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Ilenia Santin | Yerevan
L'Armenia ha celebrato il ventennale
dell'indipendenza in un'atmosfera di forte divisione interna. L'ex presidente
Ter-Petrosyan ha declinato l'invito dell'attuale presidente Sargsyan a
partecipare alle manifestazioni ufficiali, organizzando una commemorazione
alternativa. Il resoconto della nostra corrispondente
Il 21 settembre scorso si sono tenute a Yerevan le
celebrazioni per il ventesimo anniversario dell’indipendenza dell’Armenia
dall’Unione Sovietica. La cerimonia ufficiale, conclusasi con un’imponente
parata militare per le strade della capitale e un concerto in Piazza della
Repubblica, ha visto la partecipazione di ospiti internazionali e autorità
armene, ad eccezione dei due ex presidenti, Levon Ter-Petrosyan e Robert
Kocharyan.
Entrambi avevano ricevuto l’invito a presenziare
alla cerimonia dall’attuale presidente Sargsyan, il cui gesto aveva suscitato
vari commenti. “Questi inviti – ha sottolineato il portavoce del partito
Repubblicano armeno Eduard Sharmazanov a
Radio Liberty Armenia il 16 settembre scorso – dimostrano che il Paese è
governato da un presidente e da una forza politica che danno precedenza allo
Stato e alle idee nazionali: stiamo percorrendo la strada del consolidamento
della nazione e crediamo che le feste nazionali siano un’opportunità per tale
unità”. L’iniziativa è stata commentata positivamente anche dal direttore del
Regional Studies Center (RSC), Richard Giragosian, che il 19 settembre aveva
dichiarato al network
Epress.am che “l’invito di Sargsyan […] è stata una mossa simbolica e
importante. Come Ter-Petrosyan e Kocharyan rispondano, sarà un loro problema o
un’opportunità per loro”.
La scelta di Ter-Petrosyan
Mentre Kocharyan ha declinato l’invito perché
“momentaneamente fuori dal Paese”, Ter-Petrosyan ha scelto di celebrare il
giorno dell’indipendenza con i suoi sostenitori, poiché “l’Armenia è governata
da un regime cleptocratico”, ha dichiarato al network
Armenialiberty il 21 settembre. Durante la commemorazione alternativa, l’ex
presidente ha accusato il governo di aver “distrutto” l’indipendenza nazionale:
“L’Armenia è fortemente dipendente dalle potenze straniere. Sfortunatamente,
vent’anni dopo il ripristino dell’indipendenza, […] dobbiamo riconquistarcela
perché le persone che oggi governano il Paese non si sentono indipendenti,
continuano a considerarsi schiavi degli stranieri. L’Armenia – ha concluso il
leader dell’Armenian National Congress (ANC) – non sarà veramente indipendente
finché governata da Serzh Sargsyan”.
Per Giragosian, invece, il problema è che
l’attuale governo dipende fortemente dagli oligarchi. Questi ultimi, ha
commentato Giragosian ad
Armenianow alla vigilia dell’anniversario, “evadendo le tasse, sono
diventati la minaccia numero uno per lo Stato”. Per quanto riguarda il dialogo
tra governo e opposizione, l'analista ha affermato che “le decisioni di oggi si
rifletteranno sulle generazioni future. […] Si possono vedere tendenze positive
nel dialogo tra opposizione e autorità, ma il punto è se questo sia troppo poco
e troppo tardi”.
Le vicende alterne nei rapporti tra l’opposizione
e l’amministrazione Sargsyan contribuiscono a confermare lo scetticismo
dell’esperto.
Da un lato, l’opposizione parlamentare
rappresentata dal partito Eredità ha ricominciato a partecipare alle sedute
dell’Assemblea Nazionale. I deputati dell’Eredità non partecipavano alle sedute
del Parlamento dallo scorso 28 febbraio, quando avevano abbandonato l’aula in
segno di protesta per l’accordo tripartito del 17 febbraio, con cui Sargsyan si
era garantito l’appoggio dei due alleati di governo – “Armenia Prospera” (BHK) e
“Orinats Yerkir” – alle presidenziali del 2013. Dopo mesi di boicottaggio, il 13
settembre i cinque deputati del Partito hanno fatto il loro ingresso in aula per
partecipare alla prima seduta della sessione autunnale dell’Assemblea Nazionale.
La Segretaria del Partito, Larisa Alaverdyan, ha letto una dichiarazione in cui
annunciava che “i cinque deputati hanno deciso di concludere la protesta […]
poiché gli armeni si sono finalmente convinti della necessità di cambiamenti
sistemici e di un completo cambio di regime nel Paese. Questo rende il patto
della coalizione di governo irrilevante a fini elettorali”, ha concluso la
Alaverdyan.
Il presidente del Parlamento, il repubblicano
Hovik Abrahamyan, ha commentato positivamente la decisione del partito: “In
molteplici occasioni ho esortato i rappresentanti a partecipare ai lavori
dell’Assemblea e sono felice che siano tornati”, ha riportato Armenialiberty il
13 settembre.
Una nuova campagna di disobbedienza civile
Restano invece tesi i rapporti con l’opposizione
extraparlamentare a causa della detenzione di un giovane attivista dell’ANC. Lo
scorso 9 agosto, sette attivisti del partito di Ter-Petrosyan erano stati
arrestati dopo uno scontro con la polizia. Secondo la dichiarazione dell’ANC, i
sette giovani, dopo aver “cercato di fermare alcuni poliziotti che volevano
verificare arbitrariamente l’identità di altri giovani che passeggiavano per il
centro”, erano stati picchiati e condotti alla stazione di polizia.
Diversa la versione ufficiale resa dal capo della
polizia, Alik Sargsyan, durante la conferenza stampa dell’11 agosto: “La
violenta disputa è sorta dopo che alcuni poliziotti avevano ripreso un passante
con un cane senza museruola. Tigran Arakelyan, uno dei leader dei giovani dell’ANC,
e altri attivisti, si sono avvicinati agli agenti, iniziando a insultarli e
provocando una rissa”. Mentre gli altri sei sono stati rilasciati nei giorni
successivi, su Arakelyan pende tuttora l’accusa di aggressione a pubblico
ufficiale e teppismo, e rischia fino a dieci anni di reclusione. In segno di
protesta, il 26 agosto l’ANC ha sospeso il dialogo col governo: “L’esistenza di
prigionieri politici rende impossibile la continuazione del dialogo, che verrà
ripreso con la liberazione di Arakelyan”, si legge nel comunicato emesso dall’ANC
il 26 agosto. Secondo l’opposizione, Arakelyan resta in carcere “contrariamente
alle rassicurazioni fornite dal governo: le autorità dimostrano di non essere
pronte a costruire relazioni fondate sulla fiducia e mettono in discussione
qualsiasi possibilità di accordo su questioni di politica interna”. “Tale
atteggiamento non significa che l’ANC detta le condizioni – ha subito ribattuto
David Harutiunyan, rappresentante del governo al tavolo dei negoziati, ad
Armenialiberty – ma che all’ANC manca la volontà politica di continuare
correttamente questo processo”.
Oltre alla sospensione degli incontri,
Ter-Petrosyan ha avviato una campagna di “disobbedienza civile”. Il 9 settembre,
un mese dopo l’arresto dei sette attivisti, l’ANC è tornato in piazza per
chiedere il rilascio dell’unico giovane ancora detenuto: “Se Arakelyan verrà
liberato nei prossimi giorni torneremo al tavolo dei negoziati; altrimenti, il
dialogo resterà in sospeso e saremo costretti a parlare alle autorità con un
altro linguaggio […] quello delle manifestazioni più frequenti e della
mobilitazione in massa del popolo affinché si arrivi ad elezioni anticipate”, ha
ammonito Ter-Petrosyan dal palco in Piazza della Libertà. Nella successiva
manifestazione del 23 settembre il leader dell’ANC ha reiterato le richieste,
dichiarandosi però pronto a scendere a patti sulle elezioni anticipate:
“ovviamente sappiamo che sono difficili da conquistare perciò […] siamo pronti a
prendere sul serio qualsiasi compromesso ragionevole da parte delle autorità”.
L’ex presidente ha confermato la continuazione delle manifestazioni – la
prossima il 30 – e assicurato “una svolta seria nella crisi politica armena tra
settembre e ottobre”. |