge
finché potrai".
Il
Vescovo Tappouni e i tre Padri si misero a incoraggiarlo e a consolarlo,
infondendogli speranza. Ciò però non impedì al Prelato di dire loro: "So
con assoluta certezza che condanneranno me e le mie pecorelle a subire la
sofferenza e la morte. Mi aspetto che mettano le mani su di me e sui miei figli
un giorno o l'altro... Per questo sono venuto oggi a dirvi addio e ad affidarvi
a Dio... Pregate per me. Credo che sia l'ultima volta che ci vediamo. Addio miei
cari". Il dolore invase allora il cuore dei presenti. Le lacrime scesero
sui loro volti. Il venerabile prelato disse loro: "Il Signore Dio ci ha
riservato questo giorno. Egli è capace di armarci dell'elmo della
salvezza". Dopo aver detto addio a Monsignor Tappouni, il Vescovo Maloyan
fece lo stesso con Monsignor Israël Audo, Vescovo caldeo, poi tornò commosso
alla sua residenza. Subì il martirio, come aveva predetto, con 416 fedeli del
primo convoglio.
Il
sangue dei martiri è seme per i cristiani-
ANDREA AMBROSI, Postulatore
Quarto
di otto figli, Mons. Maloyan nasce a Mardin, nel 1869, probabilmente il 19
aprile; i genitori lo battezzarono il giorno successivo e gli imposero il nome
di Choukrallah. La sua era una famiglia armena di condizioni modeste, ma
cattolica e di provata pietà, tra l’altro pure la mamma subì il martirio il
16 luglio 1915, appena un mese dopo il martirio del figlio Arcivescovo e di un
altro figlio, Frathallah, tutti e tre uniti nella confessione della stessa fede.
Appalesata una solida quanto precoce vocazione religiosa, venne inviato in
Libano, nel convento di Nostra Signora di Bzommar, dove seguì i suoi studi fino
all’ordinazione sacerdotale che avvenne proprio il giorno del Corpus Domini
del 1896: in tale occasione assunse il nome di Ignazio desiderando imitare
s. Ignazio di Antiochia nel diffondere il messaggio cristiano e nella
testimonianza del martirio.
Dopo
un anno e mezzo di permanenza a Bzommar, dove si distinse per pietà e cultura,
viene inviato ad Alessandria d’Egitto, dove spiega con successo un intenso
lavoro pastorale e fa una notevole opera di riconciliazione tra appartenenti a
diverse religioni. Nominato poi Vicario patriarcale in Egitto, verso la fine di
settembre 1901 si trasferisce al Cairo, dove non resterà a lungo dato che,
richiesto dal Patriarca di Costantinopoli, raggiunge l’alto Prelato
rimanendone al fianco per nove mesi in qualità di suo segretario.
Dimessosi
Mons. Hursig Gulian da Arcivescovo di Mardin, subito venne invocata da gran
parte del popolo la nomina di Mons. Maloyan, il quale era molto stimato pure da
parte del clero e dallo stesso Delegato Apostolico della Mesopotamia, Mons.
Drure, era ritenuto il successore naturale di Mons. Gulian.
Il
22 ottobre 1911, all’indomani della chiusura del Sinodo tenuto a Roma, per le
mani del Patriarca Paul-Pierre XIII Terzian e di altri Vescovi consacranti,
Ignazio Maloyan ricevette la consacrazione episcopale e il 10 dicembre insieme
agli altri Padri sinodali, fu ricevuto in udienza da s. Pio X, il quale, come
prevedendo imminente la catastrofe, aggiunse alle note della Chiesa
armena, una, santa, cattolica, quella di perseguitata.
Preso
possesso della Diocesi il 5 maggio 1912, iniziò subito la visita ai villaggi
della sua comunità. Ma la malattia alle vie respiratorie nel marzo del 1913 lo
costrinse a recarsi per cure prima in Egitto e poi a Padova, dove venne
sottoposto ad intervento chirurgico; convalescente, si recò a Roma, ricevuto in
udienza da s. Pio X; quindi il ritorno a Mardin nell’agosto del 1913. L’anno
dopo gli eventi, dal punto di vista politico,
precipitavano.
L’entrata in guerra della Turchia il 3 agosto 1914 al fianco della Germania e
dell’Austria contro la Russia, Francia e Inghilterra, causò la mobilitazione
generale, cui si dimostravano renitenti gli Armeni, dandosi alla macchia, ciò
che diede motivo ai funzionari turchi di perquisire e terrorizzare le famiglie
dei richiamati alle armi. Vittime delle angherie erano soprattutto le donne.
Contro queste angherie protestarono, ma invano, i due Prelati cattolici di
Mardin, Mons. Tappouni e Mons. Maloyan.
Eppure
i Vescovi, proprio per evitare più gravi disagi ai fedeli, avevano aderito alla
richiesta del governo di persuadere il popolo a contribuire
all’approvvigionamento dell’esercito con l’invio di grano; avevano inoltre
espresso in quella difficile congiuntura della guerra la loro lealtà al
governo, ragione per cui il martedì di Pasqua (6 aprile) del 1915 il Sultano,
in segno di gratitudine, inviò da Istanbul a Mons. Maloyan un firmano imperiale
ed un’alta decorazione ottomana.
Ma
ormai era la polizia, capeggiata da uomini della setta nazionalista dei
"Giovani Turchi", che si imponeva al governo e che, scavalcandolo,
aveva deciso il massacro degli Armeni. Mamdouh Bey, il famigerato capo della
polizia turca, così risponderà al servo di Dio, quando questi, in un
drammatico faccia a faccia dopo la cattura, gli contesterà il diritto di usare
violenza a un capo religioso come lui, riconosciuto tale dal governo, e dal
Sultano ritenuto degno di un firmano imperiale e di un’alta decorazione
d’onore: "Oggi è la spada che prende il posto del governo. La tua
decorazione e il tuo firmano non servono a nulla".
Il
1° maggio 1915, poiché il giorno precedente era stata perquisita da una banda
di soldati la chiesa degli Armeni nella vana ricerca di armi e cannoni, Mons.
Maloyan stimò opportuno, anche in base a informazioni su quanto stava avvenendo
nelle altre Diocesi armene, non nascondere ancora al suo clero l’incombente
catastrofe, rendendo noto il suo testamento spirituale nel quale, oltre ad
esortare il suo gregge ad essere fedele alla Santa Sede e forte nella fede,
dichiarava, come già accennato, la sua lealtà nei confronti del governo e
affidava, nell’eventualità della sua deportazione e martirio,
l’amministrazione della Diocesi al sacerdote Ohannés Potourian e a due suoi
coadiutori e, in caso di esilio di questi tre sacerdoti, al Vescovo siriano
Mons. Tappouni.
A
Mardin infatti la persecuzione, come aveva previsto nella sua chiaroveggenza il
Servo di Dio, era già in atto. Il mese di maggio 1915 fu un mese di terrore per
le persecuzioni, arresti ed uccisioni di inermi cittadini ad opera dei feroci
soldati "Khamsines", banda di massacratori, chiesta dal capo
della polizia Mamdouh ai Leaders di Mardin, i quali gli misero a disposizione
circa 500 uomini di provata crudeltà, gente senza pietà, senza compassione e
senza alcun timor di Dio. Ma alla proposta di alcuni Notabili di cercare riparo
tra le montagne di Sinjâr l’intrepido Vescovo replicava: "Il pastore non
può abbandonare le sue pecore per aver salva la vita".
Al
fine di giustificare pubblicamente l’arresto di Mons. Maloyan, Mamdouh aveva
costretto un giovane armeno, certo Sarkis, cattolico, del villaggio di Tell
Armen, a dichiarare di aver trasportato nell’episcopio armeno 25 fucili e 5
bombe. Essendosi rifiutato di firmare il falso documento, che era stato fatto
preparare dal capo della polizia, Sarkis fu imprigionato e poco dopo ucciso.
Malgrado ciò, quando la sera del 3 giugno il Servo di Dio fu tratto in arresto
e condotto al Serraglio, il perfido Mamdouh gli contestò il possesso delle
armi, leggendogli proprio la pretesa accusa del povero Sarkis, che il
sanguinario poliziotto aveva già ucciso.
L’interrogatorio
di Mons. Maloyan ebbe fasi drammatiche, perché il Vescovo riusciva a sventare
con facilità le false accuse di detenzione di armi e di connivenza con la
Russia. Come a togliere dall’imbarazzo il contrariato e incollerito Mamdouh,
uno dei funzionari intervenne, proponendo all’Arcivescovo di abbracciare
l’islamismo se voleva salva la vita; al netto rifiuto seguirono atroci
torture, che continuarono per tutta la notte nella cella in cui il Servo di Dio
fu trascinato e dove rimase a languire fino al 10 giugno, riuscendo però ad
avere il conforto dell’assoluzione, che gli fu impartita dal P. Boulos Saniour,
il quale stava in una cella vicina e aveva sentito la sua richiesta fatta a gran
voce.
Commovente
l’addio all’anziana madre, che il servo di Dio poté abbracciare nella notte
del 9 giugno. La notte del 10 i feroci soldati furono impegnati a legare l’uno
all’altro i prigionieri con catene e con funi. Alla partenza si contarono 417
deportati, tra clero, vecchi e giovani, armeni, siriani, caldei e protestanti,
tutti ammassati nel primo convoglio (se ne stavano approntando altri due)
diretto a Diarbérkir per lavori di riparazione delle strade. Ma quando il
convoglio giunse ad Ain Omar Agha, e Mamdouh ne separò una decina, facendo
credere che li avrebbe liberati, l’Arcivescovo capì subito che quel primo
gruppo veniva mandato al massacro e che la stessa sorte sarebbe subito toccata
al resto del convoglio.
Ottenuto
perciò da Mamdouh il permesso di parlare ai suoi fedeli, dopo averli esortati a
non temere la morte, preso del pane, lo consacrò e, impartita l’assoluzione
generale e l’indulgenza plenaria, lo distribuì in un’atmosfera paradisiaca
che avvolse come una nube luminosa e profumata quei campioni della fede, i quali
poco dopo vennero sgozzati come agnelli al macello dai soldati Khamsines.
Rimaneva ancora in vita solo il Servo di Dio che, avendo rifiutato un nuovo
invito di Mamdouh ad abbracciare la fede musulmana, venne da lui ucciso con
colpi di pistola, mentre il Vescovo Martire si affidava al Signore pregando.
Significativamente colse la palma del martirio l’11 giugno 1915, festa del
Sacro Cuore.
"Fortificate
la vostra fede fondata sulla Roccia di Pietro"
- JOSEPH ARNAOUTI
Esarca Patriarcale di Damas degli Armeni e Vescovo emerito di Kamichlié
È
pieno di significati e provvidenziale, che la beatificazione del martire Ignazio
Arcivescovo Maloyan, coincida con il 1700° anniversario della cristianizzazione
del popolo armeno.
Nel
301, con il battesimo del popolo armeno, Gesù Cristo si è misticamente "armenizzato"
ed il popolo armeno si è "cristificato", "si è rivestito di
Cristo" (Gal 3, 27). La nazione armena è arricchita ed il suo bel
volto è diventato splendente, perché il battesimo è diventato un evento
radicale, dinamico e forza movente allo stesso tempo.
Battesimo significa testimonianza della fede e della vita cristiana e martirio,
battesimo di acqua e sangue.
S.S.
Giovanni Paolo II, nella Lettera Apostolica pubblicata in occasione del 1700 o
anniversario del battesimo dell’Armenia scrive così: "La predicazione
della buona Novella e la conversione dell’Armenia sono anzitutto fondate sul
sangue dei testimoni della fede. Le sofferenze di Gregorio e il martirio di
Hripsime e delle sue compagne mostrano come il primo battesimo dell’Armenia
sia proprio quello del sangue" (N. 4) e il Santo Padre aggiunge: "La
componente del martirio costituisce un elemento costante nella storia del vostro
popolo. La sua fede rimane indissolubilmente legata alla testimonianza del
sangue versato per Cristo e per il vangelo" (N. 4). Spesso sono ripetuti
eventi simili. Dalla fine del XIX sec. Ai primi anni del XX sec. i massacri
subiti dagli armeni sono arrivati al loro apogeo nel 1915, agli eventi tragici,
quando il popolo armeno è stato costretto a subire violenze inaudite, le cui
conseguenze sono ancora visibili nella diaspora, e di cui molti dei suoi figli
sono stati vittime. Lo stesso Santo Padre nella sua Lettera Apostolica Tertio
Millennio adveniente pubblicata il 10.10.1994 nota lo stesso fenomeno e lo
universalizza dichiarandolo (N. 37).
Nel
rango di questi martiri Ignazio Arcivescovo Maloyan ha un posto privilegiato.
Nato a Mardin nel marzo del 1869, entra in seminario del convento di Bzommar
(Libano) nel 1883 ed ivi rimane fino al 1895. Ordinato sacerdote il 7 luglio del
1896 come membro della congregazione Patriarcale di Bzommar. Pratica
l’apostolato in Egitto dal 1897 al 1910, ed il 22.10.1911 a Roma è consacrato
Vescovo per la Diocesi (o eparchia) di Mardin. Le deportazioni iniziano ai primi
di giugno del 1915. Anche l’Arcivescovo Maloyan viene catturato, con lui una
moltitudine di fedeli religiosi e laici.
Sentendo
avvicinarsi la fine tragica, il buon pastore esplora incoraggiando i fedeli,
consacra il pane e i sacerdoti comunicano i fedeli.
Il Vescovo parla al capo dei deportatori Mamouh Bey e dice: "Noi rimaniamo
fedeli al governo, ma il rinnegamento di Cristo non lo accettiamo mai, mai,
mai".
I sacerdoti e il popolo ripetono insieme "mai..."
Dopo
il massacro dei fedeli, caricano l’Arcivescovo su un cavallo e lo portano in
un posto lontano dove gli sparano. Colpito al collo cade a terra dicendo:
"Dio mio abbi pietà di me, nelle tue mani affido il mio Spirito".
Maloyan aveva 46 anni ed era Vescovo da 4 anni. Era un venerdì: 11 giugno 1915.
Il Vescovo Ignazio è caduto come un martire, ma è caduto vittorioso come Gesù
Cristo. La sua morte, come quella di numerosi martiri armeni, è stata una
rinascita per la Chiesa e la nazione armena. (Lettera Apostolica N.4).
Come
il battesimo del popolo armeno è stato un dono gratuito del Dio misericordioso,
così è stato anche il martirio del popolo armeno "un milione e
mezzo" una grazia unica, presente nella provvidenza di Dio per il popolo
armeno, provvidenza d’amore, di vita e di gloria, simile alla vita di Gesù,
sotto la luce della sofferenza e della risurrezione.
È un mistero divino il poter comprendere il sangue versato da questa
moltitudine innocente, ma questo si potrà leggere e capire dagli seguenti
annotazioni.
1.
Ignazio Arcivescovo Maloyan era molto devoto al Sacro Cuore di Gesù, pieno di
benevolenza e amore. Il Sacro Cuore di Gesù dimostra il volto misericordioso di
Dio Padre. Dai presenti segni attuali è grande il seguente fenomeno, spesso ci
si scorda della misericordia di Dio verso l’umanità. È importante mettere in
risalto questa fondamentale verità evangelica, annunziare, pregare e mettere in
pratica l’immensa misericordia di Dio, dal quale dipende la salvezza di tutta
l’umanità (Vedi la Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II: È grande di
misericordia..., 03.11.1980). In questi giorni è riunito a Roma il Sinodo dei
Vescovi, il tema del quale è "Vescovo, servo del Vangelo di Gesù Cristo,
per la luce nel mondo", consigliere e servo dell’immensa misericordia di
Dio. Il Vescovo Maloyan è stato veramente il pastore buono e misericordioso, la
sua beatificazione contribuirà al misericordioso regno di Dio.
2.
Il martirio rileva "la vitalità delle Chiese locali, nel terzo millennio
avveniente" (N. 37) e non può non essere annotato una circostanza
dell’ecumenismo. L’ecumenismo dei santi e martiri è il più convincente. La
voce della comunicazione dei santi è più forte delle grida delle voci
divisionali (N. 37). È importante ricordare che anche le Chiese sorelle della
Chiesa armena, sia apostolica, sia evangelica, anche loro hanno dato molti
martiri per amore di Cristo e della Chiesa.
3.
La stabilità della Diocesi armena cattolica dell’Armenia, della Georgia e
dell’Europa Orientale, 1992, e la libertà di religione nella neo-indipendente
Armenia, 1990. Tre Chiese armene hanno vissuto i settant’anni della
persecuzione comunista. Ora è arrivato il tempo che loro vivono il libero
ecumenismo e contribuiscano per la rivelazione e lo splendore della Chiesa
armena.
4.
Ignazio Arcivescovo Maloyan era membro del Clero patriarcale di Bzommar, ed era
fiero di tale appartenenza. Con lui sono stati martirizzati altri 14 membri
della Congregazione di Bzommar. Il loro martirio è un fattore per la sua
crescita e la sua innovazione.
Sono
pieno di speranza che anche gli altri martiri del 1915 un giorno siano degni al
grande onore della beatificazione, aumentando la legione dei martiri armeni,
come corona e splendore della chiesa armena e chiesa universale.
"O gloriosi e diletti martiri che vi siete battezzati nel sangue di Cristo
partecipando alla morte in croce; intercedete presso Dio a favore di tutti i
figli della Chiesa".
L'OSSERVATORE
ROMANO Domenica 7 Ottobre 2001
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