Monsignor Ignazio Maloyan, Un armeno di Mardin (Rivista Eteria anno X, n.39) di Ilaria Grosso

 

1.  Monsignor Ignazio Maloyan, un armeno di Mardin.

 

L'anima di un luogo non sempre viene decifrata,anche se il viaggiatore e' attento e curioso. Quando accade che un giorno si disveli,accade che quel medesimo luogo si trasfiguri.Cosi' mi e' accaduto a  Mardin ,' una piccola citta' dell' Anatolia, prossima al confine siriano, di una strana bellezza. 

 

Costruita  sulle pendici  di un'altura,che d'un tratto si dispiega nel deserto,era sito strategico nell'antichita' quando nei pressi passava il confine fra i due grandi imperi,bizantino e persiano.

La visitai la prima volta cinque anni fa,con un piccolo gruppo ed una guida turca.Attraversammo i suoi edifici stipati sul colle,per proseguire per i monasteri  siriaci di Der Zafran e Mar Gabriel,e poi raggiungere Urfa.Poco o nulla ci dissero del passato recente di quei luoghi e dei suoi abitanti.Poco tempo dopo conobbi alcuni armeni,anzi iniziai una profonda amicizia con  loro. Cosi'cominciai ad ascoltare,leggere,studiare,e scoprii un popolo dalla cultura e dalla fede profonda e tenace,vissuto in un'ampia regione che comprendeva anche l'Anatolia sino a meno di un secolo fa. Un giorno mi giunse fra le mani un libretto e la fotografia di un uomo,un vescovo armeno-cattolico sconosciuto.

 

Era la storia piena di sangue e di luce che si celava fra le pietre delle case di Mardin. Fu un volto,uno sguardo dolce e fiero,a condurmi idealmente in quella citta'gia' vista. Tutto cambio' per me, e cosi' volli impegnarmi a conoscere qualcosa della sua vita. Si trattava di un piccolo frammento di una storia oggi sempre piu' nota,del martirio di un popolo. Nel mese di giugno del 2005 Ritornando a Mardin, proposi ai compagni di viaggio quella storia,che posso riassumere cosi':

Dal Vangelo secondo Matteo 10,26--27 Nulla vi e' di segreto che non debba essere svelato e di nascosto che non debba essere conosciuto. Cio' che vi dico nelle tenebre, proclamatelo nella luce; cio' che udite nell'orecchio,annunciatelo sui tetti."                  

 

Choukrallah Maloyan,figlio di Melkon e Faride' detta Therese, nasce a Mardin ,probabilmente il 19 Aprile 1869.

Il giorno seguente,secondo la tradizione armena, ricevette Battesimo e Confermazione dal Parroco Padre Gabriele.La maggioranza degli abitanti del centro di Mardin erano armeni cattolici,intellettuali o prevalentemente occupati nell'artigianato , nei commerci,nell'agricoltura. 

 

Vivevano in citta' inoltre siri ortodossi e siro-cattolici, caldei e qualche protestante.

 

La comunita' cattolica di rito latino si caratterizzava per una importante presenza dei Cappuccini (dal 1685) e delle Suore francescane. Egli era il quarto di otto figli, la  famiglia era di condizioni modeste. Nel 1896 fu ordinato sacerdote nel convento di Nostra Signora di Bzommar, presso Beirut e scelse il nome di Ignazio in memoria del Vescovo e Martire Ignazio di Antiochia. Si dedico' a studi letterari e linguistici. Inizio' la sua missione in Egitto,ad Alessandria e al Cairo come Vicario Patriarcale, fu quindi segretario del Patriarca di Costantinopoli negli anni 1904 e 1905  .Nel settembre del 1910 Monsignor Maloyan fu richiamato a Mardin per affiancare l'anziano vescovo Gulian, gia' sacerdote nella citta'  per trentacinque anni.

Nella sua predicazione egli  approfondisce specialmente i temi della spiritualita' del Sacro Cuore di Gesu', del Mistero Eucaristico,della devozione alla Madre di Dio. Dall'ottobre 1914 l'Impero Ottomano era in guerra e il Jihad era stato proclamato.

 

Passione e morte di Ignazio Maloyan e dei suoi.

1 Maggio 1915

 

Dopo la perquisizione infruttuosa,da parte dell'esercito, della chiesa alla ricerca di armi , Monsignor Maloyan riunisce il clero della diocesi, informa la sua comunità dell'accaduto e rende noto il suo testamento spirituale. Si tratta di   una esortazione ferma e semplice :  " Vi esorto prima di tutto a fortificare la vostra fede sulla roccia di Pietro e a rafforzare la vostra speranza nella Santa Croce.. Da dove proviene il desiderio di vedere il nostro sangue di peccatori mescolato al sangue di uomini giusti e puri? Che i disegni dell'Altissimo si attuino in noi ,qualunque sia il modo, anche la deportazione o il martirio. Il mio auspicio piu' grande e' di vedere il mio gregge seguire il mio esempio e restare docili agli ordini della Sede Apostolica. Vi affido a Dio, amati figli, e vi chiedo di pregarLo affinche' mi dia la forza e il coraggio di vivere questa vita nella Sua grazia e nel Suo amore fino all'effusione del sangue." 

 

Nell'eventualita' della sua deportazione e della sua morte ,Mons.Maloyan affida  l'amministrazione della diocesi al sacerdote Hovannes Poturian e a due coadiutori,e, nel caso della deportazione di costoro, all'amico siro-cattolico Mons. Tappouni,

 

3 Giugno 1915, Solennita' del Corpus Domini

 

Mentre giungono in citta' le prime notizie sulla deportazione degli Armeni da Dijarbekir nella direzione di Mossul  Monsignor Maloyan celebra la Santa Messa.

Dopo il termine della processione Mardin viene circondata dall’esercito a cavallo e dalle milizie.il banditore pubblico annunzia che e’ fatto divieto ai cittadini uscire dalle abitazioni,pena Ia morte. I gendarmi percorrono il quartiere armeno e arrestano i notabili ( seguiranno, a distanza di poco tempo, altri tre gruppi di deportati,di cui il secondo composto da donne,bambini,anziani.) Mons. Maloyan riceve la notifica del suo arresto insieme a sei sacerdoti della diocesi , fra cui il suo segretario, P. Boghos Saniour, mechitarista..

 

Il Vescovo viene accusato di detenzione di armi.  Condotto presso la sede della polizia, Mons. Maloyan viene interrogato dal Capo della Polizia  con 27 membri della sua comunita'.

 

Esistono diverse testimonianze sull'accaduto con varianti di poca importanza che riassumerei cosi':  Memdouh   Bey  chiede al Vescovo di consegnare le armi e lo accusa di appartenere ad un gruppo rivoluzionario . Il Vescovo nega di detenere armi, afferma la sua estraneita' ai  partiti rivoluzionari e dichiara la sua fedelta' alla Porta Ottomana. Uno dei funzionari presenti chiede al Vescovo di  recitare la professione di fede  all'Islam. Mons. Maloyan si rifiuta. Gli viene allora ordinato di togliere le scarpe e gli vengono battute le piante dei piedi a colpi di bastone.  Il procedimento,detto fallaha',  impediva eventuali tentativi  di fuga ai prigionieri.

Ancora seguendo un antico uso gli vengono strappate le unghie  dei piedi.

 

Nel frattempo viene perquisita la Chiesa dei Cappuccini armeni, sede della Fratenita' del Terz'ordine nominata  di San Francesco. I poliziotti mal  intendono che  si trattasse di una associazione francese. Padre Leonard Baabdathi ( di cui e' in corso la causa di canonizzazione)  e tutti i membri della Confraternita vengono interrogati , torturati, tutti moriranno martiri .

 I testimoni di questi eventi raccontano che P. Leonard benedisse quelli che lo torturavano.  

Com'era d'uso,viene offerto un riscatto alle autorita' per liberare i prigionieri, ma  senza successo. Giovedi' 10  Giugno  1915  all'una di notte, il primo corteo dei deportati , circa quaranta prigionieri, scortati dalle truppe regolari (gli zapt'ies) e dai miliziani, (reclutati fra i Curdi e supportati dai Circassi),  attraversa le strade della citta' di Mardin.

La luna e' alta in cielo.   I prigionieri sono legati a due a due o  in gruppi di quattro fra di loro con grosse funi ,incatenati ai polsi ,alcuni al collo. Padre Leonard e due terziari francescani  aprono  la processione e Mons. Maloyan e sei sacerdoti armeni la chiudono. Quando la colonna dei prigionieri si allontana la Chiesa siro cattolica dedicata alla Madre di Dio si riempie di gente , donne in lacrime e fedeli che pregano. La maggioranza dei deportati vengono condotti,in piccoli gruppi, a sei ore circa di marcia da Mardin.

I sopravvissuti furono condotti  nei pressi del villaggio curdo di Cheikan.  La',in un zona quasi desertica, rocciosa , viene  domandato ai prigionieri di confessare i loro crimini (possesso di armi e tradimento)e ,ottenuto un secondo rifiuto, gli viene letto  il decreto imperiale di condanna a morte per tradimento.

 

Infine nuovamente viene domandato ai condannati se vogliono convertirsi all' Islam e aver salva la vita    

                

Venerdi' 11 giugno 1915,  Solennita' del Sacro Cuore di Gesu'

 

Ai condannati a morte viene concessa un' ora  per prepararsi alla morte.  Monsignor Maloyan chiede il permesso di parlare ai suoi. Dopo aver pregato il Signore di donargli la forza e la perseveranza di sopportare il martirio egli diede loro l'assoluzione .

 

Quindi consacro' del pane  che i deportati avevano con loro, lo spezzo' e lo distribui' ai sacerdoti e ai laici presenti. Molti testimoni raccontano che una nube luminosa avvolse  il Vescovo e gli altri prigionieri durante  la celebrazione dell'Eucaristia , per pochi istanti i soldati e i miliziani udirono solo le parole di quegli uomini avvolti da una sorta di nebbia sfolgorante.

 

Quando essa scomparve  i  volti dei prigionieri erano radiosi.. Allora ,poco dopo, il Capo della Polizia, Memdouh Bey , ordino' che un primo gruppo, di circa 100 persone fosse condotto nelle grotte di Cheikan, un secondo gruppo a circa un'ora di strada nel luogo detto Kalaa de Zerzewan, altri infine a circa quattro ore da Dyarbakir ,  in una valle profonda .

 

In tutto ,nel primo massacro dei cristiani di Mardin , furono uccise circa 415 persone. Monsignor Maloyan fu condotto  da solo e a cavallo a Kara-keupru, a tre ore da Dyarbakir.  Fu ucciso, a 46 anni con un colpo alla nuca.

Il referto medico legale redatto a Dyarbakir  riporta come causa del decesso  arresto cardio-circolatorio. Gli ultimi giornidella vita di Ignazio Maloyan, dei dodici sacerdoti uccisi con lui e di quel gruppo di deportati sono iniziati con la celebrazione del Corpus Domini per le vie del quartiere cristiano di Mardin  e si sono conclusi,dopo una lunga marcia e la celebrazione dell'Eucaristia,  con l'offerta del loro corpo e del loro sangue a gloria di Colui che continuamente si distribuisce senza consumarsi".

 

Dopo poche ore dal termine di questo racconto siamo giunti a Mardin: è una piccola città di indubbio fascino costruita sulle alture che degradano improvvisamente nel deserto che si apre dinnanzi. Dobbiamo cercare la chiesa di saint Joseph, che verrà aperta appositamente per noi. Solo una volta la mesevi si celebra la Santa Messa, lì dove esercitò il suo ministero Monsignor Maloyan e si radunava in assemblea la sua comunità.

Domando informazioni ad un giovane chiaro di capelli. Parlando noto  al collo una piccola croce.Mi risponde,in inglese,che e' cristiano della chiesa siriaca.Percorriamo insieme un vicolo in salita e oltrepassata la porta socchiusa che si apriva nel mura di cinta, entriamo in un piccolo giardino. In un istante le memorie ascoltate, i libri , la fotografia di quell'uomo diventano vita vissuta e scintilla di un'eternità visibile e presente. Il gruppo viene  accolto dalla famiglia che custodisce il luogo: sono felici e un pò sorpresi che tanta gente proveniente dall'Ita e anche dal resto del Medio oriente, dalla Russia e STati Uniti siano giunti sino a lì. Sull'altare la statua di S.Giuseppe, e accanto una fotografia di Monsignor Maloyan, che potevo riconoscere. Accendo una candela e poi molti ripetono quel semplice gesto per illuminare il suo sguardo dolce e forte. Dopo poco inizia la Santa Messa in rito armeno, celebrata da tre padri e un diacono, dedicata ai martiri di quella terra. Molti ricordano, piangono i loro parenti e rivivono nella celebrazione ciò che è rimasto di tante memoria di vita e di morte in quei luoghi. Non si può descrivere pienamente ciò che accadde quel pomeriggio a Mardin, intreccio di passione, discesa agli inferi, resurrezione. Neppure posso dimenticare quei volti  accanto a me, dei loro sguardi riuniti nella celebrazione eucaristica, visibile comunità di uomini e donne custodita in quella più vasta e invisibili dei martiri armeni e di uno di loro, Ignazio Maloyan

 

Dalla preghiera di S.S. Giovanni Paolo II al memoriale del

Tzitzernakaberd,   Yerevan

 

  "   O Giudice dei vivi e dei morti,   abbi pieta' di noi .

   Ascolta, o Signore,  il lamento che si leva da questo luogo

        Guarda al popolo di questa terra che e' passato attraverso la grande tribolazione

     e non e'mai venuto meno alla fedelta' verso di Te

       Rinnovando la speranza nella Tua promessa, attendiamo il compimento della redenzione

     conquistata sulla Croce.

     O Giudice dei vivi e dei morti , abbi pieta' di noi  "

 

 

   N.B. La rivista Eteria dei Padri Cappuccini ha diffusione in Turchia,ove i Cappuccini risiedono, e in tutto l’Oriente cristiano.