Usa '08 val bene un genocidio? di Gabriele Cazzulini -  Ragione Politica 13.10.07

Pubblichiamo l’articolo apparso sul sito www.ragionpolitica.it a firma di Gabriele Cazzulini  (cazzulini@ragionpolitica.it) e la ferma risposta che abbiamo ritenuto dover prontamente inoltrare.

Chi desiderasse esprimere il proprio parere, nei consueti termini civili ai quali siamo abituati, potrà scrivere direttamente all’indirizzo mail del giornalista o a quello del sito (scrivi@ragionpolitica.it) con preghiera di darcene separata comunicazione per conoscenza


Usa '08 val bene un genocidio? 

Usare la vendetta come martello e la storia come chiodi per crocifiggere gli avversari? Forse tra individui. Ma tra stati e popoli può scatenare nuove vendette e nuove tragedie. Il 10 ottobre la commissione affari esteri del congresso americano ha approvato, con una esigua maggioranza di 27 contro 21, una risoluzione non vincolante per classificare come genocidio il massacro degli armeni in Turchia durante il primo conflitto mondiale. Soltanto 6 deputati in più sono bastati ad approvare una semplice raccomandazione che vuole destreggiarsi tra parole tremende camminando sopra alle vite di un milione e mezzo di morti. Il presidente americano e la sua amministrazione hanno tentato invano di dissuadere i legislatori democratici, che controllano il parlamento, dall'imbarcarsi nelle acque tempestose delle tragedie storiche. La condanna deve essere eseguita nel tempo stesso del reato. Non può viaggiare nel tempo per ricadere sulle nuove generazioni, altrimenti la giustizia degenera in una persecuzione che scatena reazioni altrettanto accalorate. Le colpe degli uomini di un secolo prima non posso ricadere sui loro pronipoti. Neppure un'assemblea politica può improvvisarsi tribunale che processa la storia e condanna i colpevoli.

La democrazia non è una magistratura della storia né un giudice di moralità che distingue buoni e cattivi. La giustizia non può neppure essere scissa dalla realtà, perché qualunque gesto produce conseguenze e presume che la pura giustizia non produca altro che effetti benefici, o che gli effetti negativi siano uno scotto da pagare comunque, tutto ciò è un peccato di presunzione. Perciò è naturale che la Turchia minacci dure ritorsioni. E non si tratta soltanto di gesti simbolici, legati ai protocolli diplomatici. La Turchia sta conducendo operazioni militari nel Kurdistan iracheno per stroncare le basi dei curdi del PKK. Lo stato maggiore dell'esercito turco ha infatti convinto il governo a concedere carta bianca per sconfinare nel territorio iracheno. Era anche il tributo concesso alle temibili forze armate per la loro sostanziale desistenza nella scalata al potere del partito filo-islamico. Meglio un esercito impegnato contro i separatisti che contro il governo. Il vero problema è che si sono moltiplicate le probabilità di uno scontro più o meno casuale con i militari americani in Iraq.

A prescindere da questo caso limite, se la Turchia sconfina in Iraq la situazione a Baghdad precipita nel vuoto. Un'invasione scatenerebbe una nuova guerra, che potrebbe abbattere le fragili impalcature che tengono in piedi l'Iraq dai mille e un conflitto. Anche senza aprire un nuovo fronte, il divampare di una guerriglia prolungata e la simultanea presenza di truppe straniere darebbe il colpo di grazia all'Iraq. Il Congresso americano guarda al mondo e alla storia coi paraocchi delle ragioni del potere interno. I legislatori dimostrano quegli errori che loro stessi erano soliti rinfacciare al presidente - salvo che la coerenza di Bush non è un errore ma una virtù, mentre la volontà di giustizia dei suoi avversari cammina zoppicando perché un piede va verso l'idealismo ma l'altro verso l'opportunismo. Ogni occasione è ghiotta per bastonare il presidente, anche a costo di rompere le storiche alleanze. Andare allo scontro frontale con la Turchia dopo 90 anni, gettando alle ortiche 90 anni di buoni rapporti, suona come un altro espediente per vincere le prossime elezioni presidenziali. Ma quale sarà la politica estera di un presidente democratico se queste sono le premesse che si troverà sulla scrivania il giorno dopo il suo insediamento? Dipende dall'autolesionismo degli elettori e dall'accanimento elettorale dei candidati democratici. Chiamarlo genocidio o massacro o sterminio non cambia la realtà dei fatti, tanto meno cancella le colpe. Però è difficile dire se le vittime armene saranno liete di essere state reclutate nella battaglia per Usa '08. Anche i morti tornano utili contro Bush, siano essi i soldati americani morti in Iraq che chiunque altro sconosciuto, morto oggi o ieri non importa. Queste sceneggiate può farle un piccolo stato in segno della sua inferiorità. Ma non può farlo la superpotenza globale.

Gabriele Cazzulini    cazzulini@ragionpolitica.it

 


Egregio signor Cazzulini,

abbiamo  letto il Suo articolo pubblicato in data odierna (13 ottobre) su “Ragionpolitica.it” e rimaniamo alquanto perplessi.

Talune Sue affermazioni (“La democrazia non è una magistratura della storia né un giudice di moralità che distingue buoni e cattivi”, “La condanna deve essere eseguita nel tempo stesso del reato. Non può viaggiare nel tempo per ricadere sulle nuove generazioni, altrimenti la giustizia degenera in una persecuzione che scatena reazioni altrettanto accalorate. Le colpe degli uomini di un secolo prima non posso ricadere sui loro pronipoti. Neppure un'assemblea politica può improvvisarsi tribunale che processa la storia e condanna i colpevoli” ) offendono la memoria di un milione e mezzo di martiri armeni e di tutti quei popoli che hanno sofferto Olocausti, pulizie etniche e persecuzioni.

Un reato contro l’umanità, qual è un Genocidio, non va in prescrizione e spetta proprio ai sistemi democratici il compito di denunciare, sempre ed in ogni tempo, qualsiasi crimine commesso. E ove non intervengano tempestivamente i Tribunali, il corso della Giustizia non ammette interruzioni di sorta come ben dimostrano le condanne inflitte ai criminali di guerra nazisti o ai leader dei Khmer Rossi a distanza di decenni dalle atrocità da loro perpetrate.

Agli inizi del Novecento l’Impero ottomano si macchiò dell’orrore dello sterminio del  popolo armeno: tre quarti della popolazione fu annientata, i sopravvissuti furono costretti a lasciare per sempre la loro terra nella quale aveva prosperato per secoli la civiltà armena, le loro case, le loro chiese; tutto fu distrutto ed annientato.

L’opportunismo della diplomazia di allora (quell’opportunismo, quella ragion pratica,  al quale Lei sembra guardare con attenzione) lasciò che la “questione armena” venisse accantonata; e gli armeni si ritrovarono senza patria e senza il sacrosanto diritto alla Memoria. Trenta anni dopo, Hitler spronò i suoi attendenti alla Soluzione Finale  affermando “tanto, chi si ricorda più del massacro degli armeni?”

Così un Genocidio senza colpevoli divenne l’alibi per il successivo Olocausto.

La storia si processa. Ed anche la politica. E le Sue affermazioni potrebbero trovare anche un minimo fondamento se  non fosse che da novanta anni la Turchia continua a negare: il suo negazionismo è stato sconfessato dalla storia e dalla morale, ma continua a negare.

Per questo è oggi necessaria una condanna politica; perché, perseverando nella negazione, si rischia di diventare complici (“morali”) dei massacratori di allora.

Solo affrontando il proprio passato, la Turchia riuscirà ad indirizzarsi verso binari di democrazia e civiltà come tutti speriamo. Ma fin tanto che nel codice penale turco esiste un articolo (il famigerato 301) che punisce “l’attentato all’identità turca” e fa condannare  scrittori e giornalisti, temiamo che il percorso della democrazia sia  ancora lungo.

Ben venga, dunque, la votazione della Com missione Affari Esteri del Congresso se riuscirà nell’impresa di far aprire le coscienze del popolo turco. Per una volta tanto che i valori del Diritto e della Morale hanno sconfitto l’ipocrisia della politica, dell’interesse economico e diplomatico, le Sue considerazioni ci paiono essere completamente fuori luogo.

Con i migliori saluti.

                   Consiglio per la Comunità armena di Roma