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In
Turchia una folla di 300.000 cittadini è scesa in piazza ad Ankara lo scorso 14
aprile per difendere la laicità dello Stato. Sono infatti in corso le elezioni
per il presidente della Repubblica ed è possibile che il Parlamento (dominato
dal partito AKP) elegga un islamico per la prima volta nella storia della
Repubblica. Dopo il ritiro della candidatura del premier Erdogan, l'AKP propone
il ministro degli Esteri Abdullah Gul. Venerdì scorso il candidato
presidenziale islamico non è stato eletto per solo una manciata di voti. La
sera stessa lo Stato Maggiore dell'esercito ha lanciato un implicito
avvertimento, affermando di non gradire affatto una possibile svolta islamica
della massima carica dello Stato. Il 29 aprile, ad Istambul, la folla scesa in
piazza per la difesa dello Stato laico è arrivata a 1 milione di cittadini. Il
30 aprile il premier Erdogan ha lanciato un appello alla Nazione nel nome
dell'unità. Lo scontro istituzionale è al calor bianco.
E'
lecito chiederci, in quanto europei (e in procinto di accogliere la Turchia),
chi debba vincere questa battaglia per garantire gli interessi dell'Unione
Europea. I buoni e i cattivi appaiono rovesciati rispetto allo schema classico:
i nazionalisti laici hanno sempre imbavagliato la democrazia (nel nome del
progresso) a scapito dei diritti umani e dell'adesione all'Europa; gli islamici
di Erdogan, invece, sinora sono stati più democratici, più liberali e
favorevoli all'integrazione. I nazionalisti laici devono la loro rigidità a un
retaggio drammatico: l'ideologia dei Giovani Turchi da cui discendono
direttamente. Forza laica e modernizzatrice, il
Com
itato di Unità e Progresso dei Giovani Turchi, sin dal
1908, ha
mirato a modernizzare il Paese ridimensionando il ruolo dell'Islam, non a
favore di una maggior libertà, ma sostituendolo con un'ideologia
ultra-nazionalista importata dall'Europa. L'omogeneità etnica e la «turchità»
sono parte integrante della loro ideologia. Lo sterminio degli armeni non fu un
incidente di percorso motivato dalla prima Guerra Mondiale. I documenti
ufficiali del governo nazionalista ottomano, scoperti dopo la fine della guerra
e la caduta dell'impero ottomano, rivelano che esisteva la precisa intenzione di
eliminare fisicamente le minoranze etniche non turche: «L'impero ottomano deve
essere ripulito dagli armeni e dai libanesi. Abbiamo distrutto i primi con la
spada, annienteremo i secondi con la fame», scriveva il capo del governo Enver
Pasha nel 1916. E nel 1917, quando la Grecia entrò in guerra contro l'impero
ottomano, le autorità di Istanbul tentarono di sterminare anche la minoranza
greca.
Lo
Stato repubblicano turco nacque nel 1923, dopo una breve occupazione alleata e
una guerra di liberazione dalle truppe dell'Intesa. Il generale Kemal Ataturk,
che aveva condotto le truppe nazionaliste alla vittoria, personalmente non
approvò lo sterminio degli armeni, ma lo avallò di fatto: permettendo ai suoi
generali di ripeterne un altro, su scala minore, durante la guerra di
liberazione e accettando nelle fila dei nazionalisti i quadri dei Giovani
Turchi. Lo Stato moderno e laico è profondamente influenzato dalla loro
ideologia sin da allora ed è un'eredità difficile da superare. Parlare in modo
critico del passato ottomano (e del genocidio in particolare) non è solo un tabù,
ma è ancora proibito dalla legge. La «turchità» è ancora sancita dalla
legge. Le minoranze etniche sono tollerate sino ad un certo punto. Contro
l'indipendentismo curdo è stata combattuta una lunga e sanguinosa guerra, i cui
strascichi continuano tuttora. I partiti autonomisti curdi sono legali, ma la
legge elettorale ha innalzato lo sbarramento al 10% apposta per escluderli,
assieme ad altre minoranze sgradite. L'esercito è tuttora considerato come uno
strumento politico oltre che militare: dopo tre colpi di Stato in meno di mezzo
secolo, è normale aspettarsi un condizionamento delle istituzioni da parte dei
militari. E' rimasto, nella mentalità nazionalista, un retaggio
anti-occidentale. Lo scetticismo europeo occidentale nel processo di ammissione
della Turchia nell'UE ha rafforzato un già forte revanscismo che ha risvolti
anche anti-cristiani. Il Mein Kampf di Hitler è tornato ad essere un
best-seller, così come libri nazionalisti in cui si immagina la vittoria
militare della Turchia contro le democrazie occiddentali. Erano soprattutto
gruppi ultra-nazionalisti che protestavano contro la visita di Benedetto XVI in
Turchia.
Il
vantaggio di Erdogan è soprattutto il suo aspetto riformatore. Di fronte a
tanto autoritarismo, il suo governo ha iniziato a ridimensionare il principio di
«turchità», aperto la strada a un dibattito storico più libero, avviato
riforme economiche liberali (il Pil turco ha un incremento medio annuo che va
dal 5 al 7%), rafforzato il rispetto dei diritti umani. Anche il «volto umano»
dell'islamismo di Erdogan ha un suo fondamento storico. Dal XIX secolo in poi
l'Islam turco, contrariamente a quello arabo, iniziò un lento processo di
revisione e adattamento alla realtà moderna. All'interno dell'AKP, Erdogan si
distingue per moderatismo dal suo predecessore Erbakan, che era invece più
legato agli ambienti islamici più radicali (pare anche ai Fratelli Musulmani).
L'analista Mustafa Akyol ritiene che «il vero pericolo in Turchia non è la
possibilità che il governo di Erdogan la trasformi in un nuovo Iran, ma che
l'opposizione laica la faccia diventare una nuova Corea del Nord». Difendendo
l'agenda dell'AKP di fronte ad un pubblico della destra americana, Akyol
sostiene che «l'AKP è un partito che difende la causa del libero mercato, del
governo limitato, dei valori della famiglia e dell'espressione della religione
nella vita democratica. Questi sono esattamente gli stessi valori che il
movimento conservatore americano sta promuovendo da tanto tempo negli Stati
Uniti».
Tuttavia,
nel lungo periodo, le parti si possono rovesciare ancora. Perché la minaccia di
un totalitarismo islamico in Turchia esiste eccome. Le uccisioni dei religiosi
cristiani in Turchia sono solo il primo di una serie di sintomi. I media turchi,
stando alle testimonianze dei cristiani missionari, sono sempre più
egemonizzati da una cultura simile all'islamismo più militante, che difende il
carattere musulmano della Turchia dal «proselitismo» e dalla «corruzione»
cristiane. Un secondo sintomo grave è costituito dalla proposta di legge che
avrebbe reso illegale l'adulterio, bocciata nel 2004. Questa legge abortita non
costituisce l'unico tentativo di introdurre norme islamiche nel sistema turco.
Il presidente uscente Ahmet Necdet Sezer ha bloccato ben 150 leggi promulgate
dalla maggioranza islamica, giudicandole incompatibili con la laicità dello
Stato turco. Da qui il dubbio che Erdogan mostri il suo volto moderato e laico
solo perché non ha altra scelta. Una volta che l'AKP si sarà impossessato
anche della presidenza della Repubblica, continuerà a comportarsi da partito
moderato? In piazza ad Istambul risuonavano, per scherno e monito, le
dichiarazioni di Erdogan prima che divenisse primo ministro: «Grazie a Dio,
siamo per la shari'a» e «la democrazia non è un fine, ma un mezzo. E' come un
tram che porta sino alla propria destinazione. Poi si scende». Quest'ultima
dichiarazione suona ancor più minacciosa se si pensa al percorso compiuto dall'AKP
per conquistare tutte le istituzioni: nel 2002, approfittando dei difetti della
legge elettorale, ha conquistato una maggioranza assoluta pur ricevendo il voto
del 34% dell'elettorato e dopo soli cinque anni mira alla presidenza della
Repubblica.
Quale
potrebbe essere l'interesse dell'Unione Europea? Nel breve periodo evitare che
si imponga una dittatura militare nazionalista. Ma nel lungo periodo l'interesse
principale è quello di combattere il totalitarismo islamico. La piazza turca,
da questo punto di vista, può rappresentare il miglior alleato. La folla scesa
per le vie di Istanbul lo scorso 29 aprile si opponeva sia alla shari'a che al
golpe. Anche nel
1997, l
'islamico Erbakan dovette dare le dimissioni, non in seguito a un golpe
militare, ma ad una protesta massiccia dell'opinione pubblica turca. Questo vuol
dire che in Turchia sta nascendo un forte consenso attorno alla vera modernità:
sia democrazia che laicità. E' questa l'unica tendenza realmente compatibile
con l'Europa.
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