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Ho
grande rispetto per il diritto allo sciopero dei cronisti e dei giornalisti e
per altre forme di protesta in uso nelle società democratiche, così come è
successo ieri in Italia.
Come
si è visto nei giornali di giovedì la protesta è consistita nel pubblicare
gli articoli senza le firme dei loro
autori.
Tuttavia,
la solidarietà viene messa a dura prova quando questa sagace forma di protesta
consente la pubblicazione di assurdità che calpestano le tragedie del passato.
L’anonimato non deve poter significare irresponsabilità. Il pezzo intitolato
“Le nuove paure della Turchia per l’Europa che si allontana”, apparso
giovedì u.s. su La Repubblica è uno
spaventoso esempio della distorsione della verità storica. Il genocidio armeno
del 1915 -1922 che nella Turchia ottomana privò della vita un milione e mezzo
di innocenti, è riconosciuto dalla comunità internazionale come un crimine
contro l’umanità. Il Parlamento italiano, che ha votato nel 2000 il
riconoscimento di tale genocidio, non fa eccezione. Vi sono ancora alcuni
tentativi risibili di negazione sponsorizzati dalla propaganda turca, ma in
molti Paesi civili leggi ad hoc vengono discusse e approvate per perseguire
coloro che negano la realtà del genocidio armeno. Malgrado ciò, vi sono anche
delle personalità in Turchia che non temono di dire la verità pur se in
contrasto con quella ufficiale del loro paese. Orhan Pamuk, uno scrittore turco
di talento, vincitore del Premio Nobel 2006, è uno di questi.
L’articolo
senza firma sopraccitato non solo nega il fatto storico ma lo ribalta affermando
che gli armeni avrebbero commesso un genocidio contro i turchi nella città di
Van nel 1913!
Il
riferimento è a uno dei pochi casi di resistenza armena contro l’avanzata
dell’esercito regolare turco e dei volontari degli squadroni della morte. Il
diritto alla difesa della vita di donne e bambini in procinto di essere condotti
al massacro non è meno fondamentale del diritto dei giornalisti a scioperare
pubblicando articoli anonimi.
Rouben
Shougarian
Ambasciatore
della Repubblica d’Armenia
Le nuove paure della
Turchia per l'Europa che si allontana – La Repubblica 30.11.06
Dopo le prime aperture,
nell'opinione pubblica di Francia e Germania è cominciato a emergere lo
scetticismo.
Più che le condizioni di povertà del Paese, a spaventare è l'ingresso di 73
milioni di musulmani
ISTANBUL
- Non dubitiamo che la Commissione
possa appellarsi a fondate cause tecniche per sospendere il negoziato d'adesione
con Ankara. Ma non una sola ragione politica giustifica quest'ulteriore
umiliazione inflitta ad un Paese che è fondamentale agli interessi strategici
dell'Europa ed ha già accumulato sufficienti motivi per ritenersi trattato
ingiustamente. La Turchia, ricordiamolo, aveva atteso quarant'anni prima
d'essere ammessa nell'anticamera dell'Europa. S'era vista superata da gran parte
dell'Europa orientale, eppure aveva continuato ad aspettare, tenacemente,
pazientemente.
Nell'ottobre del 2005, sia pure all'ultimo minuto e non senza evidenti
perplessità, l'Unione europea aveva infine deciso di aprire un negoziato
d'adesione che nelle prospettive più ottimiste non si sarebbe concluso prima
del 2015. Un anno dopo, ecco il ripensamento della Commissione, che di fatto
rispecchia non solo le difficoltà di quella trattativa, ma soprattutto lo
scetticismo che monta in larghi settori dell'opinione pubblica europea. In
Francia, in Germania, in Austria, cresce il partito che vorrebbe proporre ad
Ankara di rinunciare all'ingresso nell'Unione in cambio d'una soluzione di
ripiego, una vaga "partnership privilegiata".
Beninteso, l'ingresso della Turchia nell'Unione non è un affare da poco, non
foss'altro perché i turchi sono 73 milioni, più di quanti siano gli abitanti
degli ultimi dieci Paesi entrati nella Ue. Inoltre quei 73 milioni hanno
standard medi di vita più bassi degli standard occidentali, la loro democrazia
ci appare atipica, il loro stato di diritto lacunoso: ma non si può dire che la
Romania sia messa meglio. Infine, i turchi sono musulmani, e questo impressiona
molto le opinione pubbliche dell'Europa centrale. Anche perché - motivo di
ulteriore allarme - in quella regione sta prendendo in piede il contagio del
fondamentalismo islamico.
A
fronte di tutto questo, la Turchia è la migliore democrazia finora prodotta
dalle società islamiche, coltiva da secoli una proiezione europea, ha uno Stato
laico, d'una laicità perfino arcigna. È un passaggio obbligato per le rotte
dell'energia. È affacciata sullo scacchiere mediorientale. Ha l'acqua di cui è
assetata la regione. E come ha ricordato il papa, è storicamente la cerniera
tra l'Occidente e l'Oriente. Insomma rappresenta un alleato cruciale per
un'Europa che voglia contare.
Eppure le stiamo sbattendo la porta in faccia. L'estate scorsa il rapporto d'un
autorevole centro studi americano, il Brookings, pronosticava che un giorno
forse non lontano la diplomazia occidentale avrebbe dovuto chiedersi: chi ha
perso la Turchia? Chi di noi ha sciupato la colossale occasione che
l'appassionato europeismo turco ci offriva? Si direbbe che quella previsione si
stia avverando: stiamo perdendo la Turchia.
Stando ai sondaggi d'opinione da alcuni anni è in crescita costante la quota di
turchi non vuole più saperne dell'Europa. Quanto alla domanda che potrebbe
attendere in futuro i nostri diplomatici, chi perse la Turchia, potremmo
rispondere fin d'ora: fu la classe dirigente occidentale, la sua sorprendente
pochezza.
Molto è stato inflitto alla Turchia in questi mesi. Se adesso sfogliamo il
libro delle doglianze che un giorno Ankara ci sbatterà sul tavolo, sorprende
innanzitutto il nostro sistematico ricorso al doppio standard. Siamo soliti
giudicare la Turchia con il metro che ci è più conveniente in quel momento, e
che in genere non applichiamo mai a noi stessi. Così da secoli.
Nell'Ottocento eravamo scandalizzati dai massacri di cui si macchiavano le
truppe ottomane nei Balcani, ma non vedevamo, né vediamo tuttora, i massacri
che compivano i "nostri", i cristiani. Non solo col tempo non sia
guariti da questa miopia, ma adesso la rendiamo obbligatoria.
Come
la Turchia tuttora non vuole riconoscere, durante la caotica guerra del 1913 la
sinistra deportazione della popolazione armena si trasformò rapidamente in un
genocidio spaventoso. Ma non meno spaventoso fu quel che era accaduto pochi mesi
prima, il genocidio di turchi operato dalle bande armate nella grande provincia
di Van. Ebbene, per effetto d'una proposta di legge in corso di approvazione,
presto in Francia potrebbe accadere che sia vietato negare il genocidio degli
armeni, ma sia legittimo negare il genocidio dei turchi.
Secondo Ankara un caso non meno sorprendente di doppio standard riguarda Cipro.
L'isola è divisa non per colpa turca, ma perché la giunta militare greca
organizzò una sollevazione tentando di occuparla. Ne seguì una guerra truce,
in cui nessuno fu innocente, e la spartizione del territorio in due entità, una
greca e una turca. In seguito le Nazioni Unite proposero alle due popolazioni di
costituire una sorta di confederazione. Ma nel referendum indetto dall'Onu, solo
i turco-ciprioti accettarono. I greco-ciprioti invece rifiutarono, e di lì a
poco entrarono nell'Unione europea. Da allora usano legittimamente quella
posizione di vantaggio per boicottare la concorrenza turco-cipriota, soprattutto
nel turismo. A sua volta Ankara boicotta Cipro, rifiutandole l'accesso nei porti
turchi. E questa è una delle ragioni per le quali la Commissione europea ha
proposto di sospendere il negoziato d'accesso con la Turchia.
Infine la guerriglia curda. Nella singolare "guerra al terrorismo" che
ha portato le armate americane in Iraq, nel nord del Paese è occorso qualcosa
di ancor più singolare: benché considerato dalle polizie occidentali una banda
terrorista, il Pkk curdo ha trovato un misterioso compromesso con le truppe
statunitensi. Per almeno due anni non è stato infastidito, e anzi, secondo
giornali turchi, nei suoi uffici capitavano emissari della Us Army. Negli ultimi
mesi la situazione è cambiata ma la guerriglia turca continua a profittare
delle sue postazioni irachene per lanciare attacchi mortali in Turchia, così
sabotando il processo di pace che il governo dell'Akp, una versione islamica
della Cdu tedesca, aveva faticosamente avviato. Pur disponendo degli strumenti
militari per lanciare rappresaglie nel nord dell'Iraq, Ankara finora ha
rinunciato. Ma il 2007 sarà un anno elettorale e l'Akp potrebbe essere
spodestato da partiti (di sinistra o di destra, laici o islamismi) che cavalcano
l'onda nazionalista e anti-europea.
In altre parole tra qualche mese l'Unione potrebbe scoprire che non sta
"perdendo la Turchia": la sta consegnando a partiti che esprimono una
certa ansia di farcela pagare.
spettabile
Redazione ,
ci riferiamo
all'articolo apparso ieri dal titolo "Le nuove paure della Turchia per
l'Europa che si allontana" , senza firma (ancorchè , a causa della nota
agitazione di categoria).
Protestiamo fermamente
per un passaggio del pezzo nel quale, a dispetto di ogni verità ormai
fortunatamente acclarata, vengono riportate fantasiose ricostruzioni
storiche allineate al più becero ed immorale negazionismo dei gruppi estremisti
turchi.
L'affermare che gli
armeni avrebbero commesso un genocidio contro i turchi (sic!) non solo
rappresenta una falsità storica, non solo offende la memoria di un milione e
cinquecentomila armeni sterminati dai turchi nel 1915, ma semplicemente copre di
ridicolo codesta prestigiosa testata.
Un conto è il cosiddetto
"dibattito storico" (nel quale ci si può anche assumere l'onere di
sostenere tesi "innovative"), altro è riportare, così e semplicemente,
tali mostruosità.
A meno che Repubblica
non abbia sposato le "verità storiche" dei Lupi Grigi
...
Distinti saluti.
Consiglio
per la comunità armena di Roma
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