Articolo fazioso su Qui Touring e la lettera della nostra redazione alla rivista 16.05.09

Ci è stato segnalato un articolo fazioso apparso sull'ultimo numero di Qui Touring che Vi riportiamo di seguito insieme alla nostra mail indirizzata alla redazione della rivista.

>> l'articolo di Qui Touring dal titotolo  "Da perderci la testa"

 

spettabile redazione,

 

l’articolo di Stefano Brambilla  (“Da perderci la testa”) pubblicato sull’ultimo numero di codesta rivista è ammantato di idilliache, suggestive impressioni.

 

Ma, nello sforzo di descrivere poeticamente l’Anatolia sud orientale l’autore fotografa uno status quo e si arrischia in pericolose evoluzioni storiche.

 

Qui Touring non è una rivista che tratta di storia, ma di viaggi e turismo. E tuttavia, proprio per questo, crediamo che i suoi lettori abbiano diritto a leggere articoli che, ove non vogliono essere mere  segnalazioni turistiche, abbiano la sostanza e la capacità di affrontare compiutamente i fatti.

 

Tutta l’Anatolia, ed in particolare quella parte, fu teatro dal 1915 di spaventose persecuzioni a danno degli armeni e dei cristiani che lì vivevano da millenni e prima ancora dell’arrivo degli ottomani.

 

Mardin, in particolare, fu uno snodo di deportazioni verso il deserto siriano. La città, così come tutte le città anatoliche, venne svuotata dei suoi abitanti cristiani, le chiese, i monasteri le scuole armene furono abbattute.

 

Quando l’autore afferma che “oggi i cristiani non ci sono quasi più” dovrebbe forse domandarsi il motivo che, peraltro, ad un bravo giornalista dovrebbe essere già noto.  Quando scrive che “la storia è passata di qui, c’è stata a lungo e forse tornerà” (senza fare alcuna menzione al genocidio armeno che si abbatté anche su questa regione con l’eliminazione di decine di migliaia di armeni che costituivano maggioranza o forte minoranza in quelle città) Brambilla ha trovato un poetico effetto per chiudere l’articolo ma ha reso un pessimo servizio ai propri lettori.

 

Per lui resta oggi solo la suggestiva sfumatura dei colori dei campi ocra e giallastri o della pietra delle costruzioni: manca però  il rosso, quello del sangue di migliaia di armeni spazzati via dalla loro terra. In effetti anche la rappresentanza del governo turco in italia omette di menzionare nei suoi siti turistici gli armeni come popolo autoctono di quella zona. Una sorta di negazionismo con l’intento di cancellare la storia e non farla tornare mai più. Ma questo forse, è solo uno scomodo dettaglio…

 

 

       Distinti saluti.

 

www.comunitaarmena.it

 

     La redazione