La Turchia tra islamismo e nazionalismo – Di Stefano Magni Ragionpolitica.it  03.05.07 

In Turchia una folla di 300.000 cittadini è scesa in piazza ad Ankara lo scorso 14 aprile per difendere la laicità dello Stato. Sono infatti in corso le elezioni per il presidente della Repubblica ed è possibile che il Parlamento (dominato dal partito AKP) elegga un islamico per la prima volta nella storia della Repubblica. Dopo il ritiro della candidatura del premier Erdogan, l'AKP propone il ministro degli Esteri Abdullah Gul. Venerdì scorso il candidato presidenziale islamico non è stato eletto per solo una manciata di voti. La sera stessa lo Stato Maggiore dell'esercito ha lanciato un implicito avvertimento, affermando di non gradire affatto una possibile svolta islamica della massima carica dello Stato. Il 29 aprile, ad Istambul, la folla scesa in piazza per la difesa dello Stato laico è arrivata a 1 milione di cittadini. Il 30 aprile il premier Erdogan ha lanciato un appello alla Nazione nel nome dell'unità. Lo scontro istituzionale è al calor bianco.

E' lecito chiederci, in quanto europei (e in procinto di accogliere la Turchia), chi debba vincere questa battaglia per garantire gli interessi dell'Unione Europea. I buoni e i cattivi appaiono rovesciati rispetto allo schema classico: i nazionalisti laici hanno sempre imbavagliato la democrazia (nel nome del progresso) a scapito dei diritti umani e dell'adesione all'Europa; gli islamici di Erdogan, invece, sinora sono stati più democratici, più liberali e favorevoli all'integrazione. I nazionalisti laici devono la loro rigidità a un retaggio drammatico: l'ideologia dei Giovani Turchi da cui discendono direttamente. Forza laica e modernizzatrice, il Com itato di Unità e Progresso dei Giovani Turchi, sin dal 1908, ha mirato a modernizzare il Paese ridimensionando il ruolo dell'Islam, non a favore di una maggior libertà, ma sostituendolo con un'ideologia ultra-nazionalista importata dall'Europa. L'omogeneità etnica e la «turchità» sono parte integrante della loro ideologia. Lo sterminio degli armeni non fu un incidente di percorso motivato dalla prima Guerra Mondiale. I documenti ufficiali del governo nazionalista ottomano, scoperti dopo la fine della guerra e la caduta dell'impero ottomano, rivelano che esisteva la precisa intenzione di eliminare fisicamente le minoranze etniche non turche: «L'impero ottomano deve essere ripulito dagli armeni e dai libanesi. Abbiamo distrutto i primi con la spada, annienteremo i secondi con la fame», scriveva il capo del governo Enver Pasha nel 1916. E nel 1917, quando la Grecia entrò in guerra contro l'impero ottomano, le autorità di Istanbul tentarono di sterminare anche la minoranza greca.

Lo Stato repubblicano turco nacque nel 1923, dopo una breve occupazione alleata e una guerra di liberazione dalle truppe dell'Intesa. Il generale Kemal Ataturk, che aveva condotto le truppe nazionaliste alla vittoria, personalmente non approvò lo sterminio degli armeni, ma lo avallò di fatto: permettendo ai suoi generali di ripeterne un altro, su scala minore, durante la guerra di liberazione e accettando nelle fila dei nazionalisti i quadri dei Giovani Turchi. Lo Stato moderno e laico è profondamente influenzato dalla loro ideologia sin da allora ed è un'eredità difficile da superare. Parlare in modo critico del passato ottomano (e del genocidio in particolare) non è solo un tabù, ma è ancora proibito dalla legge. La «turchità» è ancora sancita dalla legge. Le minoranze etniche sono tollerate sino ad un certo punto. Contro l'indipendentismo curdo è stata combattuta una lunga e sanguinosa guerra, i cui strascichi continuano tuttora. I partiti autonomisti curdi sono legali, ma la legge elettorale ha innalzato lo sbarramento al 10% apposta per escluderli, assieme ad altre minoranze sgradite. L'esercito è tuttora considerato come uno strumento politico oltre che militare: dopo tre colpi di Stato in meno di mezzo secolo, è normale aspettarsi un condizionamento delle istituzioni da parte dei militari. E' rimasto, nella mentalità nazionalista, un retaggio anti-occidentale. Lo scetticismo europeo occidentale nel processo di ammissione della Turchia nell'UE ha rafforzato un già forte revanscismo che ha risvolti anche anti-cristiani. Il Mein Kampf di Hitler è tornato ad essere un best-seller, così come libri nazionalisti in cui si immagina la vittoria militare della Turchia contro le democrazie occiddentali. Erano soprattutto gruppi ultra-nazionalisti che protestavano contro la visita di Benedetto XVI in Turchia.

Il vantaggio di Erdogan è soprattutto il suo aspetto riformatore. Di fronte a tanto autoritarismo, il suo governo ha iniziato a ridimensionare il principio di «turchità», aperto la strada a un dibattito storico più libero, avviato riforme economiche liberali (il Pil turco ha un incremento medio annuo che va dal 5 al 7%), rafforzato il rispetto dei diritti umani. Anche il «volto umano» dell'islamismo di Erdogan ha un suo fondamento storico. Dal XIX secolo in poi l'Islam turco, contrariamente a quello arabo, iniziò un lento processo di revisione e adattamento alla realtà moderna. All'interno dell'AKP, Erdogan si distingue per moderatismo dal suo predecessore Erbakan, che era invece più legato agli ambienti islamici più radicali (pare anche ai Fratelli Musulmani). L'analista Mustafa Akyol ritiene che «il vero pericolo in Turchia non è la possibilità che il governo di Erdogan la trasformi in un nuovo Iran, ma che l'opposizione laica la faccia diventare una nuova Corea del Nord». Difendendo l'agenda dell'AKP di fronte ad un pubblico della destra americana, Akyol sostiene che «l'AKP è un partito che difende la causa del libero mercato, del governo limitato, dei valori della famiglia e dell'espressione della religione nella vita democratica. Questi sono esattamente gli stessi valori che il movimento conservatore americano sta promuovendo da tanto tempo negli Stati Uniti».

Tuttavia, nel lungo periodo, le parti si possono rovesciare ancora. Perché la minaccia di un totalitarismo islamico in Turchia esiste eccome. Le uccisioni dei religiosi cristiani in Turchia sono solo il primo di una serie di sintomi. I media turchi, stando alle testimonianze dei cristiani missionari, sono sempre più egemonizzati da una cultura simile all'islamismo più militante, che difende il carattere musulmano della Turchia dal «proselitismo» e dalla «corruzione» cristiane. Un secondo sintomo grave è costituito dalla proposta di legge che avrebbe reso illegale l'adulterio, bocciata nel 2004. Questa legge abortita non costituisce l'unico tentativo di introdurre norme islamiche nel sistema turco. Il presidente uscente Ahmet Necdet Sezer ha bloccato ben 150 leggi promulgate dalla maggioranza islamica, giudicandole incompatibili con la laicità dello Stato turco. Da qui il dubbio che Erdogan mostri il suo volto moderato e laico solo perché non ha altra scelta. Una volta che l'AKP si sarà impossessato anche della presidenza della Repubblica, continuerà a comportarsi da partito moderato? In piazza ad Istambul risuonavano, per scherno e monito, le dichiarazioni di Erdogan prima che divenisse primo ministro: «Grazie a Dio, siamo per la shari'a» e «la democrazia non è un fine, ma un mezzo. E' come un tram che porta sino alla propria destinazione. Poi si scende». Quest'ultima dichiarazione suona ancor più minacciosa se si pensa al percorso compiuto dall'AKP per conquistare tutte le istituzioni: nel 2002, approfittando dei difetti della legge elettorale, ha conquistato una maggioranza assoluta pur ricevendo il voto del 34% dell'elettorato e dopo soli cinque anni mira alla presidenza della Repubblica.

Quale potrebbe essere l'interesse dell'Unione Europea? Nel breve periodo evitare che si imponga una dittatura militare nazionalista. Ma nel lungo periodo l'interesse principale è quello di combattere il totalitarismo islamico. La piazza turca, da questo punto di vista, può rappresentare il miglior alleato. La folla scesa per le vie di Istanbul lo scorso 29 aprile si opponeva sia alla shari'a che al golpe. Anche nel 1997, l 'islamico Erbakan dovette dare le dimissioni, non in seguito a un golpe militare, ma ad una protesta massiccia dell'opinione pubblica turca. Questo vuol dire che in Turchia sta nascendo un forte consenso attorno alla vera modernità: sia democrazia che laicità. E' questa l'unica tendenza realmente compatibile con l'Europa.