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Pubblichiamo
il testo dell’intervento del giornalista e saggista Carlo Panella apparso sul
suo sito ; e la risposta che il Consiglio per
la
Comunità
armena di Roma ha ritenuto dover immediatamente dare ad affermazioni allineate
al peggiore negazionismo turco.
Orrida
pulizia etnica, non ''genocidio'' armeno
In
occasione della visita di Benedetto XVI° in Turchia, è bene ritornare su un
tema forte della polemica di questi mesi tra Francia e Turchia stessa: quella
legge che condanna a anni di prigione chiunque neghi il genocidio armeno. Il
punto sulla vicenda è però che non vi è stato alcun genocidio degli armeni.
Questa tesi –che fa tanto scandalo da meritare la galera in Francia- è
assolutamente lecita , tanto che è sostenuta –tra gli altri- da uno studioso
di fama mondiale, insospettabile di qualsiasi parzialità verso i turchi come
Bernard Lewis. Il più noto islamista vivente, però, due anni fa è stato
condannato da un tribunale francese alla pena simbolica di un euro (se passasse
le legge presentata dai socialisti francesi la multa salirebbe a ben 450.000
euro) per averla sostenuta e dimostrata in libri e conferenze. Lo scandalo della
legge votata giorni fa, in prima lettura, dal parlamento francese non sta dunque
solo nella indegna sua motivazione elettorale (il voto di 500.000 francesi di
origine armena, tra i quali moltissimi opinion maker e la chiamata alle armi
contro l’ingresso della Turchia nell’Ue), né nella concezi0one statolatria
di una storia imposta a suon di tribunali e di reclusione. Lo scandalo è più
profondo e infido, riguarda proprio il merito storico della questione e si gioca
tutto sulla differenza tra genocidio, massacro e pulizia etnica.
La Turchia
di oggi infatti è allineata alla evidenza storica condivisa da tutti e ammette
il massacro di centinaia di migliaia di armeni (sostiene che sono “solo”
350.000, contro il milione e mezzo contestato), ma si arrocca dietro la tesi
storicamente forte, molto forte, di una motivazione di quella strage legata alla
dinamica della guerra e rifiuta non l’eccidio, ma la sua definizione. Non
genocidio, ma massacro. Una differenza abissale dietro cui si gioca l’onore di
un popolo (non di un regime, perché nulla lega al regime al potere nel 1914
la Turchia
contemporanea, che risorse, grazie a Kemal Ataturk, proprio dalla sua
ingloriosa fine).
Avere commesso un genocidio macchia infatti la storia di un popolo, anche se il
regime che l’ha commesso è stato abbattuto da un altro che infine è sfociato
nella democrazia.
La Turchia
di oggi rifiuta dunque non il massacro, ma la sua definizione: genocidio.
Rifiuta il peso della vergogna storica di questa colpa. E ha molte ragioni dalla
sua.
Su questo punto si fa molta confusione e con ragioni non limpide, perché
genocidio, inevitabilmente, si confonde con Shoà e molti inflessibili
proclamatori del genocidio armeno sono ben lieti di dimostrare, per questa
strada contorta, che in fondo gli ebrei hanno subito la stessa sorte di decine
di altri popoli, annullando così la portata apocalittica della “soluzione
finale” e Ahmadinejad si frega le mani.
Sei milioni di ebrei furono sterminati solo e unicamente perché ebrei, perché
“razza inferiore”. Un genocidio motivato da una orribile ideologia razzista
di origine darwiniana.
350.000 o un milione e mezzo di armeni, invece, ripetiamo, invece, furono
massacrati dai “Giovani Turchi” su ordine di Talaat e Enver pascià, non
perché armeni, perché “razza inferiore” o perché cristiani, ma perché
lottavano –del tutto legittimamente peraltro- per la vittoria della Russia
cristiana che stava combattendo nella prima guerra mondiale contro l’Impero
Turco. Molte prove suffragano questa tesi, non ultimo il fatto che proprio gli
armeni di Istanbul, alcune decine di migliaia, non furono uccisi, non furono
perseguitati, furono catturati e uccisi 2.500 armeni della città che
costituivano la leadership della comunità e che indubbiamente parteggiavano per
il “nemico russo” (a Berlino e in Germania, invece, non rimase un solo ebreo
vivo, uno). Centinaia di migliaia di armeni delle province ottomane occidentali
non furono toccati. Furono deportati e morirono 1.500.000 –o 350.000- armeni
che abitavano a ridosso del fronte con
la Russia
e che parteggiavano –ripetiamo, del tutto legittimamente- per il nemico della
Turchia. La tesi forte della Turchia di oggi è dunque che quella fu una
colossale “pulizia etnica”, le cui motivazioni non stavano nella volontà
“a priori” di sterminare il popolo armeno, ma nel disegno – efferato- di
impedire che quel popolo agisse come formidabile “quinta colonna” a
vantaggio dell’esercito zarista.
Non quindi un “genocidio”, non l’uccisione di “armeni perché armeni”,
ma un massacro dalle motivazioni identiche a quello dei ceceni, dei tedeschi,
degli inguscezi e di tanti altri popoli massacrati in trasferimenti forzati
ordinati da Stalin durante la seconda guerra mondiale. Due milioni furono i
civili tedeschi sterminati dall’Armata Rossa tra il 1945 e il 1946, mentre
Isaac Deutscher inveiva contro “le madri tedesche che rimpiangeranno di avere
partorito”. Anche i sovietici, i russi, si macchiarono della colpa di
genocidio? Se questa accusa vale per i turchi nei confronti degli armeni, non vi
è alcuna ragione storica, politica o morale perché non valga nei confronti dei
sovietici che massacrarono milioni di tedeschi altrettanto inncocenti.
Di più: Enver e Talaat pascià ordinarono l’esodo degli armeni, ma il
massacro, materialmente, fu compiuto essenzialmente da bande di curdi e non vi
è affatto certezza storica documentale che quei predatori obbedissero a ordini
o a una esplicita “intelligenza” con Istanbul.
Tanto basta per capire che oggi vi è solo necessità di un lavoro storico
serio, di una “operazione verità” che non indulga in condanne strumentali.
Se
la Francia
, se l’Europa avessero il senso della storia, se non si perdessero in
politiche di piccolo cabotaggio elettorale che le portano ora a negare che le
sue radici storiche si fondano nel cristianesimo, ora a sbandierare il
“genocidio” dei cristiani armeni per vincere competizioni presidenziali, si
farebbero carico di una mediazione tra
la Repubblica
di Armenia e Repubblica di Turchia affidata a un serio lavoro di ricostruzione
storica.
Sa di follia la posizione di chi, come il parlamento francese, depreca la
“guerra di civiltà”, intralcia ogni e qualunque politica a fronte
dell’islamismo marciante, tace a fronte delle minacce di morte a Robert
Baedeker e poi scatena l’elettorato, a ridosso delle urne, all’insegna del
prodiano “mamma li turchi”.
La tragedia armena merita altro rispetto.
egregio
dottor Panella,
abbiamo
avuto letto il suo intervento del 26 dal titolo “ Orrenda pulizia etnica, non
genocidio armeno” sui cui contenuti ci permettiamo di dissentire
completamente.
Non
entriamo nel merito dell’opportunità della legge francese che punisce il
negazionismo del Genocidio armeno; anche se, rileviamo, analoga disposizioni –
riguardanti l’Olocausto ebraico - sono presenti nella legislazione di
molti stati e non suscitano, ovviamente, alcuna indignazione.
La Sua
ricostruzione delle vicende storiche che portarono al Genocidio appoggia
- e senza neppure essere sfiorata dall’ombra del dubbio, se non nella generica
condanna finale – le più odiose tesi turche che, dopo aver inizialmente
negato persino l’esistenza degli armeni stessi, oggi sposano la
improbabile teoria della “guerra civile”.
Le
sarebbe bastato documentarsi sulle numerose pubblicazioni, anche italiane, che
affrontano l’argomento o semplicemente visitare l’Armenia (non
l’attuale Repubblica Armena, ma l’Armenia storica dove vivevano oltre due
milioni di armeni fisicamente eliminati dalla loro patria) nella quale non
riuscirà più a trovare neppure una traccia della millenaria presenza di
questo nobile popolo.
Non
è questa la sede – ne lo vogliamo – per addentrarci in una disquisizione
storica sui rapporti tra armeni, turchi e russi, comunque ben diversi dal
semplicistico e generico quadro da Lei fornito.
Contestiamo
con fermezza
la Sua
asserzione secondo la quale il governo ottomano dell’epoca non volle
sterminare la razza armena in quanto tale (parla da sola la documentazione
disponibile) e le Sue cifre circa “le centinaia di migliaia di armeni”
(?!) delle provincie occidentali che non sarebbero stati toccati dai massacri.
Quanto
a quelli residenti a Costantinopoli devono la vita solo alla presenza
delle legazioni straniere e dei giornalisti europei ; non per niente Talaat, nei
suoi messaggi cifrati, aveva dato precise indicazioni affinché le deportazioni
e le uccisioni avvenissero lontano da sguardi “indiscreti”.
Troviamo
irriguardose, per la memoria degli ebrei e degli armeni, le Sue
comparazioni con
la Shoah
; valga solo la pena ricordare la celebre frase di Hitler che spronando i suoi
luogotenenti alla soluzione finale domandò se vi fosse ancora qualcuno che si
ricordava del Genocidio armeno.
Il
Suo intervento, privo di fondamenti storici, semplicemente allineato alle
posizioni turche, offende la memoria di un popolo; offende le giovani
generazioni turche che cercano a fatica di uscire dalla costrizione di una verità
storica ufficiale di stato; offende chi da anni si batte perché
ipocrisia ed interessi non prevalgano sulla forza dei valori.
Offende
tutti noi armeni ed italiani.
Ogni
volta che riconosciamo un genocidio, questo riconoscimento diviene un
impedimento a che la stessa cosa si ripeta nella storia !
Non
a caso, proprio lo scorso 23 novembre, il
Com
une di Roma ha scoperto una targa dedicata alla memoria delle vittime del
Genocidio del 1915.
Il
“ Grande Male” lo chiamano gli armeni: come fa male al nostro
animo leggere certe affermazioni, provenienti oltretutto da uno stimato e
conosciuto commentatore.
Distinti
saluti
Consiglio
per la Comunità Armena di Roma.
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