Alberto Rosselli, "Sulla Turchia e L'Europa" - Presentazione di Marco Cimmino

Alberto Rosselli

Sulla Turchia e l'Europa

Presentazione di Marco Cimmino

Solfanelli, Ottobre 2006

 

 Diverso tempo fa, ebbi modo di leggere alcuni articoli di Alberto Rosselli sul mensile Area: di quel che scriveva, ricordo bene che mi avevano gradevolmente incuriosito sia la nettezza dell’esposizione che la particolare specificità degli argomenti trattati.
     In particolare, mi colpì un lavoro che descriveva la resistenza antisovietica nelle repubbliche baltiche, dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni Settanta. Nulla ne sapevo, e l’articolo di Rosselli fece insorgere dentro di me il desiderio di conoscere questo collega, che scriveva con garbata competenza di argomenti così complessi e tanto poco divulgati.
     Ho avuto, in seguito, il piacere di conoscere personalmente Rosselli, in occasione di una conferenza dedicata in larga parte proprio alla questione della “europeità” della Turchia, antica e moderna e l’ottima impressione iniziale ne è uscita largamente confermata.
     In quel contesto, mi è stata data la possibilità di apprezzare la sua lucidità di analisi riguardo la questione turca e, rara avis tra chi si occupa di storiografia contemporanea, una profonda competenza in materia, conoscenza che non sfocia in quella pedanteria, diciamo così, monomaniacale, caratteristica di tanti saggisti d’oggidì.
     Il suo bel libro Il tramonto della Mezzaluna, ha rappresentato, per me, un’ennesima illuminante lettura, oltre che densa e sapida, su di un mondo che, pur essendo vicinissimo a noi, mantiene intatto il suo fascinoso mistero. Oggi, mi trovo a scrivere una prefazione a questo nuovo lavoro “anatolico” di Rosselli, Sulla Turchia e l’Europa, e vi riconosco le qualità cui mi aveva abituato la sua prosa.
     In più, stavolta, non posso non sottolineare come, in poche pagine (il libro ha l’indiscussa qualità della concisione), l’Autore abbia saputo costringere tutto quel che serve sapere, per permetterci di valutare, in piena libertà di coscienza, l’opportunità o meno di un ingresso della Turchia nell’UE. La questione non è di quelle da poco: come si evince chiaramente dalle pagine di Rosselli, lo schierarsi pro o contro questo ulteriore allargamento dell’Europa sottintende due visioni antitetiche e antropologicamente inconciliabili del Vecchio Continente. Insomma, qui non è in gioco soltanto un certo numero di seggi al parlamento europeo, ma una vera e propria Weltanschauung.
     Dovendo affrontare un tema tanto spinoso, Rosselli, con una scelta logica e pragmatica, parte dalla questione fondamentale: per decidere se la Turchia sia adatta all’Europa, quanto sappiamo, in Europa, della Turchia? Poco o nulla, verrebbe da rispondere. Ecco dunque che, con criterio che sottintende una precisa filosofia operativa, le prime pagine di questo lavoro sono dedicate ad una sintetica, ma per nulla superficiale, disamina della storia della Turchia, dagli Osmanidi ai giorni nostri, e delle principali caratteristiche geografiche, umane ed economiche dello Stato turco contemporaneo. Questa parte propedeutica non ha affatto le caratteristiche del centone: se le parole sono utilizzate con parsimonia tutta ligure, queste sono perfettamente adeguate alla necessità, senza sprechi e ridondanze.
     Un libro asciutto, questo Sulla Turchia e l’Europa: un libro senza grassi aggiunti, per la gioia di chi, come me, detesta sprecare la carta stampata per digressioni inutili. Così, in poche pagine, fitte di preziose informazioni e di lucide analisi, Rosselli ci guida attraverso la storia di questo Paese complesso e tormentato, dalla nascita dell’impero ottomano fino all’omicidio di Don Santoro a Trebisonda, che è cronaca recentissima. Ne deriva al lettore l’immagine di un mondo ambiguo e contraddittorio, sempre bilicante tra sponda asiatica ed europea dei Dardanelli, tra trattati di alleanza e guerre feroci, lungo il filo rosso di seicento anni di storia.
     Le figure chiave della storia turca recente, da Enver Bey a Erdo!an, sono delineate nettamente, con tutta la loro sostanziale duplicità (sembrerebbe proprio questa doppia identità l’elemento chiave per comprendere la Turchia) di una nazione sempre divisa tra tradizione e modernità, tra Islam e progressismo laico.
     Dopo aver fornito una sorta di Baedeker culturale dell’universo anatolico, il testo si cala nel dibattito più recente, dando voce, con paritetico equilibrio, ai principali paladini del pro e del contro: vi compaiono estratti di Introvigne e di Romano, di Favale e di Cardini, in un mosaico che basterebbe, da sé, a dimostrare la complessità della questione dell’accesso nell’UE di un popolo e di una cultura che non sono “né opposti né omologhi” rispetto alla nostra civiltà.
     D’altronde, appare evidente come, da una parte, si sostenga la teoria del massimo allargamento possibile dell’Unione, fino ad immaginare una sorta di Unione Euro-Mediterranea, con l’inglobamento nella medesima Gesellschaft geopolitica dei paesi nordafricani; mentre, dall’altra, si guardi con sospetto all’ingresso nell’UE della Turchia, in quanto ciò servirebbe esclusivamente a sdoganare il vero soggetto politico extraeuropeo da aggiungere ai venticinque, ossia Israele.
     Se aggiungiamo a questo scenario, che, comunque, resta ancorato, in entrambi i casi ad una concezione prettamente economica della politica internazionale (già esiste un’unione doganale con la Turchia e la Zollverein mediterranea sarebbe soltanto un’accelerazione in questo senso), tutto ciò che ci viene dalla nostra identità culturale, religiosa e in qualche modo antropologica, possiamo renderci facilmente conto di quali e quante siano le implicazioni di una scelta in una direzione o nell’altra.
     Eppure, vi è molto di europeo nella Turchia moderna, almeno da un punto di vista ideologico ed istituzionale: il padre della Patria, Mustafà Kemal Ataturk, era un militare, educato con criteri piuttosto simili al prussianesimo e alla antica tradizione giannizzera. Egli guardò con uguale simpatia agli aspetti ideologici del comunismo di Lenin e del fascismo di Mussolini: atteggiamento, in quegli anni, assai comune nell’area balcanico-danubiana. In seguito, la Turchia si resse su di una serie di colpi di stato infilati uno nell’altro, come matrioske, fino all’ultimo, che, di fatto, ha impedito che il Paese venisse governato dall’Islam integralista.
     Eppure, nonostante questo laicismo esasperatamente esibito, il governo dei successori dell’Ataturk non prescindette mai dall’islamicità della Turchia, quasi a confermare quell’antica ambiguità di fondo. Potremmo quasi dire che, oggi, in qualche modo, l’Islam giustifica il modo di essere della stessa Turchia, rappresentando (come dovrebbe fare anche per l’Europa il Cristianesimo) il tramite tra un passato di splendore ed un futuro pieno di speranze. Ma non è tutto. Anche con i propri trascorsi storici la Turchia non ha ancora accettato di misurarsi pienamente, e questo, come sottolinea efficacemente Rosselli, rappresenta un deciso freno all’ingresso del Paese in Europa.
     Sul tappeto vi sono tre questioni decisive, che, pur con qualche concessione da entrambe le parti, devono essere risolte, posto che Ankara voglia veramente entrare a far parte dell’UE: quella del massacro degli armeni, quella della persecuzione dei curdi e quella di Cipro.
     Per quanto riguarda gli armeni, qualche piccolissimo passo avanti la Turchia lo ha compiuto sulla strada dell’ammissione del genocidio del 1915: molto, tuttavia, rimane da fare, se è vero che il governo di Ankara si è però limitato ad ammettere, riguardo al numero di vittime, cifre enormemente inferiori alla realtà, sostenendo, implicitamente, l’idea di un massacro determinato più dalle condizioni disagiate del tempo di guerra che da una scientifica volontà di sterminio da parte dei turchi. Ma anche nei riguardi della minoranza curda siamo ancora assai lontani dagli standard di tutela delle minoranze imposti dalla comunità europea al proprio interno. E riguardo poi all’occupazione di Cipro, ai danni della Grecia, il contenzioso interessa uno stato membro dell’UE, e questo certo non facilita le cose.
     Tutto ciò e molto altro è materia di questo libro, che, come scrivevo poco sopra, unisce il pregio di una lettura agile e gradevole ad una rimarchevole capillarità d’informazione. Chiunque desiderasse documentarsi seriamente sul problema concretissimo di una Turchia membro del Consiglio d’Europa ha quindi trovato l’opera giusta.
     Ho, infine, ragione di credere che l’unico anello debole di questa catena sia proprio la prefazione, ma per comprendere la ragioni che hanno portato Alberto Rosselli a chiedere a me di scriverla, è necessario affidarsi ai criteri, oscuri e miracolosi, dell’amicizia: non certo a quelli della logica. Prego, perciò, il benevolo e gentile lettore di non lasciarsi influenzare da queste tre “paginette”: il libro, grazie a Dio, è tutt’altra cosa.

Marco Cimmino