Beato Ifnazio Maloyan (1869 - 1915) Vescovo degli Armeni e martire. Osservatore Romano del 7/10/01

L'importanza del martirio nella Chiesa armena - BOUTROS MARAYATI
Arcivescovo di Alep degli Armeni, Amministratore Apostolico di Kamichlié degli Armeni

 

Se tentiamo di riassumere in una parola la storia della Chiesa Armena, non troviamo un altro attributo se non quello di "martirio". Infatti, la Chiesa armena, dalla sua nascita è sempre stata una Chiesa di martiri: cioè "martire della Chiesa" ed è sempre stata marcata con questo sigillo durante i secoli.
Il popolo armeno ha sempre avuto una venerazione particolare nei confronti dei martiri.
Ha mantenuto fedelmente la loro memoria e costruito delle chiese e delle cappelle che nel corso dei secoli si sono trasformate in santuari sacri. Gli armeni hanno costruito dei "Khatchkar" (croci incise nelle pietre) come segno del loro sacrificio e come testimonianza che il martire partecipa alle sofferenze di Cristo e con Lui risuscita come dice San Pietro Apostolo: "poiché prendete parte alle sofferenze di Cristo, rallegratevi in modo che esultiate di gioia anche al momento della sua manifestazione" (Pt 4, 13).

Il dovere della memoria
La Chiesa armena conserva memoria dei suoi martiri, che fanno parte del rango dei santi, e a loro riserva dei giorni speciali durante l’anno liturgico. Così pure (la Chiesa armena) ricorda gli eremiti, che fanno parte del rango dei martiri, perché nei giorni della pace si sono manifestati come veritieri martiri, rinunciando al mondo e dedicandosi totalmente a Cristo.
In onore dei martiri si sono composti degli (Sharakan) inni e delle antifone che si cantano sia durante la preghiera delle ore, sia nel corso della Messa.
È opportuno menzionare gli inni di S. Nerses Shnorhali che si cantano durante Arevagali.
"O gloriosi e diletti martiri che vi siete battezzati nel sangue di Cristo partecipando alla morte di croce; intercedete presso Dio a favore di tutti i figli della Chiesa".
"O amati martiri e dimore dello spirito di verità che sconfiggete i bisogni e le concupiscenze dell’anima, intercedete presso Dio per tutti i figli della Chiesa".
È confortante ricordare qui le parole di cui si servì Giovanni Paolo II nella sua Lettera Apostolica, scritta in occasione del 1700 o anniversario del battesimo del popolo armeno. "La componente del martirio è un elemento costante nella storia del vostro popolo. La sua fede rimane indissolubilmente alla testimonianza del sangue versato per Cristo e per il Vangelo. Tutta la cultura e la stessa spiritualità degli armeni sono pervase dalla fierezza per il segno supremo del dono della vita nel martirio. Vi si avvertono gli echi dei gemiti per la sofferenza subita in comunione con l’Agnello immolato per la salvezza del mondo" (N. 4, Vaticano, 2 febbraio 2001).

L'identità armena e cristiana
La Chiesa armena di oggi è invitata a rivalutare il significato profondo del martirio. Il martirio è importante per la nostra Chiesa perché in esso è condensata la nostra identità armena e cristiana. Facendo memoria dei martiri si ritorna alle sorgenti della fede e si raccoglie di essa la linfa per crescere nella nostra vita spirituale.
La Chiesa armena trova anche la sua missione nel martirio perché è chiamata a testimoniare che vale la pena di sacrificarsi per Cristo; quanto più si tagliano le foglie dalla vita e sono spremuti i grappoli, questi germoglieranno di nuovo e daranno frutto perché sono fondati su Cristo.
Se la Chiesa armena dà tanta importanza al martirio, è perché è consapevole che la testimonianza-sacrificio è il miglior propulsore per il movimento ecumenico.
I nostri martiri del XX secolo ci invitano all’unità perché loro erano un tutt’uno durante l’immolazione: qui infatti non c’era distinzione tra armeno apostolico o cattolico o protestante. Loro furono immolati perché erano cristiani e perciò non appartengono a nessuna comunità o dottrina se non alla Chiesa Universale.
Oggi, la Chiesa armena rende grazie a Dio perché ha scelto tanti martiri dalla nazione armena per morire per "il nome di Cristo" (Atti degli Apostoli 5, 41) e oggi godono la divina beatitudine come è scritto nel libro dell’Apocalisse" (Ap 7, 14 e 17).

Un dono da riscoprire
La Chiesa armena chiede ai suoi fedeli che si ricordino del loro passato e siano fieri di appartenere ad un popolo battezzato con il sangue di Cristo. Conservare la memoria dei martiri è uno stimolo per mantenere il deposito sacro e un dono per capire bene il messaggio evangelico.
La Chiesa armena chiede ai suoi figli di tramandare alle nuove generazioni il senso dell’eroica immolazione dei loro antenati e di essere fedeli a Cristo. Il passato non si deve dimenticare, non per nutrire rancori e vendette, bensì per mantenere viva la memoria di coloro che hanno scelto di morire per la verità e la giustizia.
Infine, la Chiesa armena chiede ai suoi figli di avvalorare il sangue versato dei martiri e di rinnovare la loro fede in Cristo soprattutto in questo secolo dove nuove sfide e nuove correnti li stanno allontanando dal Vangelo di Cristo.
L’appello del Santo Padre al Popolo Armeno è ancora risuonante: "Popolo armeno, mantieni il tuo sguardo su Cristo che è la vita, la verità e la via. Egli è la speranza che non delude, la luce che dissipa le tenebre del male. Cristo guida i tuoi passi, non aver paura" (dall'omelia pronunciata da Giovanni Paolo II nella Basilica di San Pietro in occasione della Messa del 1700° anniversario del battesimo dell’Armenia, 18/02/2001).

 

Ucciso nel giorno del Sacro Cuore - GEORGES KHAZOUMIAN

Il 6 aprile 1915, martedì di Pasqua, arrivò da Istanbul una notizia incredibile: il Sultano aveva attribuito a Monsignor Maloyan un Firmano Imperiale e un'alta onorificenza. Alcune settimane dopo Monsignor Maloyan cominciò però a preoccuparsi per le notizie che giungevano sugli altri Vescovi armeni della regione. Perse il sonno ma mantenne il silenzio, pazientemente. Nascondeva i segni della paura e mostrava coraggio. In attesa, pregava e cercava di convincersi che quello che temeva non sarebbe accaduto. Tuttavia, il piano machiavellico non tardò ad essere messo in atto. Giovedì 22 aprile, un notabile siriano cattolico mise in guardia i cristiani di Mardine. Il 30 aprile un gruppo di soldati circondò la chiesa degli armeni cattolici e poi la perquisì. Dalla stanza di Monsignor Maloyan portarono via lettere, registri e manoscritti.

Dopo questa perquisizione, Monsignor Maloyan ritenne di non avere più il diritto di nascondere ai suoi sacerdoti ciò che aveva dentro. Dopo un lungo resoconto dei massacri perpetrati nei villaggi cristiani, Monsignor Maloyan raccomandò ai suoi sacerdoti di pregare, di restare saldi nella fede e di rafforzarla.

Quel mattino lo zelante Monsignor Maloyan prese la penna. Con la sua mano benedetta scrisse una nobile lettera che meriterebbe di essere stampata in lettere d'oro e che conteneva la profezia di ciò che sarebbe accaduto.

"Vi esortiamo prima di ogni altra cosa a fortificare la vostra fede fondata sulla roccia di San Pietro e a rafforzare la vostra speranza nella Santa Croce... Da dove proviene questo grande desiderio di vedere il nostro sangue, di noi peccatori, mescolato con il sangue degli uomini giusti e puri? Se i disegni dell'Altissimo si attuano in noi, qualunque sia il modo, mediante la deportazione o il martirio... io m'impegno nell'obbedienza totale al capo della Chiesa di Dio, il Santo Pontefice Romano. Il mio auspicio più grande è di vedere il mio clero e il mio gregge seguire il mio esempio e restare sinceramente docili agli ordini della Sede Apostolica. Vi affido a Dio, amati figli, e vi chiedo di pregare Dio affinché mi dia la forza e il coraggio di vivere questa vita peritura nella sua grazia e nel suo amore fino all'effusione del sangue".

Poco dopo iniziarono gli arresti. Le persone arrestate furono prima condotte in catene e poi fucilate. Alcuni notabili dissero al Vescovo che l'avrebbero aiutato a valicare la frontiera e a dirigersi verso le montagne di Sinjar. Ma lui rispose: "Il Pastore non può lasciare il suo gregge per avere salva la vita". Tale proposta gli venne fatta da un gruppo di cristiani di un villaggio vicino a Mardine, famosi per il loro coraggio. Il Vescovo rispose loro: "Noi abbiamo accettato l'abito ecclesiastico per stare a capo dei nostri fedeli, ovunque essi siano. Noi siamo pronti a esercitare i nostri doveri verso Nostro Signore e i nostri fedeli, se necessario fino alla morte".

Martedì mattina, all'inizio di giugno, si diresse alla Chiesa dei siro-cattolici per fare visita a un suo caro amico, Monsignor Gabriel Tappouni. Gli affidò la cura dei sopravvissuti della sua cara comunità, poi lesse la sua ultima lettera del primo maggio in presenza dei Padri Domenicani, quindi la piegò e la consegnò al suo amico dicendo: "Custodisci questo documento. Conserva il mio gregge finché potrai".

Il Vescovo Tappouni e i tre Padri si misero a incoraggiarlo e a consolarlo, infondendogli speranza. Ciò però non impedì al Prelato di dire loro: "So con assoluta certezza che condanneranno me e le mie pecorelle a subire la sofferenza e la morte. Mi aspetto che mettano le mani su di me e sui miei figli un giorno o l'altro... Per questo sono venuto oggi a dirvi addio e ad affidarvi a Dio... Pregate per me. Credo che sia l'ultima volta che ci vediamo. Addio miei cari". Il dolore invase allora il cuore dei presenti. Le lacrime scesero sui loro volti. Il venerabile prelato disse loro: "Il Signore Dio ci ha riservato questo giorno. Egli è capace di armarci dell'elmo della salvezza". Dopo aver detto addio a Monsignor Tappouni, il Vescovo Maloyan fece lo stesso con Monsignor Israël Audo, Vescovo caldeo, poi tornò commosso alla sua residenza. Subì il martirio, come aveva predetto, con 416 fedeli del primo convoglio.

 

Il sangue dei martiri è seme per i cristiani- ANDREA AMBROSI, Postulatore

 

Quarto di otto figli, Mons. Maloyan nasce a Mardin, nel 1869, probabilmente il 19 aprile; i genitori lo battezzarono il giorno successivo e gli imposero il nome di Choukrallah. La sua era una famiglia armena di condizioni modeste, ma cattolica e di provata pietà, tra l’altro pure la mamma subì il martirio il 16 luglio 1915, appena un mese dopo il martirio del figlio Arcivescovo e di un altro figlio, Frathallah, tutti e tre uniti nella confessione della stessa fede. Appalesata una solida quanto precoce vocazione religiosa, venne inviato in Libano, nel convento di Nostra Signora di Bzommar, dove seguì i suoi studi fino all’ordinazione sacerdotale che avvenne proprio il giorno del Corpus Domini del 1896: in tale occasione assunse il nome di Ignazio desiderando imitare s. Ignazio di Antiochia nel diffondere il messaggio cristiano e nella testimonianza del martirio.

Dopo un anno e mezzo di permanenza a Bzommar, dove si distinse per pietà e cultura, viene inviato ad Alessandria d’Egitto, dove spiega con successo un intenso lavoro pastorale e fa una notevole opera di riconciliazione tra appartenenti a diverse religioni. Nominato poi Vicario patriarcale in Egitto, verso la fine di settembre 1901 si trasferisce al Cairo, dove non resterà a lungo dato che, richiesto dal Patriarca di Costantinopoli, raggiunge l’alto Prelato rimanendone al fianco per nove mesi in qualità di suo segretario.

Dimessosi Mons. Hursig Gulian da Arcivescovo di Mardin, subito venne invocata da gran parte del popolo la nomina di Mons. Maloyan, il quale era molto stimato pure da parte del clero e dallo stesso Delegato Apostolico della Mesopotamia, Mons. Drure, era ritenuto il successore naturale di Mons. Gulian.

Il 22 ottobre 1911, all’indomani della chiusura del Sinodo tenuto a Roma, per le mani del Patriarca Paul-Pierre XIII Terzian e di altri Vescovi consacranti, Ignazio Maloyan ricevette la consacrazione episcopale e il 10 dicembre insieme agli altri Padri sinodali, fu ricevuto in udienza da s. Pio X, il quale, come prevedendo imminente la catastrofe, aggiunse alle note della Chiesa armena, una, santa, cattolica, quella di perseguitata.

Preso possesso della Diocesi il 5 maggio 1912, iniziò subito la visita ai villaggi della sua comunità. Ma la malattia alle vie respiratorie nel marzo del 1913 lo costrinse a recarsi per cure prima in Egitto e poi a Padova, dove venne sottoposto ad intervento chirurgico; convalescente, si recò a Roma, ricevuto in udienza da s. Pio X; quindi il ritorno a Mardin nell’agosto del 1913. L’anno dopo gli eventi, dal punto di vista politico,

precipitavano. L’entrata in guerra della Turchia il 3 agosto 1914 al fianco della Germania e dell’Austria contro la Russia, Francia e Inghilterra, causò la mobilitazione generale, cui si dimostravano renitenti gli Armeni, dandosi alla macchia, ciò che diede motivo ai funzionari turchi di perquisire e terrorizzare le famiglie dei richiamati alle armi. Vittime delle angherie erano soprattutto le donne. Contro queste angherie protestarono, ma invano, i due Prelati cattolici di Mardin, Mons. Tappouni e Mons. Maloyan.

Eppure i Vescovi, proprio per evitare più gravi disagi ai fedeli, avevano aderito alla richiesta del governo di persuadere il popolo a contribuire all’approvvigionamento dell’esercito con l’invio di grano; avevano inoltre espresso in quella difficile congiuntura della guerra la loro lealtà al governo, ragione per cui il martedì di Pasqua (6 aprile) del 1915 il Sultano, in segno di gratitudine, inviò da Istanbul a Mons. Maloyan un firmano imperiale ed un’alta decorazione ottomana.

Ma ormai era la polizia, capeggiata da uomini della setta nazionalista dei "Giovani Turchi", che si imponeva al governo e che, scavalcandolo, aveva deciso il massacro degli Armeni. Mamdouh Bey, il famigerato capo della polizia turca, così risponderà al servo di Dio, quando questi, in un drammatico faccia a faccia dopo la cattura, gli contesterà il diritto di usare violenza a un capo religioso come lui, riconosciuto tale dal governo, e dal Sultano ritenuto degno di un firmano imperiale e di un’alta decorazione d’onore: "Oggi è la spada che prende il posto del governo. La tua decorazione e il tuo firmano non servono a nulla".

Il 1° maggio 1915, poiché il giorno precedente era stata perquisita da una banda di soldati la chiesa degli Armeni nella vana ricerca di armi e cannoni, Mons. Maloyan stimò opportuno, anche in base a informazioni su quanto stava avvenendo nelle altre Diocesi armene, non nascondere ancora al suo clero l’incombente catastrofe, rendendo noto il suo testamento spirituale nel quale, oltre ad esortare il suo gregge ad essere fedele alla Santa Sede e forte nella fede, dichiarava, come già accennato, la sua lealtà nei confronti del governo e affidava, nell’eventualità della sua deportazione e martirio, l’amministrazione della Diocesi al sacerdote Ohannés Potourian e a due suoi coadiutori e, in caso di esilio di questi tre sacerdoti, al Vescovo siriano Mons. Tappouni.

A Mardin infatti la persecuzione, come aveva previsto nella sua chiaroveggenza il Servo di Dio, era già in atto. Il mese di maggio 1915 fu un mese di terrore per le persecuzioni, arresti ed uccisioni di inermi cittadini ad opera dei feroci soldati "Khamsines", banda di massacratori, chiesta dal capo della polizia Mamdouh ai Leaders di Mardin, i quali gli misero a disposizione circa 500 uomini di provata crudeltà, gente senza pietà, senza compassione e senza alcun timor di Dio. Ma alla proposta di alcuni Notabili di cercare riparo tra le montagne di Sinjâr l’intrepido Vescovo replicava: "Il pastore non può abbandonare le sue pecore per aver salva la vita".

Al fine di giustificare pubblicamente l’arresto di Mons. Maloyan, Mamdouh aveva costretto un giovane armeno, certo Sarkis, cattolico, del villaggio di Tell Armen, a dichiarare di aver trasportato nell’episcopio armeno 25 fucili e 5 bombe. Essendosi rifiutato di firmare il falso documento, che era stato fatto preparare dal capo della polizia, Sarkis fu imprigionato e poco dopo ucciso. Malgrado ciò, quando la sera del 3 giugno il Servo di Dio fu tratto in arresto e condotto al Serraglio, il perfido Mamdouh gli contestò il possesso delle armi, leggendogli proprio la pretesa accusa del povero Sarkis, che il sanguinario poliziotto aveva già ucciso.

L’interrogatorio di Mons. Maloyan ebbe fasi drammatiche, perché il Vescovo riusciva a sventare con facilità le false accuse di detenzione di armi e di connivenza con la Russia. Come a togliere dall’imbarazzo il contrariato e incollerito Mamdouh, uno dei funzionari intervenne, proponendo all’Arcivescovo di abbracciare l’islamismo se voleva salva la vita; al netto rifiuto seguirono atroci torture, che continuarono per tutta la notte nella cella in cui il Servo di Dio fu trascinato e dove rimase a languire fino al 10 giugno, riuscendo però ad avere il conforto dell’assoluzione, che gli fu impartita dal P. Boulos Saniour, il quale stava in una cella vicina e aveva sentito la sua richiesta fatta a gran voce.

Commovente l’addio all’anziana madre, che il servo di Dio poté abbracciare nella notte del 9 giugno. La notte del 10 i feroci soldati furono impegnati a legare l’uno all’altro i prigionieri con catene e con funi. Alla partenza si contarono 417 deportati, tra clero, vecchi e giovani, armeni, siriani, caldei e protestanti, tutti ammassati nel primo convoglio (se ne stavano approntando altri due) diretto a Diarbérkir per lavori di riparazione delle strade. Ma quando il convoglio giunse ad Ain Omar Agha, e Mamdouh ne separò una decina, facendo credere che li avrebbe liberati, l’Arcivescovo capì subito che quel primo gruppo veniva mandato al massacro e che la stessa sorte sarebbe subito toccata al resto del convoglio.

Ottenuto perciò da Mamdouh il permesso di parlare ai suoi fedeli, dopo averli esortati a non temere la morte, preso del pane, lo consacrò e, impartita l’assoluzione generale e l’indulgenza plenaria, lo distribuì in un’atmosfera paradisiaca che avvolse come una nube luminosa e profumata quei campioni della fede, i quali poco dopo vennero sgozzati come agnelli al macello dai soldati Khamsines. Rimaneva ancora in vita solo il Servo di Dio che, avendo rifiutato un nuovo invito di Mamdouh ad abbracciare la fede musulmana, venne da lui ucciso con colpi di pistola, mentre il Vescovo Martire si affidava al Signore pregando. Significativamente colse la palma del martirio l’11 giugno 1915, festa del Sacro Cuore.

 

"Fortificate la vostra fede fondata sulla Roccia di Pietro" - JOSEPH ARNAOUTI
Esarca Patriarcale di Damas degli Armeni e Vescovo emerito di Kamichlié

 

È pieno di significati e provvidenziale, che la beatificazione del martire Ignazio Arcivescovo Maloyan, coincida con il 1700° anniversario della cristianizzazione del popolo armeno.

Nel 301, con il battesimo del popolo armeno, Gesù Cristo si è misticamente "armenizzato" ed il popolo armeno si è "cristificato", "si è rivestito di Cristo" (Gal 3, 27). La nazione armena è arricchita ed il suo bel volto è diventato splendente, perché il battesimo è diventato un evento radicale, dinamico e forza movente allo stesso tempo.
Battesimo significa testimonianza della fede e della vita cristiana e martirio, battesimo di acqua e sangue.

S.S. Giovanni Paolo II, nella Lettera Apostolica pubblicata in occasione del 1700 o anniversario del battesimo dell’Armenia scrive così: "La predicazione della buona Novella e la conversione dell’Armenia sono anzitutto fondate sul sangue dei testimoni della fede. Le sofferenze di Gregorio e il martirio di Hripsime e delle sue compagne mostrano come il primo battesimo dell’Armenia sia proprio quello del sangue" (N. 4) e il Santo Padre aggiunge: "La componente del martirio costituisce un elemento costante nella storia del vostro popolo. La sua fede rimane indissolubilmente legata alla testimonianza del sangue versato per Cristo e per il vangelo" (N. 4). Spesso sono ripetuti eventi simili. Dalla fine del XIX sec. Ai primi anni del XX sec. i massacri subiti dagli armeni sono arrivati al loro apogeo nel 1915, agli eventi tragici, quando il popolo armeno è stato costretto a subire violenze inaudite, le cui conseguenze sono ancora visibili nella diaspora, e di cui molti dei suoi figli sono stati vittime. Lo stesso Santo Padre nella sua Lettera Apostolica Tertio Millennio adveniente pubblicata il 10.10.1994 nota lo stesso fenomeno e lo universalizza dichiarandolo (N. 37).

Nel rango di questi martiri Ignazio Arcivescovo Maloyan ha un posto privilegiato. Nato a Mardin nel marzo del 1869, entra in seminario del convento di Bzommar (Libano) nel 1883 ed ivi rimane fino al 1895. Ordinato sacerdote il 7 luglio del 1896 come membro della congregazione Patriarcale di Bzommar. Pratica l’apostolato in Egitto dal 1897 al 1910, ed il 22.10.1911 a Roma è consacrato Vescovo per la Diocesi (o eparchia) di Mardin. Le deportazioni iniziano ai primi di giugno del 1915. Anche l’Arcivescovo Maloyan viene catturato, con lui una moltitudine di fedeli religiosi e laici.

Sentendo avvicinarsi la fine tragica, il buon pastore esplora incoraggiando i fedeli, consacra il pane e i sacerdoti comunicano i fedeli.
Il Vescovo parla al capo dei deportatori Mamouh Bey e dice: "Noi rimaniamo fedeli al governo, ma il rinnegamento di Cristo non lo accettiamo mai, mai, mai".
I sacerdoti e il popolo ripetono insieme "mai..."

Dopo il massacro dei fedeli, caricano l’Arcivescovo su un cavallo e lo portano in un posto lontano dove gli sparano. Colpito al collo cade a terra dicendo: "Dio mio abbi pietà di me, nelle tue mani affido il mio Spirito". Maloyan aveva 46 anni ed era Vescovo da 4 anni. Era un venerdì: 11 giugno 1915.
Il Vescovo Ignazio è caduto come un martire, ma è caduto vittorioso come Gesù Cristo. La sua morte, come quella di numerosi martiri armeni, è stata una rinascita per la Chiesa e la nazione armena. (Lettera Apostolica N.4).

Come il battesimo del popolo armeno è stato un dono gratuito del Dio misericordioso, così è stato anche il martirio del popolo armeno "un milione e mezzo" una grazia unica, presente nella provvidenza di Dio per il popolo armeno, provvidenza d’amore, di vita e di gloria, simile alla vita di Gesù, sotto la luce della sofferenza e della risurrezione.
È un mistero divino il poter comprendere il sangue versato da questa moltitudine innocente, ma questo si potrà leggere e capire dagli seguenti annotazioni.

1. Ignazio Arcivescovo Maloyan era molto devoto al Sacro Cuore di Gesù, pieno di benevolenza e amore. Il Sacro Cuore di Gesù dimostra il volto misericordioso di Dio Padre. Dai presenti segni attuali è grande il seguente fenomeno, spesso ci si scorda della misericordia di Dio verso l’umanità. È importante mettere in risalto questa fondamentale verità evangelica, annunziare, pregare e mettere in pratica l’immensa misericordia di Dio, dal quale dipende la salvezza di tutta l’umanità (Vedi la Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II: È grande di misericordia..., 03.11.1980). In questi giorni è riunito a Roma il Sinodo dei Vescovi, il tema del quale è "Vescovo, servo del Vangelo di Gesù Cristo, per la luce nel mondo", consigliere e servo dell’immensa misericordia di Dio. Il Vescovo Maloyan è stato veramente il pastore buono e misericordioso, la sua beatificazione contribuirà al misericordioso regno di Dio.

2. Il martirio rileva "la vitalità delle Chiese locali, nel terzo millennio avveniente" (N. 37) e non può non essere annotato una circostanza dell’ecumenismo. L’ecumenismo dei santi e martiri è il più convincente. La voce della comunicazione dei santi è più forte delle grida delle voci divisionali (N. 37). È importante ricordare che anche le Chiese sorelle della Chiesa armena, sia apostolica, sia evangelica, anche loro hanno dato molti martiri per amore di Cristo e della Chiesa.

3. La stabilità della Diocesi armena cattolica dell’Armenia, della Georgia e dell’Europa Orientale, 1992, e la libertà di religione nella neo-indipendente Armenia, 1990. Tre Chiese armene hanno vissuto i settant’anni della persecuzione comunista. Ora è arrivato il tempo che loro vivono il libero ecumenismo e contribuiscano per la rivelazione e lo splendore della Chiesa armena.

4. Ignazio Arcivescovo Maloyan era membro del Clero patriarcale di Bzommar, ed era fiero di tale appartenenza. Con lui sono stati martirizzati altri 14 membri della Congregazione di Bzommar. Il loro martirio è un fattore per la sua crescita e la sua innovazione.

Sono pieno di speranza che anche gli altri martiri del 1915 un giorno siano degni al grande onore della beatificazione, aumentando la legione dei martiri armeni, come corona e splendore della chiesa armena e chiesa universale.
"O gloriosi e diletti martiri che vi siete battezzati nel sangue di Cristo partecipando alla morte in croce; intercedete presso Dio a favore di tutti i figli della Chiesa".

L'OSSERVATORE ROMANO Domenica 7 Ottobre 2001